Ecco qual è il problema del futuro:
quando lo guardi cambia perché lo hai guardato.

Lee Tamahori

La strage di Tunisi. Gli enigmi del terrorismo targato Isis

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Perché? Ce lo stiamo chiedendo da ieri ad ora di pranzo, ovvero da quando hanno cominciato ad arrivare le tragiche notizie del terribile assalto terroristico di Tunisi, al Parlamento, prima, al Museo del Bardo, poi, con la scia di morti e feriti che s’è lasciato dietro. Era prevedibile? Come spiegarselo? FUTURO QUOTIDIANO ha incontrato Roberto Aliboni, consigliere Scientifico dell’Istituto Affari Internazionali (la Think tank fondata da Altiero Spinelli, leader nell’elaborazione di analisi sugli scenari internazionali), il quale ha una particolare competenza in materia di Nord Africa e Mediterraneo, giacché nel 1994 ha ideato e costituito la Mediterranean Study Commission (MeSCo), la rete degli istituti di politica e sicurezza internazionale dell’area mediterranea, trasformata in EuroMeSCo nel 1996.

Vi erano dei segnali precursori dell’attacco a Tunisi?

roberto-aliboni

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Le elezioni dello scorso ottobre avevano visto prevalere il partito laico Nidaa Tounes, da cui è nato l’attuale governo di coalizione che comprende anche una piccola componente del partito islamico, entrato nell’esecutivo con un Ministro e tre Sottosegretari. Nella stesura del programma di Governo, due erano i problemi capofila nella agenda d’azione: il rilancio dello sviluppo economico, per la crisi che ha colpito la Tunisia e la sicurezza. Che questa fosse il tallone d’Achille del Paese lo si sapeva da tanto, anche se nell’ultimo triennio precedente alle elezioni, le fazioni terroristiche avevano messo a segno due o tre attentati, andati a segno. Tutti, però, erano rivolti contro singoli leader politici.

Come mai secondo lei è stato attaccato un paese come la Tunisia?

Prima o poi questa ondata di azione terroristica estremista, che parte dall’Iraq e dalla Siria, doveva investire anche la Tunisia e probabilmente andrà avanti. Questo perché tra i i combattenti dell’Isis che stanno partecipando appunto alle azioni dell’Isis in Siria e Iraq ci sono circa 4 mila tunisini. Una delle percentuali maggiori di combattenti stranieri. Questi prima o poi tornano nel proprio paese, e tornano non solo per ragioni personali ma anche perché a questo punto vengono inviati per una strategia di espansione dello stato islamico; un’espansione iniziata in Libia, proseguita ora in Tunisia e poi forse nel resto del Nord Africa. E’ una vera e propria strategia, quella del ritorno, che consente all’ISIS di penetrare in tutto il Nord Africa. Io personalmente me l’aspettavo e non mi stupirei di un aumento della pressione jihadista anche in Algeria e Marocco.

I prossimi paesi che potrebbero subire un attacco sono Marocco e Algeria?

Sì perché la componente stranieri dell’Isis che viene dal Maghreb è molto importante, non so se sia maggioritaria, ma ha un peso rilevante.

Sono quindi tunisini, arruolati dall’Isis, gli autori dell’attacco di Ieri al Museo del Bardo?

Probabilmente sì, anche se non è escluso che ci fossero combattenti di altre nazionalità. Quello dell’Isis è un esercito internazionale. C’è però un ritorno di combattenti tunisini, così come accaduto in Libia, dove la massa dei combattenti dello stato islamico sono libici.

La scelta secondo lei era proprio quella di colpire il museo o il vero bersaglio era il Parlamento?

