Ecco qual è il problema del futuro:
quando lo guardi cambia perché lo hai guardato.

Lee Tamahori

Sud desertificato? Sì, se incapace di spendere e di governarsi

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La sensazione è che sempre di meno le opinioni pubbliche tollerino i dramma senza fine. Quelli che si rappresentano da decenni sempre con gli stessi caratteri. E ciò vale anche per la storia infinita del Sud e dell’Italia spaccata in due. Anche per il 2014, il rapporto Svimez ha presentato pochi giorni fa la storia di un Mezzogiorno che sta letteralmente sprofondando portandosi appresso – come un peso attaccato al collo – tutto il Paese. L’immagine quest’anno è quella di un Sud che si sta desertificando: non più solo in termini di potenziale produttivo. Ma ancora più tremendamente di persone. Si fanno (anche al Sud) sempre meno figli; quelli che nascono emigrano al Nord, in alcune province (Napoli, Taranto e Caserta) c’è addirittura una lieve diminuzione della speranza di vita media (causata, secondo alcuni, da un’altissima incidenza di tumori); gli immigrati sono invisibili e la popolazione diminuisce.

sud2Una tragedia, insomma. Che tuttavia, nonostante le rappresentazioni di Svimez e le preoccupazioni che il Presidente della Repubblica non farà mancare, durerà un giorno. E, forse, viene il dubbio che persino il rapporto, il rito della sua (rap) presentazione, sia parte del problema. Intanto diciamo che la retorica del Sud sprofondato non è più sopportata al di sopra del Garigliano per almeno due motivi precisi. Il primo è che non si può più girare attorno al problema senza chiamare in causa chi ha responsabilità precise. E le responsabilità sono di una amministrazione pubblica che continua, tutt’oggi, dopo vent’anni di fallimenti a governare le politiche per lo sviluppo del Sud con la stessa squadra. Nelle regioni come nei ministeri che si occupano di politiche territoriali.

Non è concepibile che la stessa Svimez continui ad insistere sulla necessità di maggiori investimenti al Sud quando la Campania è riuscita a spendere meno di un quarto dei 6,8 miliardi di euro che le furono assegnate dalla Commissione Europea nel 2007. E la Puglia ha speso – a parità di vincoli del patto di stabilità interno molto di più – ottenendo risultati migliori. Va bene un rapporto che rappresenti una realtà; ma che la rappresentazione sia capace di distinguere chi ha fatto malissimo e merita di perdere risorse o potere. E chi merita, invece, di avere ulteriori possibilità.

La seconda ragione per la quale lo spazio per la lamentela si sta riducendo, è che abbiamo assoluto bisogno di idee, di proposte, di uscire da una situazione nella quale non possiamo più commiserarci. Se scartiamo il retorico e poco credibile appello a spostare al Sud maggiori risorse, come possiamo immaginare di cambiare davvero verso alla politica per il Sud? Se il problema è l’inadeguatezza dell’amministrazione pubblica, o di una parte di essa, quale può essere la soluzione? Oltre la rappresentazione tragica che Svimez che ogni anno è bagnata da fiumi di lacrime di coccodrillo?

Le possibilità sono due: o costruiamo un sistema che sposti sistematicamente le risorse dalle amministrazioni che le gestiscono peggio a quelle che lo fanno meglio; o scavalchiamo le amministrazioni utilizzando, ad esempio, i fondi strutturali per finanziare fondi chiusi che verrebbero costituiti dallo Stato insieme a operatori finanziari internazionali. È su questi opzioni, anch’essi di riforma profonda di come governiamo certe politiche, che sarebbe necessario un dibattito. Ed, invece, al posto del dibattito rischiamo di avere una serie ininterrotta di autocommiserazioni istituzionali che sono esse stesse parte del problema.

 Francesco Grillo

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