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Alan Kay

Cina, il gigante dai piedi di argilla. All’improvviso l’export va giù

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Rallenta il passo all’improvviso e contro ogni previsione il gigante cinese. Lo dicono inequivocabilmente i dati appena diffusi dalle autorità dogonali del Paese sull’export di marzo. In un anno c’è stato un crollo del 15% ,in termini di dollaro americano, e del 14,6% in termini di yuan rispetto alle aspettative di un aumento che era stato stimato di oltre l’8%. In calo del 12,7% anche le importazioni, contro le previsioni che fissavano il dato all’11,7% con un saldo della bilancia commerciale ai minimi termini negli ultimi 13 mesi pari a 18,16 mld di yuan (2,92 miliardi di dollari; 1,99 miliardi di sterline) contro un surplus di 60,6 mld di yuan in febbraio.

exportNumeri che segnalano un cambio di rotta netto e inaspettato e sono il sintomo più appariscente di un duplice preoccupante indebolimento, quello della domanda estera e al tempo stesso quello della domanda interna e che vanno a moltiplicare i timori già suscitati con forza dalla costante flessione della crescita economica cinese, che ha toccato il 7,4%, il tetto più basso degli ultimi 25 anni.

Motivo di questa inattesa e scioccante performance? Sicuramente l’apprezzamento dello yuan, sostengono gli analisti, spiega la riduzione dell’import di commodity. Ma il crollo delle esportazioni ha davvero lasciato tutti di sorpresa. Ha prodoto un effetto choc il passaggio dall’impennata in positivo del 48% registrata in febbraio a quella in negativo -15%, registata il mese dopo. Tanto più che febbraio e marzo sono due mesi campioni per le previsioni economiche.

A Pechino, intanto, è scattata l’allerta. E sono già tutti a lavori i vertici economici del Paese per far fronte all’emergenza ed arrestare lo slowdown dell’export prima che possa avere effetti devastanti sulla crescita economica. Anche le autorità dei governi locali sono state mobilitate per fare il possibile a incoraggiare maggiori investimenti privati nel settore delle esportazioni. Quel che più si teme nell’immeditato è una ripercussione sul mercato del lavoro, che il governo tiene a mantenere stabile nel timore che un aumento della disoccupazione possa alimentare lo scontento sociale e il dissenso.

Velia Iacovino

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