Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta.

Paul Valéry

Sono una mamma italiana del Sud

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mamma 1L’altra mattina ero parecchio depressa. Mio figlio non voleva che uscissi di casa e per convincermi ha cominciato a piangere a più non posso. Mi si è stretto al collo, ha implorato “ti prego”, “accidenti”, “amore”, “pace”, “scusa” e “perdono”. Un repertorio raffinatissimo che è arrivato dritto al mio cuore con la precisione di una lancia al bersaglio. Mi è scappata una lacrima, ho chiamato in ufficio e senza pensarci due volte ho preso una giornata di ferie. Ebbene, mi arrendo. Sono una mamma italiana, anzi, una mamma italiana del Sud. E per di più ho un figlio maschio.

La mia amica non mamma prendendomi in giro dice che lui è il mio fidanzato. Che sono innamorata, troppo buona, presente, assai apprensiva, perennemente in affanno. Che – invece – dovrei essere più rilassata e fregarmene. Stiamo camminando per Roma, in quella parte del centro che esplode di gente, per la gran parte sono turisti stranieri. Intere famiglie, ragazzi, mamme da sole con prole, bebè in passeggino. I capelli biondissimi, ai piedi soltanto i calzini, oppure niente. Le dita scoperte. Così mi viene subito da pensare a mio figlio. Famammaccio confronti. Proprio ieri, ad esempio, mi sono raccomodata alla tata di non farlo uscire senza la canottiera. Lo so, non fa poi così freddo, però a me l’idea che se ne stia in giro con la schiena coperta mi fa sentire tranquilla. E già: “accidenti!”, direbbe mio figlio. La mia amica sorride, un ghigno buffo che sembra tutta una presa in giro. La perdono solamente perché non ha figli. Stiamo prendendo un caffè in pausa pranzo, sediamo in un bar piuttosto affollato. Di fianco, quasi gomito a gomito, c’è una signora che sfoglia un giornale e tra una pagina e l’altra parla al telefono, riconosco bene l’accento tedesco. A prima vista sembra sia sola. Poi ad un certo punto le si avvicina un bambino di a mala pena tre anni.

La scena è questa: un monopattini ai piedi, in mano una mela, una mezza manica come camicia, sandali e shorts, il colore non abbinato con nulla. Sfrecciava su e giù per la piazza neanche fosse nel suo giardino di casa. Che bel pupo, ho detto rivolta alla mamma. Gli ho accarezzato i capelli dorati a caschetto, tipici di certi bambini del nord. Siamo rimaste a parlare un pochino, io di solito faccio parecchie domande. Le ho chiesto ad esempio una cosa assai stupida, e cioè dove porta in Germania a tagliare i capelli a suo figlio. Parrucchiere o barbiere? La donna dapprima mi ha guardata interdetta, poi si è fatta una grande risata. “Die Haare?”, ha ripetuto in tedesco. Così ha preso una scodella vuota dal tavolino e l’ha messa in testa al bambino. Mi ha detto: “viene un taglio perfetto”.

Sono rientrata in ufficio. Ero un tantino stordita, o forse era soltanto sonno. “Nemmeno io riposo bene la notte”, mi ha detto la mia amica sul punto di salutarmi. L’ho guardata in attesa del resto. Così lei ha aggiunto: “il mio cane non vuole dormire da solo – si lagna, piange, fa una pena terribile – e allora io puntualmente lascio che si corichi nel lettone con me”. Ho sorriso a mia volta. Dopotutto – ho pensato – lei è di Reggio Calabria. Che rispetto a Napoli è parecchio più a Sud.

Fiorella Corrado

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