Ecco qual è il problema del futuro:
quando lo guardi cambia perché lo hai guardato.

Lee Tamahori

OPERAZIONE IPPOCRATE: PEACE KEEPING, SOFT POWER, MAI DIRE GUERRA

0

Una lettera di aiuto inviata a Renzi dal Premier Libico Fayez-Al  Sarraj lo scorso agosto, ha messo in moto il mondo politico italiano. Il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni insieme al Ministro della Difesa Roberta Pinotti, il 13 settembre hanno annunciato alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato che l’Italia costruirà un ospedale militare da campo presso l’aeroporto di Misurata.

L’operazione “Ippocrate” ha detto il Ministro Pinotti, non è una operazione militare ma un intervento di carattere umanitario e coinvolgerà una nave già al largo delle coste libiche nell’ambito del dispositivo “Mare Sicuro”, un aereo C28J per eventuali trasporti urgenti, e 300 militari: 60 tra medici e infermieri, 135 per il supporto logistico, e 100 unità per la “force protection”.

In uno scenario geopolitico globale caratterizzato da nuovi equilibri “l’impegno multilaterale non è una opzione ma una necessità” ha affermato il Ministro Gentiloni, intervenendo in un dibattito al Centro Studi Americani, ed ha aggiunto che “in Libia, dove stiamo cooperando con gli Usa a tutti i livelli: diplomatico, logistico, d’intelligence e militare l’Italia costruirà un ospedale militare, poiché la politica italiana del soft power può essere uno strumento valido per concorrere alla risoluzione di problemi purtroppo tuttora aperti quali il terrorismo e l’Isis”. Non ha dubbi, Giuliano Amato, giudice costituzionale, ed ex presidente del Consiglio, nell’affermare che con l’amministrazione Obama, gli Stati Uniti continuano ad avere la prima forza militare al mondo, ma hanno dimostrato di cercare soluzioni alternative all’uso dello strumento militare.

Italia: Documento programmatico 2016 della Difesa

In Italia le spese destinate al comparto di difesa militare continuano a crescere. Ogni giorno 13 milioni per nuovi armamenti: i cacciabombardieri, gli F-35, portaerei e nuove fregate fanno da padrone: 48 milioni al giorno per spese militari. Il documento programmatico pluriennale della Difesa (2016-2018) ha stanziato 13.6 miliardi di spese nel 2016 (carabinieri esclusi), l’1,3% in più rispetto all’anno scorso. Cifra che sale a 17.7 miliardi se si considerano i finanziamenti del Ministero dell’Economia e delle Finanze alle missioni militari e ai programmi di riarmo, (dati tratti su “il Fatto Quotidiano” del 2 giugno 2016), escluse le missioni all’estero.

Ad aprile scorso i militari italiani impegnati all’estero per operazioni di “peace keeping” e “peace enforcing”erano 9.153 per un totale di 25 missioni. Si tratta di contingenti grandi e piccoli, dai 3.820 impegnati nella Kfor in Kosovo, ai 3 della Monuc in Congo, e al solo militare della missione Unikom in Iraq. Oltre alle missioni in corso, il nostro Paese ha partecipato, in passato, a molte altre missioni, ora definite “concluse” tra le quali, la missione in Ruanda, in Mozambico, in Namibia, in Somalia ed altri interventi minori.

Dalla fine della seconda guerra mondiale l’Italia ha partecipato a 108 missioni militari fuori dai confini nazionali, tutte ufficialmente aderendo agli stretti vincoli costituzionali dell’Art. 11, ossia sul “ripudio della guerra”, e sulla disponibilità a contribuire a missioni plurinazionali di ristabilimento della pace in accordo con il capitolo VII° della Carta dell’Onu (Limes 15.05.07). 62 sono gli Stati attualmente coinvolti in guerre internazionali o interne, ai quali si debbono sommare i cartelli della droga, i gruppi indipendentisti e le milizie operanti negli scenari di guerra. La vendita di Armi e le spese militari dopo circa 3 anni di stasi hanno ripreso ad essere assoggettate alle richieste del mercato. Le spese militari crescono perché sono un affare.

