La gente ha sempre dichiarato di voler creare un futuro migliore.
Non è vero. Il futuro è un vuoto che non interessa nessuno.
L'unico motivo per cui la gente vuole essere padrona del futuro
è per cambiare il passato.

Milan Kundera

UNA NUOVA FRONTIERA: L’INSEGNAMENTO CAPOVOLTO, IL FLIPPED TEACHING

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SCUOLA:STUDENTI IN CLASSE E GENITORI FUORI DALLA SCUOLA.ATT.PEREGO - SCUOLA ELEMENTARE DI VIA NOE - Fotografo: FOTOGRAMMA

Siamo in un’epoca in cui anche al cinema ci capita di sorprendere nel vivo dell’azione filmica qualcuno che sbircia nel suo smartphone. Come docente sono stato sempre particolarmente sensibile al fenomeno “attenzione” e mi sono sempre chiesto come fare per mantenere alta “quella” degli alunni durante la lezione. Per farlo sono ricorso alle più svariate strategie. So bene che l’attenzione è figlia diretta della motivazione. Se questa è alta, sarà alta anche l’attenzione, senza alcun dubbio. Dovrebbe essere così ed è stato così fino a ieri, ma oggi l’equazione non è più così scontata, se anche al cinema (dove la motivazione a seguire un film ti porta a muoverti da casa anche se piove, a comprare un biglietto e a cercarti un posto a sedere ottimale) vieni colto dalla “sindrome controllo-bip”. Penso che a tutti ultimamente sia capitato a cinema di assistere a una tale oscenità. L’ho visto fare perfino a teatro, il tempio sacro e dedicato all’attenzione per eccellenza.

Non sono assolutamente un supporter fanatico delle nuove tecnologie, tanto è vero che mi sono speso moltissimo per la difesa della scrittura in corsivo da parte degli alunni e dei suoi indubbi vantaggi per un equilibrato e armonico sviluppo cognitivo e psicomotorio dell’individuo. Ma dopo un opportuno esame di realtà mi sento di dover fare delle considerazioni inevitabili, se voglio rimanere attivo e attento osservatore delle cose scolastiche. E alla luce di questa disposizione mentale, di passare al vaglio quanto di meglio si può prendere dalla modernità – evitando il rischio di abbandonare il campo con una resa incondizionata.

Si è parlato moltissimo nell’ultimissima legislazione scolastica – a proposito dei bes e del nuovo principio didattico dell’inclusione – di individualizzazione e personalizzazione dell’insegnamento-apprendimento. Ci troviamo di fronte a un cambiamento di rotta, di fronte a un cambiamento del modello pedagogico che invita a pensare ai BES e agli alunni a cui essi si riferiscono, non più in termini di deficit ma in termini di differenze. Nella nuova prospettiva bisogna riconoscere gli alunni non solo con le loro differenze culturali, linguistiche, ambientali, etniche, ma anche con le loro differenti capacità e potenzialità di approccio allo studio. Si tratta insomma di ri-pensare la platea scolastica di riferimento non più in termini di omogeneità, ma in termini di eterogeneità. Trasferito dal piano sociologico al piano dell’offerta formativa della scuola questo vuol dire espressamente – in modo semplice e brutale – che essa (la scuola) non può e non deve più dare a tutti la stessa cosa (il programma e/o il curricolo), ma dovrà adoprarsi per individualizzare e personalizzare i suoi interventi educativi e didattici, accogliendo nel suo grembo ciascun alunno con le sue personali caratteristiche. Punto.

