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Gianni Rodari

Guzzetta a FQ: Renzi e Boschi, vi sfido sulle riforme vere

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A fatica. Per un soffio e non senza incidenti. Ma la riforma costituzionale proposta dal premier Matteo Renzi e dal ministro Maria Elena Boschi ha superato i primi scogli. Come ogni modifica alla Carta, per entrare in vigore ha bisogno però di quattro sì complessivi: Montecitorio e palazzo Madama dovranno dare il loro voto favorevole allo stesso testo per due volte ciascuno, a distanza di tre mesi tra la prima e la seconda approvazione nello stesso ramo parlamentare. Anche se potesse contare sui due terzi dei voti a favore, Renzi ha già fatto sapere che rinuncerebbe a una parte di questi per poter consentire lo svolgimento del referendum confermativo al termine del percorso. Il punto fondamentale della riforma riguarda il superamento del bicameralismo perfetto.
Futuro Quotidiano ha intervistato il professor Giovanni Guzzetta, costituzionalista, docente di diritto pubblico a Roma Tor Vergata e padre di alcuni tra i più noti referendum elettorali.GuzzettaNapolitano

 

Che giudizio dà della riforma Boschi?

L’idea di superare il bicameralismo perfetto è assolutamente condivisibile, ma la riforma poteva essere più forte e rispondere meglio ai problemi del Paese. Oggi il problema numero uno è ricucire la frattura tra cittadini e istituzioni, qui si è fatto qualche passo, ma non fino in fondo.

In cosa avrebbe dovuto andare a fondo?

La riforma del Senato realizza molte cose ma ad esempio non va nella direzione del presidenzialismo. Accenna, ma non compie il passaggio.

Il ministro Boschi e lo stesso Matteo Renzi hanno annunciato che faranno comunque ricorso al referendum confermativo. Di che tipo di consultazione si tratta?

La Costituzione all’articolo 138, secondo comma, stabilisce che le leggi costituzionali, qualora non siano approvate al secondo passaggio con una maggioranza dei due terzi dei componenti in ciascuna delle due Camere, sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto di una Camera o 500mila elettori o cinque Consigli regionali. Questo tipo di referendum, detto anche costituzionale, prescinde dal quorum.

Sì ma Pd, Forza Italia, Nuovo Centrodestra e Scelta Civica hanno i numeri per la maggioranza qualificata. Al netto dei franchi tiratori…

L’idea del referendum nasce da una esigenza non di tipo tecnico ma di tipo politico, per legittimare la riforma. I numeri in Parlamento ci sono, ma Renzi e Boschi vogliono chiamare i cittadini a decidere e poter poi contare su una fortissima, ulteriore legittimazione popolare.

Ma ce n’è davvero bisogno?

Personalmente penso sia una buona idea, per sondare i cittadini anche su questioni più importanti. Accanto al referendum approvativo se ne potrebbero fare di tipo diverso, penso all’istituzione di referendum di indirizzo, sul modello svizzero. Si è già intrapresa questa strada, quando si trattò di votare per conferire poteri costituzionali al Parlamento Europeo. Io dico che in una democrazia matura, con i cittadini meglio informati e più partecipi che ci sono oggi, è venuto il momento di introdurre il referendum di indirizzo per questioni importanti, a prescindere dal loro incardinamento nei lavori parlamentari. Questa è la vera democrazia 2.0, senza demagogie e infingimenti.

E lei avrebbe un referendum di indirizzo già pronto, magari.

Uno potrebbe essere sull’assetto regionale, che così come è oggi, non ha senso. Le regioni italiane sono finte, disegnate sulla carta e senza ragione storica, prendendo dipartimenti statistici e accorpandoli. Ci vorrebbero Macroregioni: meno regioni, più forti.

Però la politica serve ad assumere decisioni, i parlamentari sono eletti per espletare un mandato pieno. E tenere un referendum ha costi enormi, organizzativi e finanziari.

