Ecco qual è il problema del futuro:
quando lo guardi cambia perché lo hai guardato.

Lee Tamahori

99 Days of Freedom: la campagna per astenersi da Facebook

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“Ti sei mai domandato come sarebbe la vita senza Facebook?”: ebbene sì, è arrivato anche questo, l’esistenzialismo 2.0. E non c’è da stupirsi, d’altronde, considerando quanto sia diventata invadente e, in alcuni casi, perfino totalizzante la presenza dei social network nella nostra vita quotidiana. E’ stato scelto il 99, un numero tondo, simbolico, dal sapore quasi magico, per pubblicizzare quella che potremmo definire la prima grande campagna di astinenza su vasta scala dal social network più diffuso al mondo. L’iniziativa l’ha avuta un team di creativi olandesi, dell’associazione no-profit Just , e porta un nome semplice e indicativo: “99 Days of Freedom” .

Come aderire all’iniziativa

astinenza da fbA metà tra una campagna di protesta ed un esperimento sociologico, 99 Days of Freedom ha già raccolto più di 40mila adesioni e può contare sulla partecipazione di numerosi e importanti media internazionali, tra cui Usa Today, Huffington Post, Time e Business Insider. Partecipare all’iniziativa è semplice: bisogna anzitutto cambiare la propria foto profilo di Facebook con il logo della campagna, scaricabile dal sito, poi si deve condividere un ultimo link, in cui si dà inizio al proprio countdown dell’astinenza. Se si vuole partecipare al sondaggio, inoltre, basta lasciare all’associazione un indirizzo email, su cui si verrà contattati alla scadenza di 33, 66 ed infine 99 giorni per sapere come stia andando l’esperimento e sondare le conseguenze dell’astinenza da social sul nostro umore. Ovviamente, il punto essenziale e indispensabile di tutto il procedimento sarà il non collegarsi neppure una volta, per tutta la durata dell’esperimento, al nostro account, disinstallando l’applicazione di Facebook dai dispositivi che portiamo sempre con noi, dallo smartphone al tablet, per non ricevere notifiche e non cadere mai nella tentazione di andare a sbirciare cosa stia accadendo nel grande mondo virtuale. Stando alle parole del comitato 99 Days of Freedom, rispettare queste poche semplici regole farà guadagnare all’utente “medio” di Facebook un risparmio di tempo stimato in circa 1683 minuti: 28 ore di libertà per 99 giorni di astinenza.

L’esperimento di Zuckerberg sui suoi utenti

I creatori di 99 Days of Freedom hanno apertamente dichiarato di aver preso la loro iniziativa “in risposta al controverso esperimento di Facebook che ha coinvolto circa 700mila utenti ignari”. Per capire a cosa si riferiscano gli olandesi di Just, basta fare un piccolo salto indietro all’anno scorso. Nel marzo del 2014 il social network targato Mark Zuckerberg, in collaborazione con alcuni accademici dell’Università della California, pubblicò infatti i risultati di uno studio condotto nel 2012 su 689mila utenti di Facebook . L’esperimento, volto ad evidenziare “il contagio emozionale su vasta scala attraverso i social network”, era consistito nel manipolare le informazioni sull’homepage di ogni utente prescelto, facendo comparire, di volta in volta, esclusivamente notizie e post dal contenuto negativo oppure positivo. Molti attivisti, avvocati e politici, gridarono allora allo scandalo, giudicando l’esperimento intrusivo per la privacy e ingannevole della buona fede degli utenti iscritti al social network.

“L’esperimento di contagio di malumore compiuto da Facebook è terrificante” twittò duro Clay Johnson, l’uomo che portò al successo la campagna elettorale di Barack Obama del 2008 proprio attraverso i social network. In Gran Bretagna si arrivò anche ad una interrogazione parlamentare sul caso. I responsabili dello studio, dal canto loro, si difesero facendo notare come “l’alterare il feed di notizie da parte di Facebook” rientrasse nei termini di condizione e d’uso cui ogni utente aveva acconsentito al momento della creazione del proprio account. Da un altro punto di vista, infine, molti altri non si stupirono più di tanto, constatando quanto internet, nella sua totalità, fosse già divenuto oramai un enorme bacino di risorse per indagini di mercato.

Esiste una dipendenza da Facebook?

FBInvasivi o pervasivi che siano, più o meno colpevoli di maneggiare all’insaputa degli utenti i loro dati personali, i social network restano comunque, e senza subire battute d’arresto, un fenomeno in ascesa, cui quasi ognuno di noi viene a che fare inevitabilmente ogni giorno. Ma si può diventare drogati di Facebook? Esiste una vera sindrome da dipendenza per il social network più diffuso nel mondo? Alcuni recenti studi sembrano confermare queste ipotesi.

Già nell’aprile del 2014, uno studio condotto dall’Università del North Carolina rilevò che, ad ogni “like” su Facebook, il corpo rilasciava una piccola scarica di dopamina, il neurotrasmettitore responsabile del piacere che viene coinvolto nei fenomeni di dipendenza. Un nuovo articolo, comparso invece un paio di mesi fa sulla rivista del National Institute of Health americano, ha messo in luce un altro fenomeno fisiologico che metterebbe in relazione l’abuso dei social network con quello delle droghe vere e proprie: gli utenti che fanno un uso eccessivo di Facebook rivelerebbero un aumento dell’attività cerebrale nel distretto dell’amigdala e dello striato, ovvero il circuito del nostro cervello coinvolto nei comportamenti a carattere compulsivo, che è anche la parte più reattiva nelle persone dipendenti dall’uso di droghe. Tuttavia gli studiosi hanno riscontrato che, a differenza del cervello di un dipendente da cocaina, la regione cerebrale che inibisce questo comportamento nei confronti dei social network sembra funzionare regolarmente: in altre parole, nonostante gli utenti compulsivi di Facebook siano perfettamente in grado di bloccare la loro attività, semplicemente si rifiutano di farlo.

L’antidoto per riappropriarsi dei propri spazi

“Queste persone si rendono conto e hanno la capacità di controllare il proprio comportamento compulsivo – ha spiegato Ofir Turel, psicologo della California State University coautore dello studio – ma non hanno la motivazione reale per trattenersi perché non vedono conseguenze così gravi alle loro azioni”. Certo, per quanto la scienza possa evidenziare similitudini psicologiche tra l’uso eccessivo di Facebook e l’assunzione di droghe, rimane molto difficile anche solo accostare le due cose, in termini di svantaggi e danni al nostro organismo. L’imprenditore americano Nir Eyal, autore del bestseller “Hooked – come costruire prodotti tagliati su misura”ha dato nel suo libro un’interpretazione meno scientifica ma molto precisa sul perché i social network creino così tanta dipendenza. “Quello che Facebook sa sfruttare alla perfezione – sostiene Eyal –  è la tua noia, i tuoi minuti liberi. Sappiamo che psicologicamente la noia è dolorosa: ogni volta che ci si sente annoiati, curiosare a tempo perso su Facebook è come un rimedio che allevia questa  piccola ferita”. Forse, come sostengono gli inventori di 99 Days of Freedom, astenersi per un po’ dal “social overloading” è solo una questione di riappropriarsi dei propri spazi, quell’otium nobile e costruttivo tanto caro agli antichi greci e ai latini. E di riconquistare la nostra libertà ad annoiarci.

 

Giulia Di Stefano

L'Autore

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