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Gianni Rodari

Poli (IAI): la politica italiana strumentalizza la questione dei migranti

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eleonora poliMuoiano o vivano, i migranti si ritrovano, loro malgrado, a far parte di un grande gioco in cui a prevalere è lei, Madama politica: sia quella del pollaio Italia; sia l’orizzonte più ampio che coinvolge l’Ue, ma tocca anche uno scenario più complessivo, di portata planetaria. Poi, ci sono gl’incidenti di percorso, quelli che attraggono i riflettori dell’opinione pubblica, ovvero il via vai di quei barconi che, molto spesso, naufragano, portando in fondo al mare tante vite umane. Dire ‘migranti’, però, o ‘clandestini’, secondo la denominazione con cui questi esseri umani vengono bollati delle ‘fazioni’ politiche italiane (o europee, interessate ad un respingimento per la difesa delle frontiere), non dà volto e storia individuale a chi impiega tutto ciò che ha per cercare un futuro lontano da guerre, terrorismo, carestie, epidemie, fame. E quei corpi di chi ci lascia la vita, se recuperati – e la maggior parte non lo sono – sono volti senza nome, senza compianto: “unnamed’, secondo il gelido gergo burocratico. Un’analisi di ruoli e responsabilità di questa tragedia che ha assonanze bibliche l’abbiamo chiesta a Eleonora Poli, ricercatrice dello IAI – Istituto Affari Internazionali – in progetti di ricerca sulle politiche economiche europee, sulle implicazioni politiche della crisi dell’Eurozona e sul ruolo dell’Unione europea nella risoluzione di conflitti regionali.

“Per giudicare la situazione – dice – credo che bisogni distinguere l’approccio italiano alla questione da quello europeo, laddove, a casa nostra, c’è una strumentalizzazione politica del problema che si riduce a becera bega partitica, dando luogo ad un terreno di scontro che molto spesso ha l’unico intento di una resa dei conti interna al teatrino della nostra politica. Non si identifica alcun indirizzo propositivo, bensì semplicemente un non-dialogo per questioni ‘terze’. Un fenomeno che non è nuovo giacché, in generale, è una peculiarità della politica italiana trasferire le questioni di politica internazionale a fatti interni, per meri intenti di consenso elettorale.”

E sul fronte europeo?

Gli europei, al momento, appaiono privi di una visione sinergica, vuoi per la crisi, vuoi per gli scenari internazionali che, ormai, rispetto al passato, non riconoscono più un unico centro di potere.
E’ tramontata l’epoca di un’America baricentrica e ci troviamo di fronte a nuovi attori, in una logica multipolare, dove agiscono poteri diversi, a seconda che si tratti di scenari economici, finanziari, militari, politici. L’Unione europea, che ha carenza di una visione univoca, trova difficoltà a costruirsi una propria identità: ci troviamo perciò di fronte a vari gruppi di Stati che sostanziano una multipolarità, tant’è che danno vita ad accordi minilaterali.

Ad esempio?

Un esempio di questa frammentazione e carenza di univocità è rappresentato dal comportamento sulla questione ucraina. In quel frangente, Germania e Francia, in prima persona coi loro leader, hanno fatto la linea politica europea. Sul tema dell’immigrazione, il problema di fondo è rappresentato da una mancanza di leadership in materia. L’Italia ne è direttamente investita, giacché ha una posizione geografica strategica come sponda più facilmente raggiungibile, ma per i migranti si tratta semplicemente di un Paese di passaggio, giacché le mete sono i Paesi del Nord Europa che offrono condizioni di welfare migliori. Una situazione che, però, mal si concilia con le normative internazionali vigenti.

Ovvero, l’Italia rappresenta una specia di tappa verso altri Paesi?

Secondo le norme della Convenzione di Dublino, firmata il 15 giugno 1990 e aggiornata nel 2003, approdando in Italia, l’immigrato deve presentare domanda d’asilo laddove avviene il suo eleonora poliriconoscimento, con tanto di rilevazione delle sue impronte digitali. Per ottenere l’asilo, in qualità di rifugiato, c’è un iter piuttosto lungo e burocratizzato. D’altronde, il permesso di soggiorno per richiesta di asilo di regola non consente al richiedente di lavorare legalmente fino all’effettivo riconoscimento di tale status. Nel caso in cui la decisione sulla domanda di asilo non venga adottata entro sei mesi dalla sua presentazione per ragioni non legate al richiedente, a quest’ultimo viene rilasciato un permesso di soggiorno rinnovabile di sei mesi in sei mesi, con cui può svolgere un’attività lavorativa fino alla conclusione della procedura. Una situazione di limbo che, per lo più, condanna gli immigrati al lavoro in nero, allo sfruttamento, alla mendicità. Chi ha fatto domanda d’asilo – come abbiamo visto, quasi tutti quelli che arrivano in Italia vi sono costretti ex lege – non può andarsene in giro in altri Paesi alla ricerca di lavoro, giacché lì sarebbe considerato clandestino.

Insomma, una situazione-parcheggio?

Metaforicamente, un cane che si morde la coda. Chi può, cerca di andarsene, anche illegalmente, con ulteriori esborsi economici, dovendosi affidare ad altre organizzazioni illecite in grado di farlo arrivare nei Paesi di reale destinazione. Secondo le statistiche più aggiornate, i richiedenti asilo in Italia, però, sono in numero inferiore rispetto a Germania e Svezia. I barconi naufragati sono, infatti, la punta dell’iceberg, ma il potenziale mortale della traversata in mare rende il fenomeno più vistoso. In realtà, secondo i dati Eurostat, nel 2014 i richiedenti d’asilo in Italia hanno superato di numero quelli della Francia e della Gran Bretagna. L’Italia è quindi il terzo Paese europeo per numero di richiedenti asilo (64 mila), dopo la Germania (202 mila) e la Svezia (oltre 81mila). Se però si relaziona il numero di richieste a quello dei cittadini, i risultati cambiano. La media italiana di 1,1 domande di asilo per ogni mille abitanti è infatti inferiore a quella europea (1,2 ogni mille abitanti), mentre è la Svezia, con 8,4 richieste ogni mille abitanti, registra il numero più alto. Seguono poi l’Ungheria (4,3 domande ogni mille abitanti), l’Austria (3,3), Malta (3,2), la Danimarca (2,6) e le Germania (2,5).

Poi c’è il nodo legislativo.

La legge Bossi–Fini mette vincoli all’immigrazione, ma complica anche la situazione, laddove, la legge che la precedeva, la Turco-Napolitano, rendendo l’accoglienza più friendly, facilitava il ricongiungimento familiare e l’immigrazione legale. In generale, il problema deve essere visto come questione umanitaria e non ha senso trasformarlo, per questioni di bottega politica, in ‘suggestivi’ microattacchi alle nostre coste.

Insomma, cosa deve fare l’Italia?

Deve accettare il proprio ruolo di front line ma deve altresì stimolare una risposta sinergica europea alla questione, nell’ambito del Consiglio europeo. Altresì, durante la recentissima Presidenza di turno italiana del Consiglio dell’Unione Europea, l’Italia avrebbe dovuto cercare di affrontare il tema dell’immigrazione in maniera più incisiva di quanto predisposto da Triton, che offre poche garanzie per la tutela dei migranti e rifugiati.

Annamaria Barbato Ricci

L'Autore

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