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Gianni Rodari

Dalle elezioni inglesi un dibattito sul futuro della democrazia

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Nessuno sembra averlo notato. Ma le elezioni inglesi della settimana scorsa sono state decise – in maniera drammaticamente netta – da una legge elettorale che è tarata proprio sulla necessità assoluta di avere un vincitore certo la sera stessa delle elezioni e che, però, nessuno ha mai accusato di non sacrificare la “rappresentanza” all’ “efficienza” (come pure molti fanno con l’Italicum). La vittoria di Cameron corrisponde ad un aumento della percentuale di voti inferiore all’1% (dal 36,1 al 36,9%) che, tuttavia, ha portato ai conservatori 25 seggi in più (da 306 a 331) che sono stati sufficienti a garantire la maggioranza assoluta. Ai laburisti non è stato sufficiente guadagnare più voti dei conservatori (settecentomila voti in più che hanno portato la loro percentuale dal 29,1 al 30,5) per perdere 36 seggi e costringere Miliband alle dimissioni. Dimissioni che sono toccate anche al leader dell’Ukip – Nigel Farage – anche se il suo partito ha più che quadruplicato i suoi consensi (dal 3,1 al 12,6%) e che, tuttavia, hanno fruttato un solo seggio. Mentre sono stati 56 i seggi che sono andati al Snp di Nicola Sturgeon che pure – su base nazionale – ha avuto un terzo (4%) dei voti che ha avuto l’Ukip (anche se, va precisato che, a differenza della Lega, l’Snp non può presentarsi fuori di confini della Scozia).elezioni

Sono numeri sui quali in Italia – dove si cavilla sulle percentuali – si sarebbe gridati alla morte della democrazia. E certamente nessun leader si sarebbe mai dimesso dopo aver quadruplicato i suoi consensi dopo cinque anni. E, anzi, per esser precisi, nessun leader si è mai dimesso punto. Ma l’Inghilterra è paese diverso. Consapevoli della fortissime asimmetrie della legge elettorale. A nessuno viene in mente di “dichiarare morti i populismi” (come pure hanno fatto i commentatori all’amatriciana dei risultati britannici); così come nessuno ha usato toni trionfalistici per Cameron, in un Paese che comunque usa l’understatement per qualsiasi avvenimento.

Fortissima è la connotazione maggioritaria della legge elettorale inglese a tal punto che un voto agli scozzesi vale – in seggi – 150 volte di più di un voto dato agli indipendentisti inglesi: ci sono voluti 4 milioni di voti ai secondi per eleggere un MP; solo 25 mila ai primi. E, tuttavia, nessuno dice che la legge elettorale britannica, antica quanto lo è lo Stato Italiano essendo stata introdotta nel 1885 e da allora mai modificata, sia non democratica. In realtà il meccanismo “first past the post” compensa la scarsissima proporzionalità del sistema con un forte legame tra ciascun MP e il proprio territorio. In Inghilterra un parlamentare passa, sul serio, più della metà del tempo a discutere con i propri elettori e il nome del suo collegio ne accompagnano il titolo nel bigliettino da visita e nelle email.

elezioniNon è cioè vero – come sostengono alcuni costituzionalisti nostrani – che bisogna scegliere tra “rappresentanza” e “efficienza”. La democrazia più antica del mondo è rappresentativa abbastanza, nonché capace di formare governi (anche di coalizione) in massimo due settimane dal voto. L’Italia, al contrario, riesce a mettere insieme il massimo della scarsa legittimità di parlamenti votati con leggi poi dichiarate non costituzionali ed il massimo della scarsa efficacia di ministri che perdono, per strada, ottime intenzioni tra imboscate parlamentari e strapotere di burocrati.

E, peraltro, non è vero neppure che quello inglese sia un modello. La critica più efficace è quella di chi dubita che, oggi, nel 2015, la società sia ancora organizzata per territori. Lo è ancora per chi – soprattutto anziani – è stabile geograficamente. Esiste, però, una classe (soprattutto quella più istruita e giovane) che non è più legata ad un area geografica e che viene, pesantemente, penalizzata da una legge elettorale che vede, sostanzialmente, un parlamentare come il rappresentante di una specifica area. Ciò vale, soprattutto, per le elezioni europee, dove anzi un partito transnazionale dovrebbe avere un premio, rispetto ad uno che è, invece, legato ad una specifica regione.

L’Italicum è, forse, un passo avanti verso l’idea di avere la sera delle elezioni un vincitore. Ma un passo indietro rispetto ad una legge come quella che portava il nome del nostro attuale Presidente della Repubblica sulla rappresentazione territoriale. Soprattutto manca, ancora, in Italia un dibattito su come dovrebbero essere le istituzioni, i meccanismi di selezione delle classi dirigenti, i processi attraverso i quali (come direbbe Amartya Sen) le preferenze individuali cono incorporate, anzi diventano decisione collettiva (cioè politica). Al di là dello scontro di trincea tra interessi di breve periodo, sarebbe ora di avviare un dibattito che ha a che fare con il tipo di democrazia che vogliamo e sulla capacità della democrazia di vincere ancora lo scontro (mai finito) contro gli autoritarismi espliciti o striscianti che le sono, da sempre, nemici.

Francesco Grillo

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