La mutilazione per cui la vita perdette quello che non ebbe mai,
il futuro, rende la vita più semplice,
ma anche tanto priva di senso.

Italo Svevo

Brexit. Un altro colpo di scena, Theresa resuscita…

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Nuovo colpo di scena a Westminister. Dopo l’affondo di ieri dell’accordo sulla Brexit, Theresa May è riuscita rocambolescamente a superare la mozione letale di sfiducia presentata dal leader laburista Jeremy Corbyn contro il suo esecutivo. A salvarle la testa  i deputati del Democratic Unionist Party, i lealisti nordirlandesi, determinati a impedire che Corbyn possa arrivare a Downing Street. E ora? Theresa dovrà ricominciare a tessere la tela e presentare un nuovo piano. Un piano che per il momento non c’è. E intanto il tempo stringe. Il paese dovrebbe lasciare l’Unione Europea il 29 marzo.

Ecco i principali punti della bozza dell’accordo, lunga 585 pagine, che fissava i criteri per l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue,  e che ha avuto luce verde dai  27 leader dell’Unione ma che Westminister ha bocciato.

TRANSIZIONE -Il Regno Unito lascerà l’Ue e l’Euroatom il 29 marzo 2019, ma fino al 31 dicembre 2020 sarà mantenuta la situazione attuale. Importante l’articolo 132 che stabilisce che, entro il primo luglio 2020, un Comitato congiunto, copresieduto da Ue e Regno Unito, potrebbe decidere di estendere, senza alcun limite prefissato, il periodo di transizione.  In questo caso il Comitato congiunto deciderà l’entità del contributo di Londra alla Ue dal primo gennaio 2021 in avanti.

IMPEGNO FINANZIARIO – La cifra non figura nel testo dell’accordo, ma  per l’uscita dalla Ue,  il Regno Unito dovrebbe versare nelle casse europee almeno 39 miliardi di sterline (circa 45 miliardi di euro). Nel  2018 secondo la Bbc, il contributo del Regno Unito al bilancio dell’Ue è stato di 10,8 miliardi di sterline.

UNIONE DOGANALE.- In base all’accordo raggiunto, inoltre, il Regno Unito continuerà a far parte dell’unione doganale finché non si troverà un’intesa commerciale bilaterale con Bruxelles. Su questo punto, gli anti-europeisti britannici temono che Londra sia vincolata per anni al rispetto di regole europee, senza avere abbastanza voce in capitolo.

DIRITTI DEI CITTADINI – L’articolo 14 stabilisce che i cittadini della Ue e del Regno Unito potranno uscire ed entrare nelle due aree con il passaporto o con la carta d’identità. Dopo 5 anni dalla fine del periodo di transizione, le carte di identità potrebbero essere rifiutate se non rispetteranno gli standard di identificazione biometrica. Se i familiari dei cittadini di Ue e Gran Bretagna sono cittadini di Paesi terzi sarà necessario da subito per loro il passaporto valido. L’articolo 24 stabilisce la parità dei diritti dei lavoratori, senza alcuna discriminazione sulla base della nazionalità. I figli dei lavoratori, che lasciano lo Stato in cui sono ospiti (“host State”), potranno completare il ciclo educativo fino alla maggiore età.

 

IRLANDA DEL NORD – l’Irlanda del Nord continuerà in via temporanea a far parte del mercato unico europeo fino a quando non si troverà un accordo definitivo. In questo modo si eviterà, almeno nel breve periodo, un confine fisico tra Irlanda del Nord, territorio del Regno Unito, e la Repubblica d’Irlanda, territorio dell’Unione europea. I Brexiter auspicavano invece una netta separazione, anche dal punto di vista commerciale, tra i due paesi.

COOPERAZIONE  – Numerosi gli articoli dell’intesa dedicati alla cooperazione giudiziaria, di polizia, allo scambio di informazioni e alla protezione dei dati personali. Ci sono norme anche sul trattamento di rifiuti radioattivi.

                             IMPATTO ECONOMICO DEL BREXIT

Causa Brexit è da tempo iniziato l’esodo dal Regno Unito di attività quantificabile in circa 800 miliardi di sterline.  E’ quanto emerge da un recente studio della società di consulenza Ernst & Young  che ha parlato comunque di una stima conservativa, poiché alcune delle venti società che hanno annunciato il trasferimento dei loro asset si sono rifiutate di dichiarane la portata.  La fuga dal paese è cominciata dalla metà del 2016 e ha avuto come risultato la creazione nel vecchio continente di duemila posti di lavoro. Tra le mete preferite: Dublino, scelta da un’azienda su tre, seguita da Francoforte e Parigi.

 

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