Sogni, promesse volano... Ma poi cosa accadrà?

Gianni Rodari

Tunisia al voto. Ed è sempre, nonostante tutto, “Primavera”

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Sommario: In Tunisia è sempre, nonostante tutto, “Primavera”. Uomini e donne, orgogliosi di votare, consapevoli di esercitare un loro diritto ma anche un loro dovere, si sono messi in fila nei seggi dei 27 distretti del paese, e hanno partecipato alle elezioni parlamentari.

 

In Tunisia è sempre, nonostante tutto, “Primavera”. Se negli altri paesi arabi, che hanno vissuto la grande stagione rivoluzionaria, è ormai autunno inoltrato o in qualche caso inverno pieno, nel “luogo in cui passare la notte” – questo il significato del nome berbero dello Stato che domina il promontorio più orientale dell’Atlante- si è andati alle urne per eleggere, dopo l’entrata in vigore della nuova costituzione, il primo parlamento democratico, dal rovesciamento nel 2011 della dittatura di Zine Bine Abidine Ben Ali.

Contestato l’ambasciatore americano

Uomini e donne, orgogliosi di votare, consapevoli di esercitare un loro diritto ma anche un loro dovere, si sono messi in fila nei seggi dei 27 distretti del paese, certi che, facendo sentire con forza la propria partecipazione alle elezioni, la Tunisia aumenterà la sua stabilità, scongiurando il rischio di trasformarsi in una nuova Libia, ostaggio della violenza dei miliziani e della guerra fratricida tra opposte fazioni. Emblematici sono stati i fischi tributati all’ ambasciatore americano, Jacob Walles, contestato per essersi recato, insieme ad alcuni osservatori indipendenti,  a monitorare i seggi nella capitale. “Il popolo tunisino è libero” gli è stato detto e “capace di autodeterminarsi”.

5,2 milioni gli elettori, 217 i seggi al parlamento  

Sono 5,2 milioni gli elettori che sono stati chiamati a  scegliere i 217 deputati che siederanno in Parlamento e a  votare la formazione politica che dovrà formare il nuovo governo, scegliendo tra 90 partiti in gara, per un totale di 803 liste, di cui 148 sono guidate da donne,  159 sono di coalizione e 365 composte da candidati indipendenti. Oltre 80 mila tra militari e poliziotti hanno vegliato sul corretto svolgimento della procedura elettorale, pronti a entrare in azione contro eventuali attacchi terroristici o intimidazioni, mentre all’estero, dove votano 359 mila residenti e i seggi sono aperti dallo scorso 23 ottobre,  il compito di scongiurare brogli è stato affidato all’Associazione  tunisina per l’integrità e la democrazia delle elezioni (Atide), che ha potuto contare su 2963 volontari.

I partiti in gara 

I principali partiti in gara sono: Nidaa Tounis (Appello per la Tunisia), Ennahda (Movimento della Rinascita), Fronte Popolare, Congresso per la Repubblica, Forum Democratico per il Lavoro e le Libertà, Partito Repubblicano – Partito Democratico Progressista, Petizione Popolare. Chi vincerà? Ennahda, secondo alcuni sondaggi potrebbe raccogliere oltre il 37% dei voti, conquistandosi più di un terzo dei seggi. Al secondo posto ha buone speranze di piazzarsi il partito laico di Neda Tunis con il 15%. Ma i riflettori sono puntati soprattutto sull’Unione nazionale libera, di cui è leader il tycoon nordafricano  Salim al Riahi, la cui performance è stimata di poco al di sotto del 15%. Il 5% dovrebbe sicuramente andare al Fronte popolare di sinistra.

Lo scenario

Ma lo scenario tunisino non è così lineare: Ennahda, che, dopo la Rivoluzione dei Gelsomini vinse le elezioni del 2011 per l’Assemblea costituente, con il 40% circa, potrebbe scivolare più del previsto.  Il Movimento della Rinascita è considerato infatti il responsabile delle gravi divisioni ideologiche che si sono prodotte all’interno del paese a ma è anche ritenuto il mandante morale degli omicidi di due esponenti di spicco del Fronte popolare,  Chokri Belaid e Mohamed Brahmi, entrambi uccisi nel 2013. Il loro assassinio avrebbe potuto far ripiombare il paese nel caos. Ma il partito di Ennahda non si è comportato come quello islamista egiziano dei Fratelli musulmani. E la deriva per la Tunisia è stata scongiurata. Il Movimento ha fatto ammenda dimostrando di essere in grado di controllare le sue punte più estreme. Parla da solo lo slogan scelto per questa campagna elettorale “Per una politica del consenso e del perdono”.  Non sono stati mesi facili, ma il governo di unità nazionale creato nel gennaio del 2014 ce l’ha fatta a portare il paese al voto democratico. E ce l’ha fatta anche a respingere lo spettro del terrorismo e il pericolo di contagio del virus jihadista dalla Libia e dall’Algeria. Il prossimo importantissimo appuntamento è per novembre, quando si terranno le presidenziali.

 

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