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Gianni Rodari

Air crash. L’ Italia delle poltrone si dimentica dei cieli

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Lasciamo agli esperti di diritto aeronautico e di diritto internazionale il compito di districarsi nella selva oscura dei trattati internazionali, dei regolamenti europei, delle norme nazionali. Ma non illudiamoci che ci dicano, alla fine, a chi toccava una cosa tanto semplice come vietare agli aerei civili di sorvolare una zona di guerra dove entrambe le fazioni in conflitto disponevano, come è stato accertato, della tipologia di armamenti necessaria per colpire un aeromobile in volo a diecimila metri di quota. Probabilmente non avremo una sola risposta – e di conseguenza un responsabile – ma un vibrante dibattito, qualche infuocata polemica, alimentata da reciproche accuse e indignate risposte. Per ora abbiamo 295 morti di ritorno dalle vacanze, in un insopportabile corto circuito che mescola insieme due popoli in guerra, un conflitto internazionale per il controllo delle fonti energetiche, il profitto delle compagnie aeree, l’ignavia dei legislatori, dei regolatori e dei controllori, la spensieratezza violata delle povere vittime – i soli certamente innocenti e verosimilmente i soli a pagare. Le nostre poche certezze, purtroppo, non discendono dal diritto – e di ciò si sente la mancanza – ma dal buon senso.

Primo. Un aereo civile non doveva sorvolare una zona di guerra, per quanto estesa e nevralgica nella geografia delle rotte internazionali che collegano l’Europa all’estremo oriente. Tanto meno nel cuore dell’Europa, ai confini di quell’Unione la cui insussistente politica estera – ieri nelle mani dell’eterea Lady Ashton, e domani di qualcuno che rischia di scaturire dalle lotte di potere interne a un partito – ha già una responsabilità non secondaria nella catastrofe ucraina. Una catastrofe umanitaria che da oggi conta fra le proprie vittime innocenti anche olandesi, australiani, malesi, e tanti altri che l’Ucraina non sapevano nemmeno dove fosse.

Secondo. Proliferano i trattati internazionali per disciplinare ogni piccolo aspetto che attiene all’economia del trasporto aereo: le libertà di mercato, i rapporti fra vettori e passeggeri e i diritti di questi ultimi, la ripartizione dei profitti, i danni all’ambiente. Sacrosanto: le compagnie devono guadagnare, i governi devono guadagnare, gli avvocati devono guadagnare. Ma i passeggeri devono arrivare a destinazione. E nessuno si preoccupa di stabilire chi, su quali basi e con quali criteri, abbia il dovere e il potere di vietare il volo su un teatro di guerra, né, di conseguenza, chi abbia il compito di vigilare su un simile divieto.

Terzo. Proliferano le agenzie per la sicurezza del volo, variamente denominate, dall’europea Aesa alle italiane Enav e Enac, peraltro da sempre oggetto di minuziose lottizzazioni partitiche e oggi in attesa del rinnovo dei vertici, da tempo scaduti, verosimilmente perché non si è trovato il cencellistico accordo sulla spartizione prossima ventura. Ma nessuna di queste risulta avere emanato non dico un divieto, ma anche solo un ammonimento rispetto al sorvolo dell’Ucraina orientale dall’inizio dei combattimenti. Né, del resto, rispetto ad altri focolai di guerra disseminati nel mondo.

Norme, regolamenti e agenzie producono, per contro, un’orgia di burocrazia certificatoria, attestati di aeronavigabilità variamente articolati per gli aerei, i loro pezzi e le loro pertinenze, le imprese che li progettano e li producono, il personale direttamente o indirettamente coinvolto nella produzione, navigazione o manutenzione. Oltre a svolgere altre ineludibili funzioni. L’Aesa, per esempio, quando non è intenta a rilasciare certificati “prepara un programma di lavoro annuale per promuovere il costante miglioramento della sicurezza aerea europea e per indicare i mandati e i compiti che sono stati aggiunti, modificati o soppressi rispetto all’anno precedente”. E addirittura “può emettere pareri e raccomandazioni destinati alla Commissione, nonché specifiche di certificazione e metodi accettabili di rispondenza alle regole europee”. Di fronte a tanta efficienza e previdenza si resta ipnotizzati. E tornano alla mente le parole di Bertolt Brecht: “Come si dice di Rembrandt che se fosse nato senza mani avrebbe dipinto allo stesso modo, così si dovrebbe dire di certi governanti, che se fossero nati senza testa governerebbero allo stesso modo”.

Enrico Musso

L'Autore

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