La mutilazione per cui la vita perdette quello che non ebbe mai,
il futuro, rende la vita più semplice,
ma anche tanto priva di senso.

Italo Svevo

Lo stato del teatro. All’Argentina “Il prezzo” di Miller

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teatro 1Mobili accatastati in uno stanzone altrimenti vuoto, in questo spazio desolato si muovono i protagonisti di “Il prezzo” di Arthur Miller, nella traduzione di Masolino D’Amico, in scena al teatro Argentina fino all’8 novembre con la regia di Massimo Popolizio che ne è anche protagonista insieme a Umberto Orsini che lo produce, Alvia Reale ed Elia Schilton. Si tratta di uno dei testi meno rappresentati del drammaturgo americano, andato in scena a Broadway nel ’68 mentre in Italia è stato allestito poco dopo, nel ’69, da Raf Vallone. Poi incredibilmente più niente. Eppure avrebbe meritato di più questo devastante quadro degli Stati Uniti post crollo del ’29 che ridusse sul lastrico la media borghesia americana. Un lavoro del tutto attuale poiché parla sì degli sconvolgimenti economici e sociali così simili a quelli che la crisi del 2008 ci ha fatto conoscere, ma anche del prezzo da pagare per le proprie scelte e per quelle degli altri.

Come sempre nei testi di Miller il sociale si intreccia con le vicende familiari, là dove le relazioni divengono specchio della società che le contiene. Victor (Massimo Popolizio) ha sacrificato la sua vita per sostenere un padre colpito dalla crisi rinunciando a studiare, lui così dotato, e arruolandosi in polizia. Dopo la morte del genitore mette in vendita i mobili di famiglia per fare qualche soldo e dà così appuntamento a un broker (Umberto Orsini) che cerca di portarsi via il tutto a un prezzo irrisorio ma la moglie Esther (Alvia Reale), piena di risentimento dopo una vita di sacrifici e mortificazioni, questa volta pretende il dovuto, pretende di avere soldi, pretende una vita diversa che ormai non potrà avere più.

E poi c’è Walter il fratello di successo, quello che ha fatto gli studi giusti, gli intrighi giusti, che è sicuro di sé, che ha teatrofatto i soldi. Il sogno americano insomma che non si è fatto intrappolare dalla grande crisi. Così Victor è l’apparente vittima, Esther l’apparente donna frustrata e depressa cui interessano solo i soldi, Walter è il privilegiato, l’egoista, il beniamino della famiglia mentre Solomon è un avido imprenditore. Ma piano paino i rapporti si intrecciano fino a far venire a galla la complessità dei rapporti umani grazie anche alla capacità di Popolizio di lavorare sull’interpretazione, sui ribaltamenti, con un occhio che riesce a sembrare partecipe e distaccato rispetto ai drammi di questa borghesia colpita a morte, in una regia forse volutamente priva di picchi.

Così se Walter era il beniamino del padre si scopre che Victor lo era della madre. Victor con il suo senso etico dell’esistenza non è una vittima perché il padre lo ha raggirato usandolo per farsi mantenere e lui lo ha sempre saputo; Esther si dimostrerà più forte, o forse solo rassegnata alla vita di sempre accanto al marito. Mentre Solomon è solo un vecchio ormai dimenticato da tutti rintracciato per errore su un elenco telefonico di dieci anni prima. Vite devastate dalla valanga che si era abbattuta sul paese, come sul palazzo ormai semivuoto si stanno abbattendo le gru che lo demoliranno. Unico rimasto il vecchio compratore Solomon, felice per il suo piccolo affare, che festeggia danzando sulle macerie del paese e di un mondo destinato a sparire. Forse per poter poi ricominciare.

Laura Landolfi

L'Autore

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