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Gianni Rodari

Reportage sulla marcia della capitale per il genocidio armeno

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Una marcia lenta e pacifica, colorata dal rosso-blu-arancione di decine e decine di bandiere armene. Dolore, speranza, desiderio di verità: la manifestazione organizzata a Roma il 24 di aprile dal “Comitato per il centenario del genocidio armeno”, è stata tutto questo e ancora di più. La gente è venuta da diverse regioni d’Italia ma anche da fuori, perché non si dimentichi e non si nasconda l’orrore del “primo grande genocidio del XX secolo”, per usare le parole dello stesso Papa Francesco, che tanto hanno fatto infuriare il governo di Ankara negli ultimi giorni.

C’è un gruppo di curdi, ad esempio. “Siamo venuti per portare la nostra solidarietà agli armeni – ci spiega una ragazza venuta dal Rojava, il Curdistan siriano – anche noi donne curde di Kobane, proprio come le armene che nel 1915 sopravvissero al genocidio, siamo caparbie e combattenti e non ci arrendiamo per difendere la salvezza del nostro popolo”.

genocidioDi rappresentanti politici, invece, di quella politica che spesso si è dimostrata assente e sorda alla questione armena, non se ne vedono molti. Ma le istituzioni italiane stanno facendo abbastanza per commemorare questo centenario? A risponderci c’è Tommaso Giuntella, giovane Presidente del Partito Democratico romano, in prima fila nel corteo dall’inizio alla fine della manifestazione: “Credo che l’Italia potrebbe fare di più, credo che ci siano troppi imbarazzi. E’ imbarazzante vedere che le persone non chiamino le cose con il loro vero nome: cento anni fa ci fu un vero e proprio genocidio, bisogna dirlo senza avere timore delle ripercussioni sui rapporti con altri paesi. La Germania ci ha insegnato cosa significhi elaborare le proprie responsabilità e fare i conti con il proprio passato. Non esiste mediazione e non c’è diplomazia quando si parla di giustizia ed ingiustizia”.

Tra le persone che sfilano, ci sono anche molti discendenti di sopravvissuti al massacro, che portano orgogliosi le
bandiere ma anche il peso di ricordi dolorosi e incancellabili, come Satenig Gugiughian. “Mio padre è stato deportato nella primavera inoltrata del 1915 – racconta la donna con visibile emozione ma senza smettere di marciare – i turchi entrarono a cavallo dentro casa, fecero irruzione nel giardino e cominciarono a sterminare tutti i membri della famiglia, uno dopo l’altro.

Hanno ammazzato i nonni, la servitù e due dei fratelli di mio padre. Il più piccolo, che riposava su di un’amaca, genocidioaveva solo 9 mesi e lo hanno preso e sbattuto al muro”. Il corteo arriva nel tardo pomeriggio davanti al sagrato della Chiesa Armena di San Nicola da Tolentino, dove vengono deposte corone di fiori colorati sotto la targa in marmo che, nella piazza, ricorda il “Metz Yeghern”, il “Grande Male”, come definiscono gli stessi armeni il genocidio. Durante una solenne messa, celebrata secondo il rito armeno dal rettore del Pontificio Collegio armeno di Roma, vengono distribuite a tutti delle rose bianche. Candide come le anime delle vittime di tutti i genocidi, come le anime di coloro che rimangono e che non hanno paura di tenere viva la memoria e lo spirito di pace tra i popoli.

Giulia Di Stefano

L'Autore

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