La mutilazione per cui la vita perdette quello che non ebbe mai,
il futuro, rende la vita più semplice,
ma anche tanto priva di senso.

Italo Svevo

LA SFIDA DEL 2015: INVESTIRE SULLE OPPORTUNITA’ CONDIVISE

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È stata la “notizia” di Natale dell’Economist. Secondo il giornale inglese che ha elaborato i dati del Credit Suisse (che non è un’organizzazione filantropica) la disuguaglianza si è allargata così tanto negli ultimi vent’anni raggiungendo un livello mai visto prima, anche se il mondo ha conosciuto nello stesso periodo (e, nonostante la crisi del 2007) il periodo di più forte crescita nella storia dell’umanità (anche se l’Italia ne è rimasta totalmente tagliata fuori).

Chi detiene la ricchezza mondiale?

disuguaglianza socialeLo 0,7% della popolazione mondiale detiene il 44% della ricchezza (finanziaria e immobiliare) del mondo; mentre al 68,9% delle persone ne spetta il 2,9%. Proprio così: se un tempo non lontano (un secolo fa), l’economista Pareto definì inefficiente un sistema che alloca l’80% della terra (allora quasi tutta la ricchezza era rappresentata dalla terra coltivata) al 20% della popolazione, oggi meno del 10% (per l’esattezza l’8,6%) degli uomini possiedono più dell’80% (esattamente il 85,3%) della ricchezza complessiva. Ciò non è efficiente (Adamo Smith direbbe che non è neppure etico) e lo stesso Economist (bibbia dei liberisti del mondo) se ne preoccupa come se questa fosse – e lo è – una delle minacce più gravi.

Il peggioramento della situazione

Le cose sono molto peggiorate dai tempi di Pareto. E, del resto, se negli anni settanta qualcuno disse che vale la regola dei due terzi e, cioè, che se due terzi della popolazione sta bene in una società, quella società sarà sufficientemente stabile, oggi siamo evidentemente in una situazione di forte instabilità visto che la regola dei due terzi appare capovolta. E tale instabilità si manifesta tra gli Stati e all’interno di essi. A Oriente e a Occidente.

L’importanza del fattore lavoro

Certo, negli ultimi due decenni, centinaia di milioni di persone (in Cina e in India, soprattutto) sono uscite dalla non occupazione o da lavori a un dollaro al giorno per approdare in occupazioni che gli garantiscono un appartamento e un automobile. Eppure, evidentemente, due terzi della popolazione mondiale non riesce, ancora, a vivere di null’altro che del proprio lavoro e molti sono quelli che lavorano per pagare debiti. Persino, negli Stati Uniti che pure hanno fatto registrare uno spettacolare più cinque per cento nella crescita del Pil dell’ultimo trimestre e che, comunque, aveva recuperato i livelli pre-crisi a metà del 2011, il reddito della famiglia media è ancora assai più basso che all’inizio della crisi del 2007 (meno cinque per cento) e ciò significa che la crescita è quasi tutta finita nella parte di popolazione più ricca.

Il problema della crescita diseguale

crescita inegualeLa crescita diseguale è, indubbiamente, un problema. Per almeno tre ragioni. Perché, come appunto teme l’Economist, produce tensione tra chi vince e chi perde in questa ridistribuzione verso l’alto e ciò crea instabilità politica. Perché una crescita così diseguale si ferma, prima o poi: già in più di una circostanza il capitalismo ha rischiato di crollare su se stesso, perché non può fare assolutamente a meno dei consumi della sua classe media che ne è la spina dorsale. Infine e soprattutto per una ragione etica: che senso ha una società, un’economia che è funzionale ad un’accumulazione di ricchezze che è consentito solo all’1% dei suoi componenti e ai loro figli?

L’Italia

C’è poi l’Italia. Un caso a parte: perché riusciamo a mettere insieme zero crescita e disuguaglianza crescente con un risultato che pochi commentano: i numeri Eurostat dicono che vivono in Italia diciotto milioni di persone a rischio di povertà e nessun Paese europeo si trova a dover far fronte ad un numero così elevato di persone che soffrono (con così pochi soldi).

Le mille facce della disuguaglianza

C’è di peggio: la nostra disuguaglianza non serve neppure a dare più risorse a chi (questa sarebbe la sua funzione positiva) ha lavorato o studiato di più: in Italia il “premio” attaccato ad un anno di studio in più è basso ed è, addirittura, negativo se lo studio in più serve a conseguire un dottorato in materie scientifiche. Dalla parte vincente della redistribuzione ci sono poche persone oneste e laboriose e tanti corrotti, corruttori; avvocati che hanno (ad esempio al Sud) inventate vere e proprie filiere produttive della truffa sistematica; pensionati d’oro (soprattutto a Roma) e persone che gestiscono patrimoni altrui e non hanno mai innovato. Ragione in più per cambiare modello: se il resto del mondo dovesse fermarsi perché la crescita non è quella giusta, perché è troppo disuguale, la non crescita dell’Italia rischierebbe di trasformarsi in caduta verticale.

La sfida del 2015: crescere investendo

Questa è forse la sfida più grande del 2015: crescere; ma investendo sulle opportunità per tutti cominciando dalla scuola pubblica e tagliando, invece, i privilegi; combattendo il rischio di povertà con un welfare più efficiente; e allocando risorse da chi “conserva” a chi può innovare. Auguri.

Francesco Grillo

L'Autore

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