La gente ha sempre dichiarato di voler creare un futuro migliore.
Non è vero. Il futuro è un vuoto che non interessa nessuno.
L'unico motivo per cui la gente vuole essere padrona del futuro
è per cambiare il passato.

Milan Kundera

Milano, la città dove comincia il domani…

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milano Milano dove comincia il domani… Quale domani? A parte i disordini del primo maggio, che hanno riportato indietro agli anni ’70, grigi non solo per le riprese in bianco e nero ma per il piombo delle P38, le vene della metropoli sono percorse da scontri etnici, da bande di latinos, da individui deragliati che uccidono a colpi di ascia, di machete e di piccone. Azione e reazione della città di Sant’Ambrogio. Quella che, con oltre mezzo secolo di anticipo, era stata compresa e raccontata dall’unico vero maestro del noir italiano, Giorgio Scerbanenco. Lui, che a Milano ci arrivò dall’Ucraina e da Roma, immigrato ed extracomunitario anzitempo, almeno per parte di padre.

Ecco la mappatura dettagliata di un territorio che oggi i media vorrebbero rappresentare con i toni hollywoodiani di notiziari concepiti per fare spettacolo: «C’è qualcuno che non ha ancora capito che Milano è una grande città. Non hanno ancora capito il cambio di dimensioni, qualcuno continua a parlare di Milano come se finisse a Porta Venezia o come se la gente non facesse altro che mangiare panettoni o pan meino. Se uno dice Marsiglia, Chicago, Parigi, quelle sì che sono metropoli, con tanti delinquenti dentro, ma Milano no, a qualche stupido non dà la sensazione della grande città, cercano ancora quello che chiamano il colore locale, la brasera, la pesa, e magari il gamba de legn. Si dimenticano che una città vicina ai due milioni di abitanti ha un tono internazionale, non locale, in una città grande come Milano arrivano sporcaccioni da tutte le parti del mondo, e pazzi, e alcolizzati, drogati, o semplicemente disperati in cerca di soldi…».

Un tessuto urbano polverizzato nella modernità. Non lo analizza un sociologo, bensì Duca Lamberti, medico radiato dall’albo per aver praticato l’eutanasia a una vecchia signora malata di cancro e divenuto investigatore non ufficiale della Questura. Le sue sono divagazioni tratte da “Traditori di tutti”, sordido melodramma di sesso, armi e vendette di guerra che nel 1968 valse a Scerbanenco il “Grand Prix de la Littérature Policière”. Lo stesso Lamberti individua la morale atroce della città più genuina nell’ultimo romanzo della serie. “I milanesi ammazzano al sabato” recita, evocando il titolo. Spiegando poi: «Perché gli altri giorni lavorano». Chi delinque nei giorni feriali, non appartiene alla specie meneghina, è parte di un’umanità marginalizzata che gravita sulla città come uno sciame di api al miele. Nella metropolitana milanese convivono il circo giovanile delle nuove tendenze, in successione da un mese all’altro, e la posata sobrietà dei pendolari, che lavorano e si servono del mezzo per spostarsi lungo percorsi che segnano le loro esistenze.

La Milano violenta dei branchi odierni non diverge affatto da quella del boom economico. Echeggiano ancora gli spari della rapina in via Montenapoleone, il protagonismo a mano armata della milanobanda Cavallero, il lato sanguinario di quella che un altro scrittore, Giovanni Commisso, chiamò “capitale mancata”. Scerbanenco, morto nell’estate del ’69, ambientò nel capoluogo lombardo innumerevoli racconti e i quattro romanzi con Duca Lamberti. Il quale, sotto la qualifica ufficiale di “confidente”, ottiene un ufficio e degli uomini. Nella storia d’esordio, “Venere privata”, sventa una tratta di bianche. In “Traditori di tutti” risolve un omicidio che ha radici nella resistenza. Quindi si addentra nello squallido mondo della prostituzione con “I milanesi ammazzano al sabato”. Infine risolve un caso di stupro plurimo in “I ragazzi del massacro”. Il tutto negli anni del benessere generalizzato, dello sbarco sulla Luna, dei governi paternalistici che cadono uno dopo l’altro ma senza mai mettere in discussione il “welfare state”.

La Milano di Scerbanenco sembra ancora più terribile di quella attuale. Già piena di criminalità straniera: non si usava ancora l’aggettivo “extracomunitario”. Come d’altronde doveva essere per l’unica metropoli italiana con vocazione e necessità cosmopolita. La forza di perno industriale le deriva proprio dallo sviluppo in senso globale, dalla demografia multietnica. Prima ancora di rumeni, albanesi, cinesi, cingalesi e altri: pugliesi, napoletani, calabresi, siciliani. Gli immigrati nostrani Scerbanenco era bravo a coglierli ciascuno nel tipo di malefatta più congeniale alla terra e alla cultura di provenienza. Con nessuna concessione al razzismo, ma neppure al “politically correct”.

Logico che tanto materiale narrativo fornisse poi i soggetti al cinema poliziesco degli anni ’70. Bisogna riconoscere a un regista, guarda caso pugliese, il foggiano Fernando Di Leo, la capacità di aver tradotto Scerbanenco sul grande schermo con una forza visuale per certi versi anticipatrice e tracimatrice di Quentin Tarantino. Lo sguardo nutrito dall’asse dell’emigrazione teso sulla linea ferroviaria Lecce-Milano si tramuta in carica visuale narrativa. “I ragazzi del massacro” (1969), riversa in immagini tutto l’esplicito del libro, senza tuttavia concedere nulla di gratuito al sesso, che non è l’epicentro di una storia snodata sul filo della vendetta: gli stupratori sono inconsapevoli manovali di una mente fredda e determinata.

“Milano calibro 9” (1972) è un autentico cult, comprese le musiche di rock sinfonico di Luis Enriquez Bacalov e i napoletani “Osanna”. Una miscela che resterà ineguagliata nel successivo filone cinematografico di “Milano violenta”. Come pure un pezzo a sé è “La vittima designata” (1970), di Maurizio Lucidi, non tratto da Scerbanenco però analogo nel clima di sotteso maleficio che avvolge una Milano alla Hitchcock. Tra l’altro, fu quella pellicola a inaugurare il connubio complesso-orchestra con “Concerto grosso per i New Trolls”, il cui adagio decadente e disperato coglie la melanconia di certe mattinate invernali sotto il Duomo come nessun cronista d’assalto saprà mai fare. Anche altri due romanzi del ciclo di Duca Lamberti sono stati trasposti per il cinema, nel 1970.

milanoDa “I milanesi ammazzano al sabato” Duccio Tessari ha tratto “La morte risale a ieri sera”. Mentre “Venere privata” ha interessato addirittura i francesi, monopolisti del noir, con la pellicola omonima diretta da Yves Boissett e la figura di Lamberti affidata a Bruno Cremer, poi interprete di Maigret. Anche la Milano di Dino Buzzati non è diversa. Se si sfoglia il romanzo “Un amore”, dove peraltro è nuovamente di scena la prostituzione, ecco di nuovo quel respiro di inquietudine collettiva, di civiltà che va oltre la collina ai margini del paese, tanto tipica di certo paesaggio peninsulare. O meglio ancora i fumetti. La Valentina di Crepax si muove in una Milano tortuosa non solo nella scansione delle vignette. Si sente il respiro ansante di una realtà complessa, già proiettata verso il 2000 dal cuore di quegli anni ’60 che paiono ora così lontani mentre sono solo l’altro ieri. Non sarà la prima volta che la letteratura frutto di un talento individuale serve più delle statistiche e della sociologia.

Enzo Verrengia

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