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Gianni Rodari

ALI VAEZ A FQ: “ACCORDO SUL NUCLEARE USA-IRAN? SI FARA’ PERCHE’ MANCANO LE ALTERNATIVE”

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ali-vaez nucleare iraniano

Ali Vaez

Nell’ottobre del 1986 Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov si incontrarono in Islanda, a Reykyavik. Non raggiunsero un’intesa formale, ma l’anno successivo firmarono uno storico accordo sul controllo delle armi nucleari. Lunedì scorso a Ginevra sono ripartiti i colloqui tra gli Stati Uniti ed Iran sul programma atomico di Teheran – in realtà, il gruppo di lavoro è formato dai cinque membri del Consiglio di Sicurezza ONU, più la Germania, ma è evidente che gli americani giochino un ruolo di primo piano – e l’iranologo Ali Vaez, analista dell’International Crisis Group, parla dell’ultima decisione presa a Vienna, a fine novembre, come del “momento Reykyavik” nelle relazioni tra l’Occidente e gli ayatollah. Si è scelto di spostare la deadline dell’intesa al primo luglio 2015, con il presupposto di raggiungere un accordo quadro entro marzo, allo scopo di definire i punti – tecnici e, al tempo stesso, politici – che ancora rappresentano un ostacolo.

Nucleare iraniano

Ma Vaez, in un’intervista a Futuro Quotidiano, si dichiara ottimista: “Reagan e Gorbaciov negoziarono sugli armamenti secondo gli stessi parametri che abbiamo visto a Vienna. Stati Uniti e Russia furono molto vicini a vedere la luce in fondo al tunnel, ma non riuscirono a concludere un accordo. Al tempo stesso, però, le posizioni divennero molto chiare. Ciascuna delle parti, a quel punto, poteva soppesare bene i vantaggi e gli svantaggi di un eventuale fallimento. Così, quando si rividero un anno dopo, decisero di stringersi la mano”. Vaez nota una dinamica simile nei rapporti tra USA ed Iran: “Malgrado  le difficoltà, prima fra tutti l’assenza di relazioni diplomatiche, le parti hanno cercato a lungo un accordo, in nome dei rispetti interessi nazionali. Adesso, quindi, le posizioni sono chiare, al cento per cento”. Ragion per cui, all’International Crisis Group, si tende a vedere il bicchiere mezzo pieno: “Sono cautamente ottimista. La ragione di questo mio atteggiamento è il fatto che americani ed iraniani, nonostante gli ostacoli, che sono tutti di natura politica, per quanto mascherati da aspetti tecnici, hanno ancora la volontà di risolvere lo stallo. Il punto è che le alternative sono peggiori, talmente peggiori da spingere gli interlocutori nella giusta direzione. In caso di fallimento, nella migliore delle ipotesi, si tornerebbe allo status quo ante, ossia alla gara sanzioni versus centrifughe. Uno scenario che non solo sarebbe dannoso per entrambi, ma potrebbe facilmente degenerare in una situazione ancora più tesa”. Probabilmente, chiedo, il regime si consoliderebbe chiudendo la partita nucleare: “È vero”,  dice Vaez, “che l’intesa rafforzerebbe le istituzioni statali iraniane, ma non si può stabilire se ad uscire più forte sarebbe l’ayatollah Khamenei o il presidente Rohani. Infatti, le fortune dei protagonisti del complesso sistema politico di Teheran dipendono da una vasta gamma di fattori. Il dossier nucleare è solo uno di questi fattori, per quanto molto importante”.

Le insidie

La corsa da qui a marzo, però, è lastricata di insidie. Dopo le elezioni di midterm i democratici hanno perso anche il controllo del Senato, e i repubblicani sono sempre stati più scettici riguardo all’accordo con Teheran, considerato una sorta di appeasement. Il rischio, per Obama, è che i falchi del Gop cerchino di imporre ulteriori sanzioni: “I repubblicani tenteranno di far deragliare questo processo, ma credo che non avranno il tempo per trasformare le loro intenzioni in realtà. È vero, però, che un Congresso dominato dal Gop pone una minaccia seria all’accordo, per cui Obama dovrebbe fare progressi tangibili in tempi brevi, risolvendo i punti più controversi entro la fine di gennaio”. E la Russia, che più di un mese fa si è accordata con l’Iran per fornire barre di combustibile nucleare, utilizzabili a scopo civile, quale ruolo può avere? Ci si può fidare di Putin? “Mosca”, sostiene Vaez, “ è un partner chiave per l’atomo iraniano. Ma niente, all’interno di questo processo, è basato sulla semplice fiducia. Tutti i provvedimenti concordati dalle parti dovranno essere verificati e legati a garanzie politiche ben precise, costruite nella cornice del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”. Anche se non si fidano l’uno dell’altro, però, Iran e Stati Uniti combattono contro un nemico comune, l’Isis. “Non c’è un vero nesso tra le due questioni”, chiosa Ali. “Le due partite si giocano su tavoli separati”.

Davide Vannucci

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