Che ognuno avrà il futuro che si conquisterà.

Gianni Rodari

Io professore, spero che “La buona scuola” di Renzi non sia l’ennesimo annuncio

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Una scuola che vuole educare allo spirito critico e alla laicità, condizioni indispensabili per la formazione del citizen, non può far capo a una istituzione che continua a chiamarsi “Ministero dell’Istruzione”. Nei paesi che si rispettano il nome dell’istituzione rinvia sempre alla cultura, all’educazione, mai all’istruzione. “Ministry of Education”. “Bildulgsministerium” “Ministere education nationale”. Educazione, formazione. Non  istruzione, che è sinonimo di addestramento, ammaestramento, termini riduttivi che non alludono per niente allo sviluppo armonico e libero della personalità individuale, come auspica la nostra carta costituzionale. Nessuno dei riformatori della scuola italiana succedutisi nel tempo ci ha mai pensato, meno che mai la Gelmini, che con la sua riforma “epocale” ha inteso cambiare tutto per non cambiare niente.

Ora a distanza ravvicinata, appena svoltato l’angolo, una nuova definizione per una nuova riforma: “la buona scuola” della riforma Renzi. Se si ama veramente la scuola, come istituzione pubblica, e la si guarda come al motore principale dello sviluppo socio-culturale di un popolo, se si pensa alla  sacralità del suo compito, alla delicatezza del suo funzionamento, e in particolare all’anima che la sottende, non si può fare a meno di rimanere un attimino perplessi di fronte all’ ennesima rivisitazione della sua impalcatura pedagogica, che manca di affondare  lo sguardo al cuore del problema. Che rischia di farle violenza ancora una volta nonostante le buone intenzioni. Perché in fin dei conti la continua innovazione di un sistema che disattende di curarne la malattia, è una innovazione alla cieca. Intanto per tante ragioni diverse, oltre che “per la stanchezza di infiniti dibattiti stagnanti” (Zoro, il Venerdì 26.09.14), abbiamo finito per scegliere Renzi.  Gli stiamo dando fiducia e dobbiamo augurarci che questa riforma non sia un altro proclama vuoto. Ma perché questo non succeda è d’obbligo essere presenti ai lavori di ristrutturazione e spingere nella direzione di poter rendere “piene” quelle parole che sono state annunciate alla presentazione della sua “buona scuola”, dove dichiara che le scuole devono essere i luoghi “dove si pensa, si sbaglia, si impara”. 20140909_530

Parole sacrosante. Mi chiedo però come riempirle di contenuti concreti per non rischiare seriamente la solita solfa. Esiste un’unica strada a tale proposito, sperimentata in anni di lavoro in prima linea: la particolare e approfondita formazione dei docenti, senza la quale non sarà possibile alla scuola fronteggiare l’annosa piaga che l’affligge, l’insuccesso scolastico, il disagio, il disamore per lo studio. La maggior parte dei docenti, seppur ben preparati e ottimi soggetti detentori di sapere (quelli meritevoli, dando per scontato che quelli impreparati non sono docenti ma scalda-sedie) presentano purtroppo scarsissime competenze negli aspetti affettivo-relazionali ed emotivi dell’apprendimento, mancano cioè di una particolare e approfondita formazione in tal senso. Particolare e approfondita formazione quindi non sta qui a significare – ancora una volta – frequenza pedissequa da parte dei docenti dell’ennesimo corso di formazione centrato sui presupposti teorici della disciplina che essi andranno a insegnare. Deve significare invece una formazione che li faccia crescere umanamente e professionalmente all’altezza del compito, attraverso un lavoro fatto su se stessi, quali soggetti emotivamente adulti in grado di gestire i conflitti interni e le dinamiche che emergono via via  intorno all’asse portante dell’apprendimento, che è la relazione docente-alunno. Quella relazione magica attraverso cui passa il nutrimento del sapere. In effetti non c’è altra via. Se quella relazione è buona, allora anche la scuola sarà una buona scuola. “Il processo di apprendimento è analogo al sistema digestivo: assumere, digerire, assorbire, produrre” (I.S. Wittenberg -Tavistock London Clinic-Adolescent Department). La natura della relazione madre-bambino (qui leggi la natura della relazione insegnante-alunno) formerà la base di tutte le sue successive esperienze: introiettare, trattenere, elaborare, restituire, sia ad un livello mentale che somatico-emotivo. Dell’essere in grado di crescere ed essere serenamente all’altezza di un compito non facile: vivere in una società sempre più complessa, che richiede appunto, secondo i presupposti pedagogici della buona scuola, sopra richiamati, alte competenze relazionali oltre che squisitamente professionali.

E inoltre che cosa dovrà significare secondo la buona scuola promuovere “un investimento di tutto il paese su se stesso” sempre nelle parole di Renzi? Per noi nient’altro che investire seriamente e concretamente, senza voli pindarici, nella suddetta formazione della classe docente e nella restituzione della dignità in primis alla persona del docente e alla sua funzione.  Il docente è l’anima del sistema scuola. Se lo Stato non riconosce questo, conferendo dignità istituzionale alla sua di per sé già (si spera) assodata dignità personale e professionale, consentendogli di esercitare professionalità e umanità in un ambiente – fisico e psichico – confortevole, che favorisca il pensiero, la riflessione, la discussione, lo scambio di opinioni, la dovuta attenzione ai contenuti del suo lavoro, non ci potrà essere nessun cambiamento che tenga e che possa connotare la nostra scuola come una scuola di qualità. Funzione e riconoscimento della funzione in attività che hanno a cuore la cura della persona umana (leggi: la crescita umana e culturale degli alunni) dovrebbero camminare di pari passo. E qui la vexata questio (solo italiana) della retribuzione dei docenti italiani. Dare il giusto riconoscimento economico a certe attività, che non finiscono con la fine dell’orario di lavoro, ma vanno oltre e sfociano e connotano inevitabilmente la vita privata di un docente, oltre a fare da contrappeso all’impegno e alla cura dei compiti da eseguire, sarebbe indicativo di quanto esso (lo Stato) avrebbe a cuore l’autentica efficienza ed efficacia del servizio, cioè la citata qualità, non soltanto sulla carta patinata di una brochure, ma nella vita concreta del suo organismo. Fino a quando non si produrrà questo cambiamento nella mentalità dei nostri governanti (e prima ancora nella mentalità degli italiani), la nostra scuola sarà costretta ad arrancare, a contare sulla buona volontà di pochi operatori, sul loro senso di responsabilità e talvolta anche sulle loro particolari capacità personali. Rimarrà sempre per così dire nella condizione di una scialuppa in mare aperto affidata alla sorte, e non assurgerà mai a sistema educativo di uno stato moderno.

Nicola Corrado

Docente di Lingua e letteratura tedesca, Formatore e Consulente in Orientamento Scolastico e Professionale, Pedagogista Clinico ed Esperto nei Disturbi dell’Apprendimento

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2 commenti

  1. Antonio Sorbo il

    Nic.condivido pienamente il contenuto ma non le speranze.questo governo,si serve solo di annunci e slogan.

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