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Rainer Maria Rilke

Rapporto-choc. I kuwaitiani? “Consumano” sei pianeti

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La mano umana continua a fare del male al pianeta. I dati che arrivano dal Living Planet Report del Wwf e dalla Zoological Society di Londra sono allarmanti: in 40 anni le specie si sarebbero dimezzate.

living planet reportIl Living Planet Report ha diffuso dati allarmanti

Il team della società zoologica effettua rilevamenti una volta ogni due anni, ma questa volta ha migliorato la metodologia, e la nuova relazione, che si basa su 10.380 popolazioni animali, tra cui 3.038 specie diverse, apre a panorami inquietanti: afferma infatti che le specie di mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci sono diminuite in media del 52%. Dagli elefanti di foresta dell’Africa, alle tigri dell’India e anche ai grandi squali bianchi, la fauna selvatica sta perdendo la battaglia per la sopravvivenza in tutto il mondo. Sono però le specie di acqua dolce ad aver subito il danno peggiore con un picco impressionante del 76%, il doppio di quello di animali di terra e animali marini. Entrambe le zone temperate e tropicali del globo hanno registrato perdite fortissime, ma nelle regioni tropicali, soprattutto in America Latina, i cali della fauna selvatica sono stati ben più gravi, con cifre che si aggirano intorno al 30%.

L’uomo è il diretto responsabile

Qualunque siano i numeri, sembra chiaro che la fauna selvatica continui a essere distrutta dalle attività umane. Gli esseri umani tagliano gli alberi più velocemente di quanto possano ricrescere, raccolgono più pesce e emettono più carbonio di quanto oceani e foreste siano in grado di assorbire. Il cambiamento climatico oggi inarrestabile ha sicuramente reso il pianeta più instabile e ha avuto un ruolo importante, ma mai quanto quello assunto dall’uomo, che resta la causa preponderante. E il crescente bisogno di terre e risorse sta lasciando delle impronte indelebili.

Si vive oltre i propri mezzi. Il Kuwait davanti a tutti

I dati dimostrano che si sta vivendo oltre i propri mezzi. Circa la metà delle 152 nazioni studiate nel rapporto vivono oltre le capacità del pianeta. L’impronta ecologica dei paesi ad alto reddito è cinque volte più grande di quella dei paesi a basso reddito. Cina, India, Stati Uniti, Brasile e Russia, in particolare, costituiscono quasi la metà dell’impronta ecologica del mondo. Se si vivesse invece come gli australiani sarebbero necessari 3,6 pianeti come la Terra per sostenere le esigenze e assorbire l’impatto. Ma i kuwaitiani hanno avuto di sicuro maggior voce in capitolo, infatti consumano e sprecano più risorse di qualsiasi altra nazione, avrebbero bisogno addirittura di 6 pianeti, il Qatar di 4,9 pianeti e gli Emirati Arabi di 4,5 pianeti, per l’Italia “basterebbero” 2,6 pianeti, mentre l’America si posiziona all’ottavo posto. Molti paesi più poveri – tra cui l’India, l’Indonesia e la Repubblica Democratica del Congo – hanno avuto invece un’impronta ecologica che è ampiamente entro la capacità del pianeta di assorbire le loro richieste.

living-planet-report-wwfÈ troppo tardi?

Per il Living Planet Report potrebbe essere ormai troppo tardi: il ritmo e la portata del cambiamento stanno disegnando per il pianeta un destino forse irreversibile. L’unica speranza per arrestare il declino è di assumere uno stile di vita ecosostenibile. La scelta d’altronte resta dell’uomo. “È essenziale che cogliamo l’occasione – mentre siamo ancora in grado – per sviluppare la sostenibilità e creare un futuro in cui le persone possano vivere e prosperare in armonia con la natura”, ha affermato Marco Lambertini, il direttore generale del Wwf International in una videointervista disponibile sul sito del Wwf. “Preservare la natura non è solo proteggere i luoghi selvaggi, ma anche salvaguardare il futuro dell’umanità”. Ne va della nostra stessa sopravvivenza.

 

Ilaria Pasqua

L'Autore

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