"Tutto è fatto per il futuro, andate avanti con coraggio".

Pietro Barilla

Da Damietta a L’Avana a Washington. Quell’arte tutta francescana di costruire ponti

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l'avanaCi sono episodi nella storia che restano. E a volte tanto più sono semplici, tanto più restano. Uno per tutti è datato 1219 ed è quella visita che Francesco d’Assisi fece al Sultano egiziano Al-Malik al-Kāmil a Damietta, un colloquio semplice che però è oggi quanto mai significativo ed attuale sul piano del dialogo interreligioso e della pace tra i popoli. A questa dimensione intende rifarsi indubbiamente anche l’attuale Pontefice, nella convinzione che l’accoglienza, la fraternità e la tenerezza siano la strategia migliore per gestire quella “terza guerra mondiale a pezzetti” che stanno combattendo prima di tutto i nostri cuori e le nostre teste. Perché servono ampi gesti di riconciliazione per affrontare le maggiori sfide che questo inizio di secolo ci sta ponendo. E non a caso il titolo che portano i Papi è quello di ‘pontefice’, dal latino pontem facere, che significa “costruttore di ponti”, costruttore di relazioni tra i popoli, le religioni e le economie, tutte dimensioni dentro cui si gioca la vita dell’uomo contemporaneo. Perché, a pensarci bene, da Badia Prataglia, un paesino vicino ad Arezzo, a Washington e New York, oggi i problemi nella costruzione di relazioni vere tra gli esseri umani sono sempre gli stessi. E le soluzioni pure, perché il mondo comunque ci entra in casa!

Il gesto fatto dal santo a cui l’attuale pontefice si è ispirato nella scelta del nome è uno dei più straordinari che ci possa offrire la storia dell’umanità. Quel colloquio avvenuto a pochi chilometri dal Cairo è ancora oggi estremamente significativo, perché Francesco voleva andare a tutti i costi tra i mussulmani, in fraternità. Per tre volte ci provò, senza scoraggiarsi dei fallimenti. Alla terza volta poté incontrare il sultano Al-Malik al-Kāmil ed il dialogo tra i due, ci dicono gli storici, si caratterizzò per cortesia, rispetto e apertura verso le ragioni dell’altro. Più o meno in quegli stessi anni le cronache ci dicono che alcuni frati minori si recarono a Marrakech in Marocco, con l’idea di proclamare la grandezza del cristianesimo e di sminuire, invece, l’islam ed il Profeta. E quei frati finirono arrestati e torturati. Due storie e due approcci completamente diversi. Tanto da farne un libro in cui padre Gwenolè Jeusset analizza proprio come lo stile di San Francesco possa essere utile nei rapporti tra occidente e Islam. Perché l’approccio collaborativo probabilmente paga sempre, tuttavia noi uomini sembriamo quasi sempre destinati a scegliere la soluzione peggiore, quella che in termini di risultato alla fine nuoce solo alla nostra pacifica convivenza.

Tanto su grande scala, quanto su piccola scala, occorre avviare urgentemente un ripensamento. In questi giorni ha fatto notizia la vicenda di Badia Prataglia, in paese del casentino toscano, una badia-prataglia-Mediumfrazione di Poppi, in cui il proprietario di un albergo chiuso avrebbe messo a disposizione la sua struttura per accogliere circa cento migranti. I suoi compaesani hanno reagito immediatamente alla proposta, sollevando una serie di timori legittimi, legati alla proporzione dell’accoglienza, infatti la popolazione stanziale del paese è di circa 300 anime, ed anche alla questione dei servizi di sorveglianza necessari per verificare che i nuovi arrivati non facciano troppi danni. Ed il sospetto sicuramente deve aver pesato di più rispetto alla preoccupazione per le proporzioni. Intanto da cento, i migranti che potrebbero essere destinati al paese sono diventati venticinque, resta però il problema di un tessuto civico che non sembra gradire molto queste presenze. All’albergatore nel frattempo i concittadini hanno mandato a dire che il suo gesto non è certo un gesto di altruismo, perché, conti in tasca, la cosa gli porterebbe circa 34 euro al giorno per ogni migrante ospitato. E come dare torto a queste persone? E come darne all’albergatore, anche ammesso che nel suo animus sia preminente la volontà di ricavare un po’ di profitto da quella sua struttura oggi in disuso?

Non è che siamo diventati troppo gelosi dei gesti altrui, delle cose che fanno gli altri? Sindacando la finalità di qualsiasi cosa non rischiamo il processo alle intenzioni? Possibile che anche là dove emerge qualcosa di buono dobbiamo necessariamente vedere il malintenzionato di turno o un ‘trascendente’ secondo fine? Ma d’altronde quasi tutto ciò che avviene ogni giorno ci insegna a ragionare così. Allora ben venga qualcuno che cerca di normalizzare le cose, abbassando i toni sapientemente e dando spazio a qualche gesto significativo. Magari, pur essendo Papa, anche andandosi a comprare un paio di lenti all’ottico di via del Babuino. Un gesto quotidiano, di una normalità estrema che insegna a tutti quanto sia questa la dimensione da vivere al meglio e non l’eccezionalità, perché la fedeltà nel poco è fedeltà nel molto. Ed è la sequenza dei gesti che compie Papa Bergoglio a renderlo estremamente efficace nel suo messaggio. Coerente! Quindi immediato e credibile. E questa coerenza gli conferisce quella statura che lo rende autorevole nei suoi incontri internazionali come capo della Chiesa e come guida morale del nostro mondo. Tanto più in America, nel continente da cui proviene ed in cui sarà sicuramente ascoltato con molta attenzione, forse anche sulle questioni più scomode che ha in mente di portare sul tavolo, alcune delle quali già annunciate nella sua ultima enciclica e confermate nel volo che da Cuba lo ha portato negli States.

