Sogni, promesse volano... Ma poi cosa accadrà?

Gianni Rodari

Katerina Giannaki, la pasionaria con una vita di trincea per la Grecia

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Katerina GiannakiMetaforicamente, la considero la bandiera greca che sventola in quel di Roma. Katerina Giannaki divide la sua vita fra Poros, l’isoletta meta preferita degli Ateniesi in gita – quelli di un tempo, ora c’è poco da ‘giteggiare’ -, Atene e Roma, sua città d’adozione, essendoci arrivata da studentessa in Medicina alla Sapienza alla fine del 1970. Katerina era una dei molti studenti che sfuggiva, per motivi di studio, all’imperante regime dei Colonnelli, che esplicitava così il proprio controllo anche col numero chiuso alle nostre Università. Il suo percorso esistenziale intreccia esperienze e impegno politico e sociale, in patria – ma quale è la sua patria, vivendo da 45 anni part time anche in Italia? – e qui da noi, in un affresco che rende il racconto di questa donna energica e sincera davvero esemplare.

Dove sei nata, com’era la Grecia della tua infanzia?

C’è sempre la componente nostalgica che falsa i ricordi, dunque era tutto bellissimo, con gli occhi di oggi. Sono nata a Poros, isola molto vicina alla terraferma. Si dice che qui Teseo abbia nascosto la sua spada, celandola sotto una pietra. La situazione politica nel Paese era molto turbolenta, ma nella vita di una bambina e poi di una ragazzina, tutto questo poteva contare fino a un certo punto. Ero una adolescente molto curiosa, mi piaceva studiare e già da giovanissima accarezzavo l’idea di un lavoro medico, in particolare, di fare la geriatra e creare una casa di cura per anziani. Struttura che, dalle mie parti, non c’era. Anzi, non c’è neanche adesso. Mio padre aveva una grande passione per lo studio, forse perché aveva affrontato la difficile situazione di ritrovarsi orfano di padre e quindi di aver avuto molte traversie nello studio: mio nonno fu, infatti, dichiarato disperso nel 1922, allorché i Turchi scacciarono i Greci, insediatisi nell’Asia Minore. E’ forse per questo che, andando controcorrente rispetto alla mentalità dei tempi e malgrado che il colpo di Stato del 21 aprile 1967 avesse portato al potere i cosiddetti Colonnelli, un regime di destra estremamente duro, mi sostenne quando volli andare a studiare in Italia, cosa piuttosto complicata, in particolare per una donna. Avevo un punto d’appoggio in Italia, un suo familiare, Demetrios Vakalis, trasferitosi a Roma, intorno al 1965, per frequentare con una borsa di studio l’Istituto Centrale di Restauro.

Appena arrivata a Roma, immediatamente ti impegnasti in politica?

La colonia degli studenti greci in Italia, composta da almeno 20mila universitari, sparsi per il Paese e, dunque, anche a Roma, era in buona parte costituita da giovani impegnati a sinistra. Così fu per me, e la mia vita politica e associativa mi ha molto presa, tant’è che mi sono laureata con un certo ritardo. Scrivilo, per favore, non ho nulla da nascondere. Non ricordo un momento della mia vita, dall’Università in poi, in cui io non sia stata un’attivista politica. Tutta la mia storia personale lo racconta, una vicenda esistenziale travagliata che s’intreccia con le tappe storiche del mio Paese. Quando è stata abbattuta la dittatura, nel 1974, siamo stati liberati da una cappa di controlli assillanti, che monitoravano la nostra attività politica: le spie del regime tenevano d’occhio in particolare gli studenti e gli esuli. Venendo qui da te in redazione, son passata davanti al Teatro Sistina: con la mente son ritornata a quaranta e più anni fa, quando, proprio in quel teatro, ebbe luogo l’evento di mobilitazione contro la dittatura, intitolato “Per la Grecia libera”, organizzato da personalità come il grande musicista Mikis Thoedorakis, Alekos Panagoulis (NdR: attivista noto anche per la sua relazione con Oriana Fallaci) e tanti altri. Tale iniziativa richiamò un grandissimo pubblico e portò ancora di più l’attenzione sulla situazione della Grecia sotto i Colonnelli.

E dal 1974 in poi, cosa facesti?

Ho continuato ad impegnarmi, stavolta in maniera esplicita e non più clandestinamente. Approdai, quindi, nella Fgci, la Federazione dei Giovani Comunisti, dove militavano tanti esponenti che avrebbero percorso un cammino ai vertici della politica italiana, come Massimo D’Alema e Nicky Vendola. Militavo contemporaneamente nel Partito comunista greco e dall’86 ho fatto parte del Focsi, la Federazione degli stranieri in Italia. Nell’89, ho lasciato il Partito comunista per aderire più tardi a Synaspismos, la Coalizione della Sinistra, dei Movimenti e dell’Ecologia, fondato nel 1991, che è una sorta di ‘nonno’ di Syriza, il Partito dell’attuale premier Alexis Tsipras.