Ed ecco allora che il mio precedente e salvifico esame d realtà mi viene in aiuto e costringe ad aprirmi – con la dovuta prudenza e circospezione – a nuove possibilità in campo didattico. Si parla molto in questi giorni della Flipped Classroom e di Flipped Teaching – cioè di “Classe Capovolta” e di “Insegnamento Capovolto”. Vediamo in breve di che cosa si tratta e in particolare quale è il principio rivoluzionario che sottende questi concetti. Dopo la mia precedente premessa a proposito della mancata attenzione, motivazione e responsabilità nello studio da parte dei nostri studenti (particolari questi scottanti che contribuiscono in maniera incisiva a rendere la nostra lezione in classe sempre più problematica e faticosa, se non votata addirittura al fallimento con gravi ripercussioni sul nostro stato di salute psichica e altissimo rischio di burn-out), quale potrebbe essere il motivo della nostra resistenza – nell’ottica di un capovolgimento – al trasferimento della responsabilità dello studio e dell’apprendimento tout court dal docente allo studente? Nell’ottica di un capovolgimento, in cui il docente desse allo studente come compito per casa la visione di un paio di video corredati di ampi riferimenti didattici e culturali su un preciso argomento, prima di trattarlo mediante una discussione aperta in classe? E dopo la trattazione in classe dividesse in piccoli gruppi i suoi studenti per approfondire in ciascun gruppo un differente aspetto dell’argomento generale? E si operasse una sintesi e una condivisone finale nella classe in plenum? Quale potrebbe essere il motivo della nostra resistenza ad una tale operazione?

Che non sarebbe certamente un lavoro da svolgere a cuor leggero, come non lo è quello tradizionale della lezione frontale e della famosissima ma anchilosata spiegazione del docente (ragazzi oggi si spiega e non si interroga). Sarebbe sicuramente molto più impegnativo per il docente, che si vedrebbe costretto ad un lavoro certosino di programmazione didattica a monte, orientato più alla scoperta del curricolo, piuttosto che alla sua sequenziale e sterile trattazione. Ma certamente meno stressante e frustante del lavoro di spiegazione della lezione del giorno, che nelle condizioni in cui avviene attualmente è anche uno dei momenti più umilianti del lavoro docente. Indispensabile sarebbe inoltre avere ben chiari gli obiettivi finali da raggiungere, la definizione e la strutturazione delle prove di verifica del raggiungimento degli obiettivi, la pianificazione dettagliata delle esperienze di apprendimento, che si vorrebbero far vivere ai discenti. Non sarebbe un lavoro da poco.

Se in qualità di docenti riusciamo ad accettare questa benefica trasformazione, potremmo anche uscire dal conflitto, del quale spesso alcuni di noi sono vittime: la contrapposizione digitale vs analogico, dove digitale starebbe per istruzione e analogico per educazione. Ma per fortuna si avvertono anche i prodromi di un fervente dibattito e qualcuno più aperto all’innovazione auspica che si possa passare dalla contrapposizione oppositiva dei due modelli a una contrapposizione dialettica, dove istruzione ed educazione possano coniugare potenzialità e risorse e dar luogo ad un nuovo patrimonio cultural-pedagogico. In altre parole un’integrazione forte di curricolo e progetto (dei quali si è tanto parlato in termini di alternativa pedagogica). Una integrazione di istruzione ed educazione, che qualificherebbe la scuola quale agenzia formativa unica nel suo genere, il cui compito primario sarebbe veramente quello di garantire alle nuove generazioni l’accesso alla cosiddetta “società della conoscenza“ (delineata dal Libro Bianco della Commissione Europea, sul finire del decennio scorso), che non a caso poneva tra gli obiettivi da raggiungere prioritariamente la lotta all’emarginazione e lo sviluppo personale di tutti i cittadini. Se il rapporto istruzione-educazione acquisterà rilevanza nel dibattito odierno sulla scuola, renderemo finalmente giustizia al vecchio ma sempre attualissimo dettato pedagogico di Pestalozzi che auspicava per le giovani generazioni “l’educazione della mente, della mano e del cuore”, per approdare attraverso un percorso di crescita umana e intellettuale alla libertà interiore e alla vera essenza dell’uomo.

Nicola Corrado

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