"Tutto è fatto per il futuro, andate avanti con coraggio".

Pietro Barilla

Petrolio, gas e lingerie

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Questo è l’ennesimo blog sulla Russia contemporanea, che spero che duri, per l’attenzione dei lettori o per clemenza del direttore, il maggior tempo possibile. Sicuramente di informazioni su questa parte di mondo che si trova ad Est non mancano sia sul web che sulla carta stampata. Questa finestra nell’intezione del suo autore avrà però un taglio diverso: raccontare, quando è possibile con un pizzico di ironia, quello che accade sotto il punto di vista politico, economico e culturale, in una parola nella Società, di questo immenso paese che nei suoi confini orientali guarda al Giappone, alla Corea e alla Cina ma la cui capitale dista da Roma poco più che tre ore di volo.
Verrà da chiedersi: perché questo titolo? Cosa avranno in comune il petrolio, il gas e la biancheria intima femminile? Fugo subito il dubbio e la facile battuta sulla possibilità di considerare, sotto certi aspetti, l’indispensabile indumento quale una fonte di energia, dicendo che non hanno in comune assolutamente niente; ma il semplice fatto che aspetti della vita sociale legati ad interessi non sicuramente di importanza geostrategica rilevante, come quelli legati alle materie prime, possono aiutare a capire meglio il paese e sentirlo meno lontano.
Appena due settimane fa, l’1 luglio 2014, è entrato in vigore il regolamento tecnico dell’Unione doganale (tra la Federazione Russa, il Kazakistan e la Bellorussia) “Sulla sicurezza dei prodotti dell’industria leggera” del 2012 che vieta la produzione, l’importazione e la vendita di biancheria intima di pizzo (caratterizzata da una certa percentuale di fibra sintetica). L’introduzione di questa divieto ha subito destato lo scalpore tra normali cittadini ed esperti, che in maniera pressocché univoca hanno liquidato come bizzarra la novella normativa.
Sono state condotte dei sondaggi volti a raccogliere opinioni ed umori della comunità scientifica e degli “operatori” del settore. Tutti si sono espressi contro l’utilizzo di materiali sintetici per la produzione di un particolare tipo di indumenti che Sant’ Agostino chiamava interiora lintea vestimenta. Elena Uvarova, ordinario di Ostetricia e Ginecologia dell’Università di Medicina “Sechenov” di Mosca, pur equiparando gli effetti che un indumento di tal fatta ha sulla pelle dell’individuo a quelli prodotti da un aderente sacchetto di cellofan, ha commentato negativamente il lavoro prodotto dal legislatore russo, dicendo che la Duma dovrebbe occuparsi di altro. Il prof. Schlegov, direttore dell’istituto nazionale di sessuologia, è ricorso ironicamente a una teoria del complotto per spiegare il singolare provvedimento. Nello specifico secondo secondo lo scienziato del sesso, all’interno della Duma vi sarebbe una categoria di deputati illuminati che cerca di screditare con iniziative normative di tal fatta il parlamento russo al fine di espellere da esso gli elementi più conservatori e retrivi dei rappresentanti del popolo. In maniera più frettolosa, ma non meno saggia (chi non si ricorda il modo di ragionare di una rappresentante “del mestiere più antico del mondo” incontrata dal protagonista di una famosa canzone di Lucio Dalla), Olga Pretenzia, coreografa di streaptease, ritiene assurda questa legge poiché dipende dalle caratteristiche dermatologiche del singolo individuo poter indossare o meno questi indumenti e in ogni caso “che senso ha occuparsi di queste cose se poi lo scopo di questi indumenti è quello di essere tolti”, afferma la coreografa. Con un ragionamento da fine giurista Lana Anaconda, di professione streapteaser, criticando un’attività legislativa di tale tenore in un paese in cui il potere legislativo dovrebbe occuparsi di ben altri problemi, si domanda, posto il divieto di importazione, commercializzazione e produzione, se l’uso sia consentito e se così non fosse a chi il potere di controllare il rispetto della legge. I giuristi americani direbbero che v’è un problema di enforcement della legge.

 

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