Che ognuno avrà il futuro che si conquisterà.

Gianni Rodari

Yael Reuveni, da Israele la donna che vuole rilanciare le periferie milanesi

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Yael ReuveniQuesta volta espatriamo, ma non di tanto. La nostra ospite, infatti, è Yael Reuveni, un vero pozzo di creatività che viene da Israele, ma ha dispiegato le proprie idee e la propria intraprendenza in Italia. A Milano, per la precisione. Anzi, a voler essere pignoli, nel quartiere di Niguarda: una periferia meneghina che, però, si sta sempre più rivalutando. Di questa rivalutazione in atto è testimonial anche Yael che ha creato a via Vincenzo da Filicaia (NdR: chi era costui? Scopro che fu un ricco poeta arcadico, dunque a cavallo fra ‘600 e ‘700, noto col nom de plume Polibo Emonio: innamoratissimo della moglie, Anna Capponi, morta assai giovane, si rifiutò sempre di scrivere d’amore… un tratto di carattere che me lo rende assai simpatico!) il suo Spazio Culturale MY G, in cui mi sono imbattuta per caso, in questo mio ‘periodo’ di consulenza expo-milanese. La Società RDF Communication, dove sono ‘di stanza’, è ubicata proprio da quelle parti e la mia esasperante curiosità mi ha condotta a entrare, per impicciarmi cosa fosse quello spazio arredato con pezzi vintage assai accattivanti. Non era un bar, un bistrò, una biblioteca, un kinderheim, una location di cucina naturale, bensì una intrigante miscellanea di tutto questo e altro ancora, con una forte impronta artistica, laboratori d’arti e mestieri per grandi e piccini, ma pure un posto dove chiacchierare in allegria. Insomma, ho sentito una forte sintonia intellettuale con il luogo e, poi, ho scoperto lei, Yael, l’artefice di tutto ciò e così l’ho inserita nella mia lista mentale delle ospiti della rubrica. Anche le quattro chiacchiere alle 8, a colazione con Giovanna, che mi sollazza con ottimi ‘marocchini’ (scopro che a Milano hanno un altro nome, assai più elegante, ossia ‘Montecarlo’), contribuiscono a dare un’imprinting di buonumore alla mia giornata! Dunque, ecco a voi Yael, giovin signora che ha la mission di portare l’arte, la cultura e l’alimentazione naturale a partire dal vasto laboratorio sociale a Niguarda.

Yael, raccontaci come inizia la tua storia…

Fino ai 23 anni, non ero mai stata in Italia. Vivevo a Tel Aviv e facevo l’impiegata presso un ufficio di amici dei miei genitori. Mia madre è psicologa, mio padre, prima della pensione, collaborava con l’albergo di famiglia, condotto da mia nonna in un posto bellissimo, situato a Nord di Israele, in Galilea, a 900 metri sul livello del mare, nella translitterazione italiana Safad (צפת Tzfat). E’ una delle quattro città sante ebraiche, con Gerusalemme, Hebron e Tiberiade. L’albergo di famiglia c’è ancora, ma, essendo morta la nonna, è andato venduto nella divisione ereditaria fra i suoi figli. Dunque, uno dei miei sogni è quello di ricomprarlo. Tutta la mia famiglia, i miei genitori, mio fratello e mia sorella sono a Tel Aviv. Io sono l’unica ‘pazza’ ad esserne venuta via.

Hai dunque fatto in tempo a fare il servizio militare obbligatorio in Israele?

Certo, sono stata sotto le armi dai 18 ai 20 anni, per un anno e 9 mesi. Nessun impegno bellico, per me. Presso l’ufficio del generale comandante, mi occupavo di fare l’editor dei verbali delle riunioni. Un semplice lavoro d’ufficio. Avevo frequentato l’equivalente del vostro liceo artistico e, a 16 anni, ero convinta di voler fare una qualsiasi cosa che fosse attinente all’arte; ho la creatività nel sangue, anche se, per il disegno, non sono propriamente ferrata. Mi sfogavo curando gli arredi della mia cameretta…

Come mai venisti in Italia?Yael Reuveni

Sono stata invitata da un mio amico israeliano a Milano, in occasione del suo matrimonio con una ragazza di qui. Al ricevimento di nozze ho conosciuto mio marito, che fa il tassista, ma ha un animo assai artistico. Era il 1998.

Come mai ti colpì proprio lui?

