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Gianni Rodari

Good Bye Europa, nobile preda dei senza storia

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Non si va lontano dal vero dicendo che oggi è dato osservare il massimo scetticismo nei confronti dell’attuale politica dell’Unione. Fin troppo evidenti gli elementi a riprova di questo fatto. L’uscita della Gran Bretagna, il vento di fuga che spira in Irlanda, l’aria pesante che tira in Ungheria o in Slovacchia. Cosa sta accadendo? Gli europei sono ancora molto fieri dei loro diritti. Hanno costruito l’Unione a immagine e somiglianza di una teoria ideale che però non è stata assistita da una speculare, complementare teoria reale. In parole povere, i diritti della costituzione formale europea non sono diventati i diritti di una costituzione materiale degli europei.

Gli europei sono molto fieri dei loro diritti e – aggiungo – della loro cultura. Cosa è una cultura? E cosa sono i diritti? Bisogna ammettere, piaccia o meno, che diritti e cultura sono concetti occidentali. Per fare contenti anche gli storici, dovremmo dire che si tratta proprio di concetti europei. Invenzioni sublimi, molto ricercate – tipiche di un modo di fare, o di interpretare il mondo, nato in Europa e coltivato sulla base di tradizioni consolidate.

Purtroppo, nel nuovo secolo l’avanzamento della tecnologia è andato di pari passo con la distruzione della memoria. Non parlo di memoria storica o di memoria in senso celebrativo, di questa ce n’è sin troppa – ma di memoria in senso neurofisiologico. Io credo che l’essere umano abbia acquisito una dipendenza funzionale dalle macchine e abbia perduto quasi irreversibilmente la capacità di ricordare. Ciò è accaduto principalmente in Occidente, e soprattutto in Europa. Gli europei hanno smesso definitivamente di esercitare una posizione dominante e sempre più hanno rinunciato alla prospettiva di essere dei produttori, trasformandosi in consumatori. Questo effetto ha prodotto una distruzione della capacità di immaginare, costruire, interpretare creativamente il mondo così come l’uomo europeo ha fatto per secoli, direi almeno dai presocratici agli anni Settanta.

Dopo la seconda guerra mondiale, il mondo è stato sempre meno una faccenda per europei, e sembra che – a meno di diventare qualcos’altro – l’Europa agonizzi prima di scomparire per sempre. È diventata una metafora di se stessa: un oggetto museale nel quale l’arte diventa esca per nuove conquiste da parte di esotici avventurieri assetati di potere, di divertimento, di briciole. È solo un pretesto senza valore di mercato che fornisce una patente di nobilitazione per chiunque da fuori interpreti, poetizzi, crei il mondo attuale – i nuovi arricchiti del pianeta, avvolti nella loro splendente miseria – nati ovunque ma non in Europa – russi o cinesi, indonesiani o indiani, o quel che volete – l’Europa è tutt’al più un fiore all’occhiello per i nuovi predatori senza tradizione, alla ricerca di un pedigree per nobilitare razzie compiute con mezzi digitali e finanziari.

Venuti da qualunque luogo, i nuovi predatori nati dal nulla estirpano frammenti d’Europa per cementare i loro castelli senza fondamenta, per ricavare essenze per le loro stanze vuote, per riprodurre immagini dell’esperienza del dominio. L’Europa è il concime per i campi dei nuovi artefici di vita e di morte. L’Europa è il mito fondativo dei nuovi senza storia.

Siamo almeno questo: linfa per nuova vita, sangue per i risorti dalle nostre ceneri. Siamo il dono della trasformazione. Niente resta, tutto si trasforma.

E infine, non cerchiamo vittime e non parliamo di vittimismo. Si ricordano sin troppo le vittime, e le celebrazioni sovrabbondano di giornate per ricordare, mentre in realtà dovrebbero essere chiamate giornate dell’oblio, dato che son fatte per dimenticare.

L'Autore

Fabrizio Sciacca lavora a Catania da inizio millennio, dove è professore ordinario di Filosofia politica all’Università. Scientificamente si è formato a Pisa, Tübingen, Saarbrücken e Kiel. Come si faceva una volta nelle buone famiglie, ha ricevuto un’educazione classica che gli ha instillato l’amore per i musei, la musica e l’arte – passioni che cerca di mantenere, specie quando riesce a prendere un aereo.

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