La gente ha sempre dichiarato di voler creare un futuro migliore.
Non è vero. Il futuro è un vuoto che non interessa nessuno.
L'unico motivo per cui la gente vuole essere padrona del futuro
è per cambiare il passato.

Milan Kundera

Il direttore del Corriere della Sera De Bortoli a FQ: “La furia terroristica si getta sull’informazione”

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Gli scenari di guerra e l’informazione sono come due calamite, due forze opposte che si attraggono creando spesso conseguenze devastanti. Basta soffermarsi sulle due recenti decapitazioni dei giornalisti statunitensi James Foley e Steven Sotloff, avvenute per mano dell’Isis. Due morti atroci che mettono in evidenza come i nuovi bersagli dei conflitti armati siano proprio coloro che sono in prima linea a raccontarli, quelli che sempre più spesso entrano nel mirino di chi muove i fili di questi spargimenti di sangue. Quale sarà allora il futuro dell’informazione nei luoghi di guerra? A fare il punto con FUTURO QUOTIDIANO è il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, in occasione della presentazione della VII edizione del Corso di perfezionamento in giornalismo per inviati in aree di crisi “Maria Grazia Cutuli”. Un percorso formativo che nasce dalla collaborazione tra lo Stato Maggiore della Difesa, la Fondazione Onlus “Maria Grazia Cutuli”, l’Università di Roma “Tor Vergata”, il Ministero degli Affari Esteri e la Croce Rossa Italiana. Un evento, al quale hanno preso parte tra gli altri il Capo Ufficio Generale del Capo di Stato Maggiore della Difesa, l’Ammiraglio di Squadra Donato Marzano, il professor Claudio Franchini per l’Università di Roma “Tor Vergata”, e la sorella della giornalista a cui è stato dedicato il corso, Donata Cutuli.

Rispetto alle nuove tecnologie e ai nuovi strumenti di diffusione delle notizie, il futuro del giornalismo di guerra come cambierà? E quale sarà il ruolo dell’inviato?

giornalismo e guerraDa quello che è accaduto negli ultimi tempi si può dire che il giornalista è diventato un obiettivo, un ostaggio e una vittima della propaganda e della furia terroristica. È come se fosse più esposto addirittura dei militari che stanno sul campo. Ciò rende la nostra professione più pericolosa ma allo stesso tempo più importante e insostituibile, perché il giornalista è chiamato a fare uno sforzo di comprensione superiore, unito al coraggio che deve sempre mettere dato che il rischio nei luoghi di guerra è inevitabile.

Qual è il ruolo che i social network hanno assunto?

Come si è visto nei casi Foley e Sotloff, i social network amplificano anche ciò che la propaganda terroristica vuole che venga ingigantito. C’è una discussione in corso nella quale ci si chiede se quelle persone sarebbero state ammazzate in quel modo, con quella ferocia, se non ci fossero stati strumenti come facebook o twitter. Una ferocia che è fatta anche in favore di camera, per spettacolarizzare il più possibile la minaccia all’Occidente.

Che effetto hanno quindi sull’informazione?

Questo cambia il nostro modo di fare giornalismo: non possiamo essere inconsapevolmente uno strumento nelle mani degli altri. Pone dilemmi morali, come pubblicare o no certe cose, certe immagini raccapriccianti. Io sono dell’idea che bisogna difendere un pò la dignità delle persone e non usare per forza immagini terribili per descrivere l’estrema ferocia degli assassini. Alcuni però dicono, non senza qualche ragione, che mostrare tale cattiveria dei terroristi rende la nostra troppo placida opinione pubblica e i nostri governi un pò seduti sui propri errori più consci della minaccia che li circonda.

Qual è il modo migliore per diffondere la giusta informazione e allo stesso tempo di proteggere coloro che la raccontano?

È quello di guardare con i propri occhi perché il giornalista è un testimone oculare, deve essere accompagnato ancora di più che nel passato dal dubbio di essere strumento di qualcuno, dalla constatazione che quello che gira sui social network spesso, anche se prende una porzione di verità, non descrive veramente tutta la scena, ma anzi rischia di dare una sensazione falsa di quello che è accaduto. Il giornalista ha quindi una responsabilità perché sta su una sottile prima linea, la sottile linea rossa dell’informazione, che è molto più difficile da distinguere rispetto a prima.

Sara Pizzei

L'Autore

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