Le spese militari nel mondo

Soltanto nel 2015 sono stati impiegati a livello mondiale 1.676 miliardi di dollari per eserciti e acquisto di armi. Nel conteggio della Rete Disarmo e del Sispri di Stoccolma non figura il fitto mercato clandestino. I primi 15 Paesi hanno speso per eserciti e armi almeno 1.350 miliardi di dollari (81% del totale). In testa gli Stati Uniti che con 618 miliardi di dollari contribuiscono al 36% della spesa militare complessiva, in diminuzione rispetto agli impieghi degli anni precedenti, dopo il progressivo ritiro delle truppe americane dall’Iraq e dall’ Afghanistan. A seguire la Cina, che ha visto una crescita annuale del 7,4% per complessivi 214,485 miliardi di dollari, e l’Arabia Saudita che nel 2015 ha fatto crescere del 5,7% le proprie spese militari lievitate ad oltre 87miliardi di dollari, la Russia con 66 miliardi di dollari, l’India, la Francia. In 12° posizione nella classifica mondiale l’Italia dove il Sispri stima una spesa militare complessiva di circa 24 miliardi di dollari pari ad una quota del 1,4% a livello mondiale. Nel 2015 gli alleati europei della Nato hanno speso 253 miliardi di dollari che dovrebbero essere incrementati di altri 100 miliardi di dollari per essere in linea con gli accordi che prevedono una spesa pari al 2% del Pil, mentre il loro contributo attuale si attesta intorno all’1,43% del prodotto interno lordo.  La spesa militare mondiale è in crescita dal 2001, con un aumento del 50% e le cifre fornite dal Sispri sono relative soltanto ai bilanci statali: sfuggono quindi, i valori delle forniture di armi a titolo gratuito e i traffici clandestini di armi piccole e leggere.

 

La situazione in Occidente e in Asia

Gli Stati Uniti d’America e la Cina fanno da padroni per flotte aeree, navi, armi nucleari, eserciti. Ma le spese degli armamenti in Occidente (Europa e Stati Uniti) a causa della crisi economica e della diminuzione del prezzo del petrolio, hanno subito proporzionalmente una diminuzione, che ha comportato una riduzione degli investimenti militari sugli scenari di guerra. Il Paese che ha incremento invece è la Russia con il 7,5% per un totale di 66 miliardi di dollari. La Cina, che spende in armamenti 215 miliardi di dollari, non ambisce però ad imporsi come superpotenza mondiale, ma sembra preferire operare con organismi multilaterali come il G20, che riunisce i 20 Paesi, che nel loro insieme rappresentano quasi il 90% del Pil mondiale, piuttosto che entrare in competizione diretta con gli Stati Uniti, come potenza militare.

Politiche diverse, stessi risultari

Per il Presidente Cinese Xi Jinping “un esercito forte permette di entrare in azione ad ogni momento, ed è cruciale nella costruzione della stabilità a lungo termine di tutto il Paese. Le nuove esigenze geostrategiche impongono soluzioni più innovative: la meccanizzazione e l’informatizzazione contribuiscono a rendere più efficiente e a rafforzare il sistema militare. Allineare la tecnologia militare cinese a quella degli altri eserciti nel mondo è sogno della Cina.

Uno dei principali meriti di Obama invece è quello di aver determinato un passaggio dall’Hard Power al soft power”. In passato gli Usa per risolvere le controversie internazionali usavano lo strumento militare, oggi non è più così. Pur essendo la prima forza militare al mondo Obama sta cercando soluzioni alternative all’uso di questo strumento. Una forte comunanza di idee in merito esiste tra l’amministrazione Obama e quella di Renzi. L’Italia è stata antesignana della posizione assunta dagli Stati Uniti e ad oggi la sta sostenendo molto più degli altri.

L'Autore

Lascia un commento