Ecco qual è il problema del futuro:
quando lo guardi cambia perché lo hai guardato.

Lee Tamahori

La Ue ai tempi del covid19. Il punto di vista di Carmelo Cedrone

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Calano le vittime del coronavirus in Italia. Il numero complessivo al 23 marzo è 6077 morti( concentrati, com’è noto, in gran parte in Lombardia): la crescita della mortalità, però, pur proseguita tra sabato 21 e lunedi’ 23 marzo, sta rallentando rispetto ai giorni precedenti.  Complessivamente i contagiati sono piu’ di 50.000, con un incremento, rispetto a Domenica scorsa, di 3.780 ( anche qui, però, la crescita sta diminuendo).  Sono, infine, 7.432 i pazienti guariti (208 in piu’ rispetto a Domenica  22 marzo). Sono, questi, tra gli ultimi dati forniti dal commissario straordinario  per l’Emergenza, Angelo Borrelli: dati che sembrano autorizzare una prima, cauta ripresa d’ottimismo.
Ma tra i piu’ colpiti dall’epidemia in Europa, sembra purtroppo esserci la stessa Unione Europea: la cui impalcatura istituzionale ha reagito, in complesso, in modo tardivo ed episodico all’offensiva sovranazionale del virus, mostrando anzitutto di non disporre ancora di un’unica strategia per far fronte ad emergenze sanitarie – e socioeconomiche – di questo genere.
Abbiamo voluto parlarne con un protagonista diretto della vita delle istituzioni comunitarie: Carmelo Cedrone, sino all’ 84 Segretario nazionale del Sindacato Scuola e università della UIL, dall’ 88 alla direzione del Dipartimento Europeo della UIL, e infine, dal 2006 al 2016, membro del Comitato Economico e Sociale Europeo.

D. A Lei che ha una lunga esperienza di partecipazione al funzionamento di importanti organismi comunitari (come, anzitutto, il Comitato Economico e Sociale Europeo), chiediamo: cosa sta facendo, l’ Unione Europea, per affrontare seriamente, sul piano anzitutto sanitario,  l’emergenza  coronavirus? Possibile che, a piu’ di 60 anni dalla nascita della Comunità, e a quasi 30 dal Trattato di Maastricht, non ci sia ancora un protocollo sanitario comune per fronteggiare  epidemie come questa?

R. L’Unione, dopo una prima fase di sbandamento, dove il coronavirus era stato derubricato a problema italiano, sta provando a fare qualcosa sul piano economico, ma nulla di comune sul piano sanitario: nonostante che il Trattato (art. 168 ed altri), basato sul  principio di solidarietà, le consentirebbe di intervenire. E’, “mutatis mutandis”,  la stessa situazione cui abbiamo assistito durante gli attentati terroristici, o gli sbarchi di migliaia di immigrati sulle coste italiane e greche. Si stenta a capire che l’emergenza sanitaria ed i virus sono una nuova frontiera ( in senso negativo, ovviamente, N.d.R.) da cui bisogna difendersi. Prima l’UE e gli altri Paesi ne prendono atto, meglio sarà.

D. Purtroppo, anche quest’emergenza l’ Europa la sta affrontando in ordine sparso, con logiche puramente nazionali: le analogie che vengono subito in mente sono, direi, soprattutto quelle con Chernobyl 1986, con la grande crisi economica mondiale iniziata nel 2008- 2009 e con la  situazione di caos economico e speculativo ( da Lei ricordata nel suo recente saggio “Dentro l’ Europa”) che si creò tra ultimi mesi del 2001 e primi del 2002, quando entrò in funzione l’ euro. Ma questa di oggi è una situazione molto piu’ grave: a Suo giudizio, può dipendere anche dalla preferenza accordata nell’ultimo quindicennio, dagli organi di governo della UE, a politiche fortemente liberiste, che hanno impedito ai Paesi dell’ Unione di definire una strategia comune sui principali temi economico.-sociali, ambientali e sanitari?

R. Non è una questione solo economica, o di economia liberale. Il nodo che abbiamo di fronte riguarda un modo sbagliato di concepire l’Europa. Si pensa che basta innestare un pilota automatico, come quello del patto di stabilità per l’Eurozona, e tutto procederà liscio. Tanto liscio che se non ci sarà una virata andremo a sfracellarci sullo scoglio di questa crisi…! Smontare queste convinzioni, far capire che l’Europa ha bisogno di politici, non di ragionieri, non è facile, come stiamo vedendo anche in questi giorni. Comunque questo è il momento di tentare l’affondo. Serve un colpo di reni dei Paesi europei che hanno un minimo di attenzioni verso il futuro. L’Italia è tra questi e noi dobbiamo aiutarla, per aiutare anche coloro che, in Europa, hanno gli occhi bendati.

