Che ognuno avrà il futuro che si conquisterà.

Gianni Rodari

No alla scuola-azienda. Sì all’alternanza tra scuola e lavoro

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Globalizzazione, nuovo mercato del lavoro e digitalizzazione hanno rivoluzionato i paradigmi del nostro vivere. Il proliferare di diverse e nuove agenzie formative cattura sempre più l’attenzione dei ragazzi sin dalla più tenera età. Esse entrano con la scuola in una competizione vincente fino a toglierle l’ultimo appeal relegandola così – nell’immaginario giovanile – all’ambito tout court del noioso, dello stantio, dell’offline. Perché in realtà in un mondo che punta all’onnipotenza, all’eccitazione permanente e al tutto&subito, la scuola è sicuramente perdente a tutti gli effetti. Come riacquistare allora il suo ruolo centrale educativo di istituzione pubblica?

Una risposta arriva dalla principale associazione di rappresentanza delle imprese manifatturiere e di servizi in Italia: si dovrebbero “ripensare basi e portata della formazione, individuando un logos formativo diverso, in grado di fare sintesi dei nuovi fattori economici, tecnologici e sociali per il prossimo futuro”. La prima giornata dell’Education promossa qualche giorno fa dalla Confindustria (si incomincia finalmente a parlare di educazione e non di istruzione) ha di fatto offerto l’occasione di portare la discussione sul futuro della scuola al centro del dibattito pubblico. Cento proposte e 4 assi di intervento: potenziamento dell’Autonomia scolastica (che non è mai decollata veramente e non ha favorito la decentralizzare del sistema come auspicato); realizzazione dell’Alternanza Scuola-Lavoro, sulla scia del sistema duale tedesco; valutazione e merito degli insegnanti, in base ai quali andrebbero valorizzati e premiati economicamente i docenti migliori e non la loro anzianità; ed infine innovazione della didattica (in base alla formula – learning by doing) e la creazione di “spazi architettonici di apprendimento”, dove il “sapere” non prevalga più sul “saper fare”.

Validissima l’idea che i due saperi sopracitati – direi meglio, che i tre saperi (ne aggiungerei un terzo, il “saper essere”) – si bilancino. E’ dall’equilibrio e dall’interazione di queste tre sfere educative che può originarsi lo sviluppo armonico della persona, secondo un novello umanesimo, che non teme di essere retrò ne di affrontare la modernità. Ma il rischio di un progetto educativo professionalizzante, cioè che miri tendenzialmente allo sviluppo di competenze altamente professionali, tutto sbilanciato sul “saper fare” a scapito della cultura di base, sarà un “progetto didattico del momento”, destinato al fallimento nel futuro prossimo. “Io non posso insegnare a fare i ponti al titanio – per riprendere l’equilibratissimo contributo di Andrea Pontremoli, AD Dallara Spa, presente al dibattito – ad alunni che alla bisogna non sapranno fare un ponte di legno”. E si comprende benissimo il perché. Nel nostro mondo ultra veloce tutto diventa obsoleto nel giro di pochissimo, per cui una iper-specializzazione a senso unico sarebbe un investimento fallimentare. Il “logos formativo” da auspicarsi alla buona scuola di Renzi dovrà mirare a far crescere menti capaci di pensare, prima ancora di pensare tecnicamente. In altre parole, prima di essere azienda la scuola dovrà essere palestra forgiante intelligenze valide a 360 gradi, pronte al cambiamento, alle continue virate di bordo della società, alla codifica e decodifica della mutevolezza sociale. E questo non si saprà fare se non si cresce in ambiente culturalmente laico e libero, in un “temenos”, uno spazio incondizionato e incontaminato, come quello scolastico-pubblico per eccellenza.

La dovuta attenzione alla formazione del docente, la valorizzazione della delicatezza del suo compito, accanto al riconoscimento della vocazione primigenia della scuola pubblica quale agenzia educativa unica nel suo genere, consolideranno la scuola italiana nei suoi valori fondanti, quali laicità e libertà. La “buona scuola” non deve assolutamente rincorrere l’azienda, in un inseguimento senza fine. Attenta come deve essere ai suoi saperi fondanti non potrà mai – per statuto – raggiungere il know-how sviluppato da una azienda. E nemmeno deve diventare un’azienda. Deve però saper dialogare con essa. Deve saper aprirsi ad occasioni di confronto e integrare i suoi saperi con l’innovazione. Consentire sul campo ai suoi studenti di verificare la tenuta della loro formazione, metterli nella condizione di apprendere dall’esperienza, attraverso quella alternanza scuola-lavoro che ha fatto del sistema tedesco – il sistema duale – un sistema formativo vincente.

Nicola Corrado

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