Ecco qual è il problema del futuro:
quando lo guardi cambia perché lo hai guardato.

Lee Tamahori

Cina. E’ digital l’ultima rivoluzione del dragone

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La tigre cinese sta facendo un altro grande balzo verso il futuro. Nonostante la paura che ha del web e delle sue maglie troppo larghe e libere, sembra decisa a superare l’insopportabile digital divide di cui soffre rispetto alle altre grandi potenze del mondo. E’ il secondo colosso del pianeta e non può permettersi di rimanere indietro. Lo ha capito e che la rivoluzione sia in atto è ormai evidente. Il numero degli smart device attivi nel paese è cresciuto nel 2013 da 380 milioni a 700 milioni. E ogni giorno su Tmall e TaoBao, l’ebay asiatico che fa capo al gruppo Alibaba , hanno luogo transazioni per 6 billion di dollari. Attraverso Baidu vengono effettuate cinque miliardi di ricerche ogni 24 ore e centinaia di milioni di  messaggi transitano su Wechat. Non è difficile immaginare le ripercussioni di questa nuova grande marcia cinese. Sicuramente Internet sconvolgerà la fabbrica della quotidianità dell’antico gigante. Ma la vera sfida per Pechino è anche economica e industriale. L’arretratezza è un handicap da vincere.

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Solo il 20-25% delle Pmi è connessa

E lo scenario al momento è  proprio all’insegna dell’arretratezza. Lo dicono i numeri dell’ultimo rapporto della McKinsey & Company, che pure segnala un fortissimo progresso, che conferma la volontà del paese di modernizzarsi, anche rischiando fortemente da un punto di vista politico. Ma questo il think-tank americano non lo mette in evidenza. Il rapporto osserva che la debolezza maggiore sul fronte dell’innovazione in Cina si registra tra le piccole e medie imprese, delle quali solo il 20-25%  è online contro il 75% di quelle americane. Un dato molto negativo: unplugged vuol dire ormai unproductive.

L’indice I-Gdp oggi al 4,4% , a livello degli altri grandi del mondo

E unproductive vuol dire gap. E non solo. Vuol dire  lavoro ancora fondato sullo sfruttamento, lavoro non sostenibile, non competitivo e  non qualificato. Certo qualche bandierina in più sul risiko delle ambizioni cinesi oggi rispetto a ieri compare. E questo è invece un buon segno. Secondo la McKinsey  l’indice I-Gdp, che misura la grandezza dell’economia-internet di un paese in relazione al Pil- in Cina è passato dal 2010 a oggi dal 3,3% al 4,4%. Il che ha segnato il debutto del paese nella graduatoria dei Grandi del pianeta. Ma la muraglia non è abbattuta. Gli investimenti delle aziende cinesi in informazione tecnologica ammontano ad appena il 2%, la metà della media mondiale.

Troppo poco e non solo per le piccole e medie imprese, che stanno emancipandosi da una visione arcaica e rurale dell’economia, ma soprattutto per le grandi aziende di Stato. Dalla Sinopec alla PetroChina, che stanno trascurando e sottovalutando le grandi potenzialità dell’innovazione e i benefici che internet può portare in alcuni settori, come il marketing, la gestione della catena delle forniture, la ricerca.  Non solo. La McKinsey stima che una migliore politica di utilizzo del web porterebbe la Cina a incrementare il suo prodotto interno lordo dall’attuale 7% al 22 % entro il 2025, ossia dai 4 trillion di renminbi di oggi a 14 trillion. Senza contare le ripercussioni che tutto ciò avrebbe sulle condizioni di lavoro e sulla sua qualità, sull’allargamento di accesso al capitale, sulla modernizzare dello stato, sul welfare e  sul sistema sanitario. In generale potrebbe nascere un nuovo modello economico. Il processo è in atto. Ed è inarrestabile.

Velia Iacovino

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