Non so spiegarlo se non come un qualcosa di ‘chimico’: pensa, io non capivo una parola d’italiano, lui non spiaccicava una sillaba d’inglese. L’attrazione fu fatale, perché le emozioni si trasmettevano già a prima vista senza bisogno di parole. Ho vissuto quello che si chiama ‘colpo di fulmine’! Inoltre, la sua allegria era contagiosa. Per parlare fra noi, s’era instaurato uno strano menage à trois, con la giovane sposa che faceva da ambasciatrice traduttrice. Poi, lui mi ha detto al telefono: “Vengo a trovarti a Tel Aviv” ed è stato ospite a casa mia – vivevo già da sola – per due settimane. Per dialogare fra noi c’era una febbrile consultazione di dizionari e lui, per amor mio, ha imparato l’inglese. Certo non l’ebraico, ben più complicato.

Vi siete sposati subito?

La storia non è andata così liscia. Ci sono stati dei lunghi periodi in cui le comunicazioni si sono interrotte. Infine, sono venuta a Milano, a trovare i miei amici e la scintilla si è riaccesa. Non potevamo far finta di nulla, per cui abbiamo detto: “Proviamoci!” Era il 2000. Mi sono trasferita armi e bagagli a Milano con un biglietto aereo di sola andata e abbiamo messo su casa nel quartiere Bicocca, che è qui vicino. Nel 2001 mi sono iscritta all’Accademia di Brera, potendo così trovare sfogo la mia creatività artistica, fino ad allora avvilita nel lavoro d’ufficio. Dopo 5 anni mi sono laureata, con una tesi in Decorazione, di cui è stato relatore il compianto professor Vincenzo Ferrari. Aveva un argomento a me assai familiare, ovvero il significato dei colori della Kabala, tornando così alle mie radici. Ero incinta del mio primogenito Edoardo, mentre Yonathan ha ora 4 anni. Subito dopo ho aperto qui in zona il mio primo studio di mosaico artistico: lì creavo, ma insegnavo anche quest’arte antica e affascinante. In Israele, costituisce il decoro di molte sinagoghe.

Quale è l’itinerario che ti ha portato a fondare lo Spazio Culturale MY G?

Dal piccolo laboratorio di arte musiva, son passata a un altro spazio, più grande, vicino al Parco Nord, dove ho ampliato la mia attività d’insegnamento, sia per adulti, sia per bambini, inserendo Yael Reuveninuove discipline, come la pittura, la falegnameria, la moda e le tante che risultano dal mio sito www.spazioculturalemyg.com. In tal modo, ho unificato tre mie passioni: l’alimentazione sana, la lettura, giacché adoro leggere e l’arte. I laboratori funzionano anche qua, dove ci siamo incontrate e che ti piace tanto.

Insomma ci troviamo di fronte alla terza tappa di Yael: raccontaci di questo spazio ampio e arredato con un’irresistibile atmosfera vintage.

Dovevi vederlo in che stato era quando, colpita dal cartello ‘Affittasi’, volli visitarlo accompagnata dall’agente immobiliare. Aveva ospitato fino ad allora un’autofficina, dunque era in uno stato pietoso. Solo il mio occhio d’artista poteva superare il trauma dello stato reale delle cose! In tre anni, l’idea del Centro culturale ha attecchito nel quartiere, divenendo così un frequentato luogo di socializzazione per adulti e bambini. La mia intuizione iniziale si è rivelata giusta, giacché sono sempre più convinta che la periferia sia un luogo ideale dove un polo multidisciplinare possa attecchire. Sulla scorta di quest’esperienza, voglio esportare il concept dello Spazio Culturale MY G (che prende il nome da noi tre fratello e sorelle, ovvero Michela, Yael e Gilad) in altre periferie cittadine, dove la concatenazione di cultura, manualità e rapporti sociali costituisce una miscela positiva.

Vuoi rilanciare le periferie milanesi, dunque?

Le periferie hanno un potenziale energetico fortissimo e desidero sfatare il pregiudizio che siano semplicemente dei quartieri dormitorio. Non è giusto che tutte le attività sociali e culturali siano ammassate nel Centro. Anche nelle periferie è possibile creare luoghi accoglienti e stimolanti senza che i loro abitanti si sentano figli di un dio minore. Dopo questo mio Spazio Culturale niguardese, ho già le idee chiare per un prossimo passo: ho in mente di farne nascere un altro in una zona limitrofa, dove mi pare che si manifestino le stesse esigenze di socializzazione.

Annamaria Barbato Ricci

L'Autore

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