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Gianni Rodari

DOPO #EBOLA IL RISCHIO PIU’ GRANDE E’ L’EMERGENZA ALIMENTARE

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Dopo l’Ebola ci sarà la fame. Anzi, la crisi alimentare ed economica è già in atto. L’allarme è stato lanciato a più livelli, sia in ambito locale che internazionale. Hanno cominciato i rappresentanti dei Governi e le Ong che lavorano sul territorio a far notare che le campagne si stanno svuotando perché intere famiglie sono state decimate dal virus e che molti altri hanno dovuto abbandonarle nel tentativo di allontanarsi dalle aree più colpite. La gente ha paura, scappa, a volte si nasconde per sfuggire allo stigma della comunità, atteggiamento che ancora influenza l’approccio alla malattia. E muore, lasciando così le campagna incolte. Le poche aziende chiudono, gli investimenti sono bloccati. E la vita di tutti i giorni collassa.  In questi Paesi funziona per lo più un’economia di piccola scala, si acquista e si vende ciò che si produce e così se non c’è merce da vendere non ci saranno neanche i soldi per acquistare al banchetto del vicino. È un circolo vizioso. Ai mercati dove arriva meno cibo, di qualsiasi tipo, questo viene venduto a prezzi esorbitanti. Secondo dichiarazioni rilasciate all’Associated Press da personale che lavora in loco, a Monrovia, capitale della Liberia, il costo della cassava, l’alimento base, è aumentato del 150% rispetto ad agosto e in Sierra Leone già il 40% degli agricoltori ha lasciato le campagne.

I numeri di una catastrofe umanitaria

E poi ci sono gli orfani – quasi 5mila finora – diventati bambini di strada che non sanno come procurarsi da mangiare. A rischio – secondo l’Unicef – ci sono 8.5 milioni di bambini e giovani sotto i vent’anni. Un sistema sanitario al collasso, la chiusura delle scuole, la perdita dei parenti non faranno che aggravare la loro condizione. Per affrontare la situazione ci vorrebbero almeno 200 milioni di dollari per i prossimi sei mesi, dice l’Agenzia delle Nazioni Unite. Le analisi parlano di milioni di persone che potranno essere toccate da una vera e propria carestia nei prossimi mesi. Liberia, Guinea e Sierra Leone, dove il virus dell’ebola ha fatto finora 4.546 vittime, sono i Paesi dove questa crisi è ormai evidente. Secondo una ricerca condotta dal World Food Programme, l’80% degli abitanti dell’est della Sierra Leone mangiano cibo di bassa qualità e basso costo fin dall’inizio dell’epidemia e i tre quarti hanno ridotto le porzioni e i pasti giornalieri. E la Fao ha reso noto che in alcune aree della Liberia la produzione di riso è già scesa del 15% mentre i prezzi delle derrate alimentari sono saliti dal 30 al 75% tra aprile e settembre. Sia perché c’è meno merce e sia perché sono meno frequentati, molti dei tradizionali mercati settimanali da tempo sono stati chiusi e con essi i consueti punti di riferimento per il commercio e gli incontri.

Depressione economica

Anche le poche fabbriche e aziende esistenti hanno subito il contraccolpo dell’epidemia. In Sierra Leone la Africa Felix Juice che acquistava frutta – ananas, mango papaya – da circa 5mila piccoli agricoltori ad agosto è stata chiusa e il personale occidentale è stato evacuato dal Paese. Programmi di investimento nella lavorazione agro-alimentare, nel settore minerario e dell’energia sono stati sospesi. Per non parlare dei danni alla già minima industria del turismo. Ma è l’agricoltura che mostra i cedimenti più visibili, in Paesi dove essa rappresenta ancora il pilastro dell’economia. Qualche giorno fa il Fews Net, Famine Early Warning Systems Network, ha rilasciato un accurato studio secondo il quale, se il numero dei morti per Ebola dovesse continuare a salire e raggiungere i 200- 250mila casi ipotizzati dal Centers for Disease Control and Prevention, entro marzo tra i 2.7 e i 4 milioni di persone sarebbero nella fase 3 della crisi alimentare. Una crisi che, considerando appunto i dati emersi fino a questo momento, sta già investendo sia le famiglie colpite dal virus sia il resto delle popolazioni. Finora il World Food Programme ha fornito ai Paesi colpiti 9.1 tonnellate di cibo per un totale di 534mila famiglie e si fa sapere che l’obbiettivo – entro febbraio – è riuscire a sostenere 1 milione e 400mila famiglie. Nell’annuale Report sullo “Stato sull’insicurezza alimentare” pubblicato dall’Onu nel settembre scorso, si sottolineava che, nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni, sono ancora 805 milioni – vale a dire una su nove – le persone che al mondo soffrono la fame. Si rischia che l’Ebola vada ad incidere drammaticamente su queste cifre, riportando quella parte del continente africano indietro di decenni.

Antonella Sinopoli

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