Ecco qual è il problema del futuro:
quando lo guardi cambia perché lo hai guardato.

Lee Tamahori

CORRUZIONE: COME TORNARE AD ESSERE UN PAESE NORMALE

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Altro che dibattito infinito tra chi difende il rigore e chi invoca politiche espansive. Altro che argomentazioni in buona fede sullo “Stato imprenditore” (di Marianna Mazzucato) e di chi si scopre neo keynesiano (come il mio amico Stefano Sylos Labini). Se non mettiamo una pezza alla corruzione, i 50 miliardi di Euro di investimenti pubblici (assolutamente pochi rispetto a qualche anno fa e comunque inferiori alle cifre degli altri Paesi europei) che l’Italia spende e che, secondo molti, dovrebbero aumentare, sono persino troppi. E allora la riforma minima che dobbiamo fare (e che aspetta da due anni in Parlamento) è quella sulla corruzione. Trovando una proposta che sia pragmatica e in grado di superare le guerre di trincea. Interessanti, forse, possono essere quattro spunti.

Quattro spunti sul fronte della corruzione

corruzioneaSul fronte delle pene: puntare sull’aggravamento dell’interdizione dai pubblici uffici più che al carcere (anche se ha ragione Renzi a lamentare che sono così pochi i corrotti in galere che invece scoppiano di imputati in attesa di giudizio); ciò è fondamentale per eliminare (per un numero di anni sufficiente alla ricreazione di un mercato) il pericolo che i corrotti continuino a inquinare le gare future. Ma anche restituzione delle risorse sottratte allo Stato che vadano automaticamente a sgravare il debito pubblico visto che esso è, anche, frutto della sommatoria dei furti durati decenni, usando, ad esempio, la Corte dei Conti con poteri sostitutivi delle singole amministrazioni.

Su quello processuale: corsie preferenziali nei processi di corruzione (deve essere possibile che vengano identificate, annualmente, priorità nell’azione giudiziaria) e, ovviamente, tempi di prescrizione più lunghi. E forti sconti di pena per chi collabora, proprio come succede per i mafiosi, e, da tempo, chiede lo stesso Cantone. C’è, però, anche la riforma complessiva degli appalti: abolire tutte le “barriere all’entrata” (fatturati “specifici” si chiamano) che inchiodano le amministrazioni a usare gli stessi fornitori del passato: ciò aprirebbe le infrastrutture all’innovazione che è tanta e richiede, in alcuni settori, anche tecnologie non italiane; rafforzare, contemporaneamente, pagamenti legati ai risultati: un’opera pubblica andrebbe pagata anche in funzione inversa al tempo che è stato necessario alla realizzazione e le fideiussioni dovrebbero valere anche dopo il collaudo per potersi rivalere se il vizio dell’opera si manifesta qualche mese dopo la consegna. I certificati, da soli, compreso quello anti mafia che non dovrebbe essere chiesto alla singola ditta, ha solo aumentato la burocrazia e chiuso ancora di più il mercato.

Trasparenza

Ma soprattutto, trasparenza. Che serve a identificare anomalie prima che diventino patologie, usando i cittadini nel controllo sociale. Trasparenza che non è solo pubblicare dati sulla pagina di un sito (eppure sarebbe mi chiedo perché non è possibile oggi avere una comparazione immediata dei costi medi di costruzione di strade simili in luoghi e tempi diversi per capire, subito, come sono stati spesi i nostri soldi), ma anche usare tutti gli strumenti della comunicazione oggi disponibili, per incoraggiare i cittadini a essere tali. L’approccio potrebbe essere quello di passare dalla logica della vendetta sociale, a quella di mettere “fuori gioco”, in maniera definitiva, chi continua ad impedire a questo Paese di diventare normale.

Francesco Grillo

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