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Gianni Rodari

Tribunali arbitrali islamici. Convivere e capire le esigenze di altre civiltà

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tribunali arbitrali islamiciAlla presentazione del libro di Gabriele Mele, neolaureato in giurisprudenza e studioso di diritto islamico, dal titolo “ L’esperienza delle Shari’a Courts nel Regno Unito” si apre il dibattito sulla questione dei Tribunali arbitrali islamici (Muslim Arbitration Tribunals – Mat) in Inghilterra, ai quali viene riconosciuta l’emissione delle sentenze in ambito civile. Relatori della conferenza: Samir Al Qaryouti, giornalista di France 24, Vincenzo Prati, ambasciatore in Pakistan ed Omar Camiletti, rappresentante del Centro Culturale Islamico della grande Moschea di Roma. A presenziare Franz Ciminieri, presidente dell’associazione Ancislink e Velia Iacovino, direttore editoriale di Futuro Quotidiano. Il giovane avvocato spiega in un linguaggio comprensibilmente giuridico ed affascinato dall’applicazione di una politica multiculturale in Gran Bretagna, la funzione dei Mat, attivi in cause di Diritto Civile come divorzi, eredità o dispute economiche, e mai in ambito di Diritto Penale.

I Tribunali arbitrali islamici che applicano la Shari’a, il complesso di norme che hanno come fonte il libro sacro del Corano, in realtà non sono una novità dei giorni nostri in Gran Bretagna. Per quanto nascano ufficialmente nel 2008 grazie allo studio approfondito da parte del giurista islamico Faiz-ul-Aqtab Siddiqi dell’Arbitration Act, provvedimento inglese del 1996 dove si specifica che le parti in causa hanno facoltà di assegnare ad un giudice privato una decisione vincolante in determinate categorie di controversie, già dagli ottanta ritroviamo i cosiddetti ‘Tribunali privati’ a Birmingham, città notoriamente conosciuta per le sue numerose comunità culturali, dove l’Imam poteva dare consigli su controversie in ambito civile. La domanda da porsi è se questo modello, che vanta anche dei risparmi economici piuttosto rilevanti per i tribunali inglesi data la riduzione delle cause civili notoriamente numerose, possa essere applicato anche in altri stati.

Il problema di esportazione nasce da una parola: islamofobia. L’Italia, non aiutata dai media che sono fuorvianti nel delineare uno ‘stato islamico’ aggressivo e pericoloso, è ancora agli albori dell’integrazione e necessita di una mentalità nuova che possa risolvere il problema dei migranti. Il volume di Mele ci insegna a convivere con le altre civiltà e soprattutto a capirne le diverse esigenze: ci si dovrebbe rendere conto di quanto una convivenza difficoltosa comporti delle conseguenze negative non solo in ambito morale, ma anche economico. La Shari’a è una fonte di diritto, una barriera contro la tirannide e può essere riconosciuta come un traguardo, un risultato importante. In Italia, dove nel 2013 il 6,6% di bambini nati è musulmano, l’Islam non ha ancora avuto il riconoscimento di culto, così come resta l’unica delle religioni più diffuse alla quale non viene concessa una divulgazione televisiva e quindi un diritto di trasmissione.

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