Ecco qual è il problema del futuro:
quando lo guardi cambia perché lo hai guardato.

Lee Tamahori

Storia di ordinaria follia burocratica. Roma, un giorno a via Petroselli 50….per la carta d’identità.

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Comincio a fare la fila dalla strada, davanti all’Anagrafe di via Petroselli, avendo appuntamento alle 12,15, per andare a richiedere la nuova carta d’identità elettronica.

Menomale, aspetto solo pochi minuti poi entro, dopo che un vigile al cancello mi indica il percorso che devo fare per arrivare a destinazione all’interno di questo palazzo di foggia mussoliniana.

Arrivo in una sala tipica degli uffici comunali con tanti sportelli e pochissimi impiegati sempre in movimento, per la precisione quattro o tre e mezzo in tutto, a seconda dell’andirivieni di chi vi lavora. Anche poca gente che attende il suo turno in base all’orario già prenotato precedentemente e che dovrebbe comparire su un monitor dopo aver fatto passare la tessera sanitaria attraverso una macchinetta che rilascia un biglietto numerato.

Aspetto una buona ventina di minuti durante la quale , visto che niente si muoveva, mi avvicino a una delle persone che, come me ,era in attesa di una chiamata per lo stesso motivo.

Scopro che solo due sportelli ,l’11 e il 13,erano preposti all’espletamento di quella procedura che tra l’altro appariva lunghissima a giudicare dall’attesa di chi sbuffando sostava davanti allo sportello.

Ad un certo punto voglio chiedere ulteriori informazioni all’impiegata, che prestava un altro servizio, su come mai quel monitor non faceva scorrere i numeretti, dal momento che una signora aveva già da qualche minuto terminato di interfacciarsi con la persona che stava dietro il vetro anti covid per “riconquistare la sua identità”.  L’impiegata gira la testa verso il monitor rispondendomi che “il monitor dovrebbe funzionare”, dopodiché senza dirmi altro,si china di nuovo a “smanettare” su quel cellulare da cui avevo distolto la sua concentrazione con la mia domanda.

Comincio a perdere la  pazienza quando il dipendente dello sportello 11, dopo aver ascoltato tre persone che non avevano l’appuntamento , ritiene opportuno di allontanarsi dalla sua posizione, così da lasciarci in ulteriore spasmodica attesa.  Passano altri venti minuti circa e ancora non torna.

Intanto l’impiegato dello sportello 13, probabilmente in panne col computer perché visibilmente soccorso da due colleghi con gli occhi fissi su quel mostro della tecnologia, ancora tiene in sospeso due persone davanti a lui in stato di palese irrequietezza.

Al colmo di una giustificata rabbia, insieme ad un altro signore, chiedo di parlare con il responsabile della sala.  Esce allora fuori, come da un cartone animato, una Alice nel Paese delle Meraviglie che, di fronte al nostro reclamo, con un sorriso stereotipato ci raccomanda di avere un po’ di pazienza per l’attuale situazione di “emergenza Covid”, che purtroppo ha rallentato il lavoro e che se l’addetto allo sportello 11 non è ancora tornato al suo posto evidentemente è per sue esigenze urgenti. Detto questo sparisce, lasciandoci stupefatti e senza parole.

Cosa da non credere.

Approfitto dell’entrata in sala di un usciere o qualcosa di simile, in questa dimensione surreale, per scaricare tutto il mio disgusto e disprezzo sull’amministrazione comunale per l’incapacità e l’assenteismo dominante in quell’ufficio.

Intanto era affluita ancora gente cui , come a tutti noi in attesa,stavano saltando i nervi.

Mi viene un’idea.

Dichiaro di essere una giornalista che, appena fuori da lì, avrebbe fatto un bell’ articolo

sulla “efficienza” di quel Municipio.

A quel punto qualcosa si muove, vengo ascoltata o è il caso o un colpo di fortuna.

In meno di cinque minuti magicamente ritorna il dipendente che aveva forse finito di soddisfare le “sue esigenze”, non so di che natura fossero state, e come per incanto vedo apparire il mio numeretto sul famigerato monitor ripristinato da chissà quale volontà superiore.

Risolvo così in un quarto d’ora quella avventurosa procedura burocratica ed esco con in mano il foglio sostitutivo della mia nuova carta d’identità.

Ma la cosa non finisce qui.

Quando mi venne chiesto dall’impiegato se preferissi farmi recapitare a casa la carta o tornare a ritirarla lì non ebbi esitazione a scegliere la prima opzione.

Dopo cinque giorni il postino mi citofonò a casa dicendomi che aveva con sé qualcosa a mio nome che sembrava una carta.

Certo! Finalmente la mia carta di identità.  Ma si scusava di non potermela consegnare. Dovevo andare io a ritirarla alla Posta. Quando ne chiesi il perché mi fu risposto che questo procedimento di consegna non era stato inserito nel Decreto, non ricordava quale, tra i tanti usciti.

Era confuso e costernato più di me.

Sembra un film da ridere ma purtroppo è tutto vero ed è un riso amaro,  che non ha nulla a che vedere con l’omonimo film di De Laurentiis.  Il regista di questo nostro riso amaro ha la presunzione di far parte di una classe politica che non c’è.

 

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