D. La riunione d’urgenza del Consiglio direttivo della BCE di giovedì 19 marzo (dopo le uscite, a dir poco imprevidenti, di Christine Lagarde) ha varato il PEPP, Programma Acquisti per l’ Emergenza Pandemica: una sorta di nuovo “Quantitative easing” che prevede massicci acquisti di titoli sia pubblici che privati, per tutto il 2020, con una dotazione di 750 miliardi di euro. Ma basterà, questo, a ridare fiato a mercati e operatori economici e finanziari gia’ provati dalle vicende , soprattutto, dell’ultimo mese? Non sarebbero indispensabili interventi a carattere, almeno in qualche misura, strutturale?

R. La BCE non può fare tutto, anche perché ha grossi limiti, non avendo gli stessi poteri di qualunque Banca Centrale: un’ anomalia, questa, senz’altro da superare. Gli interventi decisi hanno invertito l’andamento delle borse e dello Spread dopo il disastro iniziale della Lagarde, che mirava a mettere all’angolo l’Italia sotto dettatura tedesca. Un disegno che la Germania persegue da tempo ma che finora abbiamo sempre sventato, sebbene a caro prezzo. Comunque gli interventi decisi sono insufficienti. Occorrerebbe confermare, da parte della BCE, che è disposta a “fare tutto il possibile” qualora si rendesse necessario; e in più dovrebbe aumentare di molto le misure decise. Almeno raddoppiarle o triplicarle. Le misure ancora maggiori, però, dovrebbe deciderle l’Unione: Eurobond ( ai quali la Germania guidata dalla Merkel da anni è ferocemente contraria, N.d.R.) nell’immediato per aiutare direttamente le persone, malati e disoccupati in prima linea! In più, aiuti diretti ai settori dell’economia più minacciati dalla crisi, utilizzando il fondo del MES, Meccanismo Salva Stati) ma senza condizionalita’. Contemporaneamente, tramite la BEI, bisognerebbe avviare un grande piano di investimenti, capace di mobilitare almeno 5 o 6.000 miliardi (cifre da aggiornare alla luce di ciò che succederà).

D. E veniamo alle origini di questa epidemia. Non siamo per forza dei complottisti: però è un fatto che il principale focolaio di diffusione del virus è stata, da fine Dicembre scorso, la Cina comunista. Quale che sia stata la causa scatenante di quest’ epidemia (dalle incredibili condizioni igieniche di tanti mercati cinesi a possibili leggerezze di personale operante in laboratori di ricerca epidemiologica, come quello appunto di Wuhan), la UE, sostenuta dall’ OMS, non potrebbe, a questo punto, chiedere alla Cina un adeguato risarcimento per i danni causati, con l’epidemia, a  tutta l’ Europa, ed anzi al mondo? Invece i soldi li sta tirando fuori l’ Italia, per acquistare le mascherine proprio dalla Cina…

R.  Questa è una questione nodale, l’essenza di ciò che potrà ancora succedere in futuro, perché già abbiamo fatto esperienze simili più leggere (rappresentavano una prova?) per colpa della Cina. Una Cina, non dobbiamo dimenticarlo mai, governata da un regime comunista, con tutto quello che ciò significa per quanto riguarda l’ affidabilità di ciò che dicono!E’ una vera tristezza vedere il nostro ministro degli Esteri annunciare (facendosi riprendere insieme ai medici ed alle scatole di mascherine cinesi), che le mascherine antivirus sono un aiuto umanitario, mentre, come diceva Lei, dobbiamo pagarle! Un vero e proprio scandalo nel silenzio generale (Nenni, primo ministro degli Esteri ad aprire i contatti con la Cina, si rivolterebbe nella tomba).
L’Unione Europea dovrebbe porre seriamente la questione del rimborso dei danni. Il problema vero è che la Cina ha le idee chiare, ha capito il declino a cui sta andando incontro l’occidente e, con una strategia studiata a tavolino, ne sta approfittando per sostituirsi agli USA ed all’Europa. Il guaio è che quest’ ultima non esiste. Speriamo che il coronavirus la svegli, e  che la UE decida di cambiare strategia. Prima di tutto, però, deve decidere di esistere. E questo dipende dalla Germania. Purtroppo! Gli altri Paesi,  già vittimizzati, continuano a pendere dalle sue labbra. Ce la faremo? Secondo me potremmo farcela, purché si abbia chiaro quale è il problema da affrontare e risolvere, a qualunque costo.

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