Sull’isola dei Castro Papa Francesco si è presentato come testimone delle tenerezza, ma anche come artefice di un miracoloso riavvicinamento tra Cuba e Usa. Ed alla necessità di dare consistenza l'avanaal termine ‘tenerezza’ Bergoglio ha fatto esplicitamente richiamo nei suoi interventi. Fuori del protocollo si è presentato a casa di Fidel Castro per portare i suoi saluti e confermare un rapporto di confidenza tra Santa Sede e governo cubano. Già Giovanni Paolo II e Benedetto XVI erano stati in visita sull’isola. Ha celebrato messa nelle due piazze della rivoluzione più famose dell’isola, quella de L’Avana e quella di Holguin. Ma lo sguardo in tutti i suoi discorsi è sempre stato puntato sull’uomo. Celebrando messa a L’Avana ha raccomandato: “Servite gli uomini, non le ideologie”. E in quella piazza a confrontarsi con la famosa immagine del Che, c’era un banner messo per l’occasione con la foto di Bergoglio che si presentava come ‘missionario’ della tenerezza ed un altro con l’effige di Gesù Cristo. Immagini che sono anche la storia di un popolo e della chiesa, riuniti in una grande celebrazione dell’accoglienza, perché non può esserci dialogo senza radici. A molte persone anziane deve aver fatto effetto pensare che in queste due piazze ideate per ospitare le adunate del regime cubano si possano essere celebrate due messe cattoliche molto partecipate. E spostandosi lontano dalla masse, Papa Francesco si è recato sulla collina che sovrasta Holguin per pregare per tutti i cubani. Lassù c’è un crocifisso molto caro a tutti loro, inginocchiatosi il Papa ha chiesto una particolare benedizione per le famiglie, i bambini, gli anziani e gli ammalati di quest’isola. Lo ha fatto con umiltà, come umili sono questi fratelli cubani che sanno lavorare duro ed hanno idea di cosa sia il sacrificio.

Gli Stati Uniti sono una sfida. E sono la vera sfida, per molte questioni. Embargo cubano compreso, a cui il Papa accennerà, a quanto ha fatto sapere, solo indirettamente. E chi avrò orecchi per intendere, capirà. Senza voler dimenticare però l’ambiente e l’inquinamento, la questione delle nozze gay, la condizione dei poveri nel paese e nel mondo ed il ruolo degli Usa di prima potenza economica mondiale. Intanto, poco prima dell’arrivo di Papa Francesco a Washington, un po’ di stampa americana di destra ha sollevato il dubbio se il pontefice sia comunista o cattolico. Ai reporter che lo hanno accompagnato nel suo volo verso gli States, Bergoglio ha prontamente risposto che nel suo magistero non ha mai detto niente che vada oltre la dottrina della Chiesa e con una battuta si è detto pronto a recitare il Credo se necessario. E per aggiungere una nota di colore alle dicerie che lo accompagnano ha detto quanto segue: “Un cardinale amico mi ha raccontato che è andata da lui una signora molto preoccupata, molto cattolica, un po’ rigida, ma buona e gli ha chiesto se era vero che nella Bibbia si parlava di un anticristo e se era vero che si parlava di un antipapa. “Ma perché mi fa questa domanda? – ha chiesto il cardinale – Perché sono sicura che Papa Francesco è l’antipapa. E perché ha questa idea? Perché non usa le scarpe rosse”.

La diplomazia di questo Papa è fatta prima di tutto di esempi. La mattina, prima della partenza per questo nuovo viaggio apostolico, Papa Francesco ha avuto anche il tempo di incontrare la famiglia di rifugiati siriani ospitata dalla parrocchia vaticana di Sant’Anna. Si sono recati a Santa Marta per salutare il Pontefice e augurargli buon viaggio. Ha trovato il tempo, nonostante tutto. Come se per lui e per tutti coloro che effettivamente lo vogliono il tempo fosse una variabile dipendente solo dalla nostra volontà. Ed ha messo un segno anche su questo viaggio, quasi a marchiare a fuoco nella coscienza collettiva di questi giorni una questione che dovrebbe riguardarci tutti e che dovrebbe venire prima di tutto. Quella dei profughi. Quella di tutti coloro che fuggono dalla guerra e dalle zone di conflitto. Poi viene cosa dirà al Congresso statunitense e nella sala dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ma il liet motiv di tutto non può che essere l’urgenza di riconciliarci tra di noi, con questo pianeta e con il tempo che stiamo vivendo. Con un occhio particolare alla famiglia che è il nucleo primigenio di ogni società. A Philadelphia Bergoglio parteciperà proprio in questo senso alla chiusura dell’ VIII Incontro Mondiale delle Famiglie. Poi farà il suo rientro in Italia, magari anche con un pensiero a Badia Prataglia.

Marco Bennici

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