I costi dei referendum non sono un grande problema, e sono costi ineliminabili se si è in democrazia. Piuttosto ottimizziamo questa spesa, accorpiamo più consultazioni in una occasione. Io lancio la proposta di unirvi un referendum sul ridisegno delle regioni italiane.

E comunque già l’abolizione del sistema bicamerale è un turning point.

E’ una conquista, certo. Ma con luci ed ombre. I senatori di nomina presidenziale se non si è in un sistema presidenziale non hanno senso. Sette senatori nominati dal Presidente per sette anni, cosa sono? I moschettieri del Re?

Un bene però che il senato dei Cento sia espressione del territorio.

Sì, d’accordissimo che il futuro Senato debba essere espressione delle Regioni, ma non dei partiti locali e dei gruppi politici regionali. La designazione dei senatori deve essere fatta direttamente dai cittadini all’atto dell’elezione dei consigli Regionali. Si va a votare per la Regione? Si stabilisca che un certo numero di consiglieri regionali, i più votati, diventano anche senatori. Così si restituisce democrazia ai cittadini; altrimenti si aumenta il potere negoziale di ogni singola segreteria politica.

Come giudica l’aumento delle firme necessarie per proporre le leggi di iniziativa popolare, da 50mila a 150mila?

Penso che per cose che hanno senso si fa volentieri più fatica. Ad oggi l’iniziativa popolare è un esercizio estetico. Se effettivamente il maggior numero di firme porta ad una effettiva contrattazione da parte del Parlamento delle iniziative di legge popolare, sono d’accordo sull’aumentare le firme necessarie. Per i referendum invece la vera partita non è quella dell’aumento delle firme.

Riguardo alla legge elettorale, sono state introdotte due norme specifiche: la possibilità di un giudizio preventivo di costituzionalità da parte della Corte costituzionale e il divieto per il governo di legiferare in materia tramite decreto.

A me l’ok tecnico preventivo sinceramente sembra risibile. O seriamente si ritiene che sia utile introdurre un controllo preventivo della Corte costituzionale, ma allora va fatto sulla legge di stabilità e sul bilancio, oppure non lo si fa per nessuna. Anche qui: norma un po’ populista che manca di accuratezza e di congruenza.

Le modifiche al titolo V saranno comunque sostanziali. Sparisce la legislazione concorrente tra Stato e regioni, che aveva creato numerosi contenziosi negli ultimi anni, rallentando il processo legislativo.

La questione è molto semplice. La norma chiave è quella che stabilisce che quando lo Stato ha un interesse nazionale, può evocare a sé le competenze. La riforma decostituzionalizza l’autonomia delle regioni. Le regioni diventano alla mercé del Parlamento, unico organo titolato a stabilire cosa è di interesse nazionale e cosa no.

A proposito di Regioni, c’è l’attesa stretta sugli stipendi degli amministratori regionali, limitati e legati a quelli dei sindaci dei comuni capoluogo.

Ed è un’altra di quelle norme che hanno una motivazione ragionevole e una applicazione potenzialmente demagogica.

Sono cancellati invece i rimborsi a favore dei gruppi consiliari delle regioni, con la cosiddetta norma anti-Batman.

E’ paradigmatico del nostro Paese: si è incapaci di colpire l’illecito, quando accade, quindi si colpiscono indiscriminatamente tutti, lasciando senza risorse la politica. E se si lasciano i gruppi senza risorse, come fanno politica? Cercheranno altrove… Questo altrove può essere un altrove legittimo o ancora più illecito di quello che si mirava a contrastare.

Cosa direbbe al Ministro Boschi e al Presidente del Consiglio?

Vorrei dire che la tenacia è senz’altro una virtù, ma accanto ci vuole efficacia e completezza. In questa riforma ci sono debolezze sul piano dell’efficacia e certamente non è completa. Li sfido alla prova delle riforme vere, ad andare avanti con coraggio. Ma in una fase in cui tutta la politica era ferma, riconosco che qualcosa, eppur, si muove.

Aldo Torchiaro

L'Autore

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