La versione ufficiale è che questo commando doveva attaccare il Parlamento ma non essendoci riuscito ha ripiegato sul museo. E’ possibile che sia così come però è anche possibile che il museo, anche come secondo obiettivo eventuale, non sia stato scelto a caso ma sia stato scelto seguendo questa ondata iconoclastica che ha investito pesantemente l’Iraq con la distruzione di vari siti archeologici e che continua a colpire l’archeologia come elemento emblematico nella visione di questi signori, di quello che l’Occidente rappresenta in termini anche di paganesimo e di abuso dell’immagine. Quindi diciamo che per ora non lo possiamo sapere.

L’attacco può essere anche semplicemente non contro il museo ma contro i turisti perché certamente questa cosa danneggia molto il governo tunisino.

L’obiettivo secondo lei era comunque quello di danneggiare la Tunisia e non tanto il mondo occidentale?

Le due cose possono essere legate. L’idea magari era di colpire entrambe. Il governo tunisino è un governo non molto differente da quello degli Stati Uniti e molto vicino all’Occidente e poi credo che lo stato islamico veda la partecipazione dei fratelli musulmani tunisini al Parlamento come un tradimento.

Sempre sul teatro africano, ma da un’altra area, in Nigeria, le milizie di Boko Haram stanno proclamando la loro adesione all’ISIS. Inquietante

museo-bardoNon c’è un legame organico, bensì un comune sentire che sviluppa la convenienza di Boko Haram di salire sul carro del vincitore. Nei fatti, si utilizza una strategia quasi di marketing, dove il brand ISIS (o Daesh, come è la siglia in arabo) è l’ombrello che copre tutti, come il franchising di un’agenzia immobilire; in questo caso l’intento è di spargere terrore. E’ lo stesso meccanismo a suo tempo messo in atto da al Qaeda: non vi è una centrale organizzativa a governare tutti gli attentati, vi è solo una consonanza ideologica.

La religione è davvero la molla di questa progressiva diffusione delle milizie ISIS o para ISIS o è semplicemente una bandiera sventolata artificiosamente?

Vi è certo un background religioso, ma la religione è strumentalizzata per perseguire fini politici locali. Boko Haram ha i suoi; al Baghdadi i propri: l’ideologia non funziona come elemento qualificante di questi movimenti. Le radici comuni sono, però, i problemi sociali ed economici irrisolti, dai prodromi lontani, che affondano nel colonialismo e che sono rimasti latenti, con un disagio che sobbolle da decenni per le interferenze delle multinazionali straniere nell’area e l’esistenza di regimi dittatoriali brutali, spazzati via all’improvviso, lasciando un vuoto dietro di sé.

Il risultato elettorale israeliano può aver influenzato negativamente e provocato un’inasprimento della situazione anche in altri paesi come la Tunisia?

Le conseguenze di queste elezioni sono tutte da vedere. Che cosa ne viene fuori anche. Chi ha vinto ha comunque una maggioranza inservibile perché deve fare una coalizione quindi questo si vedrà nel lungo termine. Sugli eventi attuali di ieri non ci vedo una connessione. Quello tunisino è un attacco che viene da più lontano.

Noi occidentali dobbiamo temere?

Non dobbiamo certamente sottovalutare questa forza islamica però tutto questo ci pone di fronte a delle scelte molto gravi e penose perché la tendenza alla deriva che ci sarà in Occidente porterà a preferire governi autoritari che proteggono più o meno la nostra sicurezza che non governi democratici.

Ora il turismo tunisino potrebbe avere delle ripercussioni negative ma c’è da avere paura veramente a partire per questo Paese?

E’ esagerato pensare che dal momento che l’Isis sta agendo in questi territori ora arriverà ovunque. Certamente è un fattore da controllare e sul quale occorrerà riflettere con molta cura. Insomma questo problema non è più lontano.

E’ sconsigliabile per lei partire ora per questi territori?

Per la Libia non bisogna assolutamente partire. Per la Tunisia una decisione del genere è ancora prematura. Per ora in questo Stato si può andare tranquillamente anche perché l’opinione pubblica locale è fortemente contraria a quello che è accaduto. 

Annamaria Barbato Ricci-Sara Pizzei

L'Autore

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