Rossa in tutto, anche nell’amore. E non solo simbolicamente. Con tuo marito, Basilis Primikiris, condividete la lotta politica sin dalla giovinezza.Katerina Giannaki

L’ho conosciuto nel 1972, ritrovandoci, per così dire, dalla stessa parte della barricata nella lotta contro la dittatura, entrambi qui studenti in Italia. Ho condiviso con lui tanti momenti di grande impegno, ma anche le gioie di essere tra i primi, nell’89, a celebrare il matrimonio civile presso l’Ambasciata greca a Roma e di essere i genitori del nostro meraviglioso Anastasios, anche lui militante di Syriza, anche lui studente all’Università ‘Sapienza’.

Un altro versante del tuo impegno pubblico è quello associativo. Come si è declinato?

Nel 2006, all’assemblea di Pafos, a Cipro, sono stata eletta componente del Consiglio dei Greci, unica rappresentante per l’Italia; nel 2005, invece, ero diventata componente del Forum mediterraneo a Barcellona, sui temi dell’emigrazione, della questione femminile; ci organizzammo per portare lì, presso l’Atelier della Cultura, una Mostra sugli artisti greci della diaspora. Già dai tempi della dittatura mi ero impegnata sulle questioni di genere; sono stata in prima linea nel movimento femminile, a cominciare dalla divulgazione della storia delle donne a livello internazionale, attraverso la rivista mensile ‘Dialoghi’. Ho lavorato per sostenere le ragioni dei greci all’estero, ma anche per ampliare sempre più l’ambito dei filoellenici, ovvero degli stranieri che amano la Grecia, l’apprezzano e ne tutelano la libertà. Ce n’erano tanti, ad esempio, sin dai tempi della dittatura dei Colonnelli.

Sei arrivata da pochi giorni da Atene. Il 12 maggio, giorno clou di scadenza degli impegni economici della Grecia verso le istituzioni finanziarie internazionali, è vicinissimo. Quale è, tu che sei così vicina al giovane leader Tsipras, la situazione?

Le scelte politiche neoliberiste hanno piagato la nostra società; in realtà, la crisi non è greca, ma la Grecia, la piccola Grecia, è stata usata dai colossi come una cavia. Il Governo odierno, con Alexis Tsipras premier e un governo di sinistra, in alleanza con Anel, affronta tantissimi problemi e difficoltà, giacché ha preso le redini di un Paese ormai ridotto in cenere, col 40% della disoccupazione, ovvero oltre 2 milioni di disoccupati, soprattutto donne e giovani, su una popolazione di 11milioni di persone. Tutto il dissenso, e non solo la sinistra, ha votato Syriza alle elezioni dello scorso gennaio. L’immigrazione si riversa sul nostro Paese per la stessa ragione per cui arriva in Italia, a causa delle regole di Dublino II: tutto ciò riduce il Mediterraneo ad un vero e proprio cimitero. Ricordando alla Germania quanto avvenuto a suo favore nel 1953, quando con l’aiuto dei Paesi alleati, Grecia compresa, riuscì a risorgere dalle rovine del dopoguerra, sarebbe il caso di trovare un accordo per la cancellazione del debito.

Una proposta che sembra avere molti avversari…

Noi non vogliamo uscire dall’Euro e nemmeno dalla Unione europea; secondo il Trattato di Lisbona, nessun Paese può essere espulso. L’unico caso previsto è quello di una richiesta del Paese stesso che dichiara di volerne uscire. Ci sentiamo figli di un Dio minore, giacché non abbiamo gli stessi diritti, pur essendo membri della stessa Comunità. Ad esempio, i tassi praticati alla Grecia sono ben diversi da quelli che ottiene la Germania, per un prestito internazionale.

State spingendo molto sul tema del risarcimento dei danni di guerra da parte della Germania.

Katerina GiannakiIl nostro portabandiera è lo stesso Manolis Glezos, il partigiano che, nel 1941, strappò la bandiera nazista che sventolava sul Partenone. Oggi, novantenne, eletto parlamentare europeo con 750mila voti, gira palmo a palmo la Germania in auto per sollecitare l’adesione degli stessi tedeschi alla nostra richiesta; si sono formati molti comitati di tedeschi filoellenici che appoggiano questa buona causa: è una questione etica, prima ancora che materiale, quella di cui si fa apostolo Glezos! Tsipras si sta dando molto da fare: da Vladimir Putin ha ottenuto che il metanodotto del gas russo passi anche per la Grecia, conquista d’incommensurabile valore per il Mediterraneo, quindi anche per l’Italia. E poi ci sono le enormi potenzialità delle ricerche petrolifere nell’Egeo. La volontà di mettere ko la Grecia potrebbe celare anche una manovra per impadronirsi di esse.

Annamaria Barbato Ricci

L'Autore

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