Sogni, promesse volano... Ma poi cosa accadrà?

Gianni Rodari

AIRBERLIN, UN RACCONTO SULLA NEO INAFFIDABILITA’ TEDESCA

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eli31 marzo 2015, ore 16,40 circa. L’Airbus A321 proveniente da Roma Fiumicino, volo AB 8703 della compagnia Air Berlin, atterra sulle piste dell’aeroporto di Berlin-Tegel fra le raffiche crescenti di una tempesta di vento che i media battezzeranno “Niklas” e che, nella notte, toccherà punte di 160 km orari. L’applauso che scatta dal fondo mentre l’aero, rollando e beccheggiando tocca piuttosto bruscamente il suolo è più caloroso del solito. E si capisce. Poco dopo i passeggeri in attesa del bagaglio da stiva si ritrovano nell’apposita sala, tutti intorno al nastro trasportatore che a breve dovrebbe rigettare le nostre valige. Passato il quarto d’ora di prammatica sui video comincia però a girare una comunicazione, accompagnata da un annuncio vocale: “Date le cattive condizioni meteorologiche il recupero bagagli potrebbe richiedere più tempo del previsto”. Quanto tempo? Undici giorni, per l’esattezza: ma questo l’annuncio, sul momento, non lo dice.

Circa due ore e mezzo dopo però, durante le quali vengo fortuitamente a sapere che, con quelle condizioni meteo le maestranze si rifiutano, per ragioni di sicurezza, di procedere allo scarico delle stive, un dipendente di AirBerlin ci informa che stare lì non ha alcun senso, i bagagli non verranno scaricati ma consegnati agli indirizzi che forniremo. “Può ripetere l’annuncio in inglese?”, grida una signora dal gruppo, ormai abbastanza esasperato. Il dipendente esegue con una certa fatica e ci invita a uscire dalla sala, andare a sinistra, poi sempre dritto fino all’ufficio di GlobeGround, competente per i bagagli dispersi. Quello che segue è un parapiglia di circa mezz’ora in un corridoio strapieno, con passeggeri di ogni provenienza che riempiono formulari fotocopiati e raccolti al volo da dipendenti subissati da mani, richieste, chiarimenti e non pochi improperi. Sono le 19.30 quando riesco a uscire dall’aeroporto insieme a una famiglia di romani in visita a cui, date le circostanze, ho fatto un po’ da interprete.

I dieci giorni successivi possono essere paragonati ad un prolungato, estenuante (e un po’ frustrante) tentativo di risolvere un problema con Telecom Italia. Molti numeri a cui nessuno risponde, siano essi stabilmente occupati o stabilmente liberi. Mail che tornano indietro con risposte automatiche, che invitano a compilare il modulo allegato senza che, purtroppo, siano disponibili alcuni dati necessari alla compilazione stessa. Inutile chiamare direttamente la compagnia AirBerlin: “Non siamo autorizzati. Per i reclami per favore rivolgersi al numero…”, a cui, giustamente, non risponderà nessuno. L’unico luogo dove è possibile avere un minimo di comunicazione è la pagina Facebook di AirBerlin, che invia messaggi amichevoli del tipo: “Caro Paolo (Johannes, Elisabetta, Tobias…), ci dispiace tanto che tu non abbia ancora ricevuto i tuoi bagagli. Ti preghiamo di pazientare. I nostri colleghi lavorano con il massimo impegno per…”. Intanto la vicenda ha raggiunto i quotidiani locali: Tagesspiegel, Morgenpost, BZ, raccontano di come, con l’imperversare di Niklas, l’aeroporto di Tegel sia collassato sotto circa 7 mila bagagli perduti. I magazzini straboccano, molti colli sono forse ancora in volo e se ne attende il ritorno. Si capisce che la compagnia preferisca chiudere le comunicazioni con i clienti infuriati: cosa avrebbe da comunicare? Il caos?

Il 10 aprile, infine, forse in parte anche grazie al mio tampinamento via FB, con cinquanta minuti di ritardo sulla fascia oraria annunciata, mi vengono consegnati a casa i bagagli. Il giorno dopo mi arriva un messaggio da parte di Air Berlin: “I bagagli verranno trattenuti per altri due giorni”. Lo cancello e penso che, tutto sommato, la cosa si è chiusa in coerenza. A voler trarre una nota positiva da tutto ciò? Beh, forse che i vari luoghi comuni su italiani e tedeschi –precisi e arroganti i primi, inaffidabili e socievoli i secondi – hanno fatto un po’ il loro tempo e ora, come spesso accade, rischiano di essere più fuorvianti che altro. Perché la globalizzazione e l’informatica hanno reso i nostri paesi assai più simili fra loro di quanto quotidianamente non si ritenga, come del resto testimoniano anche l’aumento esponenziale dei casi di corruzione in Germania, il crollo della fiducia dei tedeschi nei partiti politici e il conseguente calo dell’affluenza alle urne, l’aumento degli attacchi xenofobi contro i centri di accoglienza, ospitino essi rom o extracomunitari. E che quindi, forse, è arrivato il momento di sostituire a quei consolanti stereotipi un luogo comune ancor più trito: tutto il mondo è paese.

Paolo Petrillo

L'Autore

1 commento

  1. Renzo limone il

    Pessimo. Aeroporto Tegel uscita c50. Rotto filtro friggitrice passeggeri inondati da odori e fumi. Reclamato senza risultato. ..

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