La gente ha sempre dichiarato di voler creare un futuro migliore.
Non è vero. Il futuro è un vuoto che non interessa nessuno.
L'unico motivo per cui la gente vuole essere padrona del futuro
è per cambiare il passato.

Milan Kundera

Perché Hong Kong. La necessità della distanza

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Da sette anni a questa parte, vivo a Hong Kong. Non era nelle mie prime intenzioni rimanervi così a lungo. La partenza da Roma – dove avevo famiglia, casa, e persino un lavoro stabile – posso solo descriverla come un gesto impulsivo, giovanile, improvviso. Se non ora, quando? pensai, come fanno in molti. Roma tanto non cambia. Non mi perdo nulla se la lascio per un anno o due.

“Ma perché Hong Kong? È tanto lontana!” protestarono alcuni tra i miei amici. “E poi tu il Giapponese non lo parli neanche…” disse un altro. Io li rassicurai che una volta allacciata la cintura e spento il cellulare, 4-5 ore in aereo non sono tanto diverse da 11-12, e che Hong Kong non si trova in Giappone, bensì sulla costa sud della Cina. (Restituita al governo Cinese nel 1997, l’ex colonia britannica mantiene tuttavia lo status di Special Administrative Region, con propria legislazione e proprio conio, e rimarrà così per altri 33 anni fino al 2047.)

HK è per questa sua storia una delle città più anglofone dell’Estremo Oriente: ci si può approdare tranquillamente senza saper parlare Cantonese (cugino complicatissimo del Cinese Mandarino, lingua ufficiale della Cina continentale). Quando vi arrivai nel 2007, la trovai nella sua forma attuale: una New York dell’Est, una metropoli di 7 milioni dove s’inverte il rapporto dimensionale tra Chinatown ed il resto della città, ed al suo cuore, una crescente comunità internazionale di Europei, Americani, Australiani, e anche una valida rappresentanza Italiana.

E come nella NYC degli anni ‘80, il tempo qui è accelerato, compresso, multi-strato. I rapporti sociali e professionali si sviluppano parallelamente con una rapidità vertiginosa, come anche i progetti, il business, e le iniziative di qualsiasi tipo. Si percepisce una sorta di democrazia apolitica, una linearità pulita tra il lavorare sodo, l’avanzamento, e il vivere bene. Il far succedere tante cose simultaneamente.

L’Italia mi manca, come manca a tutti i suoi figli che se ne vanno, dal primo istante, fino all’inevitabile, ricorrente, e necessario (per quanto temporaneo) ritorno a casa. Dell’Italia mi mancano soprattutto il senso di umanità, il “keeping it real” come dicono gli Americani, e la sua cultura millenaria che nonostante tutto ci ha raffinato e viziato al punto di diventare un popolo amato ed invidiato da tutto il mondo.

Ma ora, più che mai, il paese che amo è pervaso da un’autocritica che quasi ci paralizza in modo totale. Sentirci ad un tratto come gli zimbelli di questo nuovo e strano club chiamato Europa non ci dona, e ci rende difficile capire veramente chi siamo. Crisi d’identità.

Invece in Asia mi rendo conto della realtà: siamo fortissimi. Più che mai sappiamo cos’è il giusto e cosa no, più di tutti sappiamo distinguere la vera qualità (del pensiero, delle idee, del design, del cibo, e di come si vive) tra il marasma grigio di falsità che le mega corporazioni del mondo globalizzato ci spingono addosso tramite le loro campagne di marketing. Questa è la nostra eredità, questo il nostro spirito nazionale, il know how Italiano.

Più lontani si va dall’Italia, e più diventa chiaro quanto abbiamo ancora da dare al mondo, quanto il mondo ci voglia bene e ci rispetta per tutto quello che abbiamo raffinato nei secoli. Il vero senso delle cose.

L'Autore

Hong Kong

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