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Gianni Rodari

Marocco alla prova della democrazia

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maroccoIl Marocco va oggi alle urne per le prime elezioni locali e regionali indette da re Mohammed VI dall’entrata in vigore della nuova costituzione nel 2011, che ha ridisegnato completamente l’ossatura politico-amministrativa del regno malakita, modernizzandolo fortemente. Sono circa 15 milioni gli aventi diritto al voto che dovranno eleggere i 30 mila membri che siederanno nei consigli comunali e i 700 rappresentanti dei distretti territoriali. Trentatre sono i partiti in gara e la competizione si annuncia difficile, certamente più difficile delle parlamentari di quattro anni fa quando si presentò ai seggi per esprimere la propria preferenza meno della metà dei cittadini.

“La popolazione sta imparando a camminare lungo la strada della democrazia e partecipare al voto non è un lusso, ma piuttosto il primo passo verso costruzione del futuro”, scrive il quotidiano indipendente “Akhbar al-Yaoum”. Le elezioni di oggi sono infatti il banco di prova più arduo per il piano di decentralizzazione varato dal sovrano con la nuova carta fondamentale, piano che punta alla compiuta realizzazione di un modello di stato composto da 12 regioni che sono state individuate storicamente tenendo conto della geografia delle antiche tribù prima della colonizzazione e in maniera tale da valorizzare l’identità e la specificità socioculturale ed economica di ciascuna: Tanger-Tetoun, Orientale et Rif, Fés-Meknès, Rabat-Salè-Kènitra, Béni-Mellal-Khénifra, Casablanca-Settat, Marrakesh-Safi, Draa-Tafilalet, Souss-Massa- Guelmin-Oued Noun, Laayoune-Sanguia al Hamra, Ed-Dakla-Oued ed Dahab. Rabat con la Costituzione del 2011 si è impegnata a garantire opportunità uguali per tutti e distribuzione delle risorse in maniera tale da evitare sperequazioni tra le diverse entità locali attraverso la costituzione di un fondo di solidarietà regionale, al quale ciascuna delle 12 amministrazioni contribuirà con le proprie risorse. E il progetto è guardato con grande interesse anche dalle Nazioni Unite, impegnate da anni ormai a trovare una soluzione per la questione sempre aperta ma ormai meno sentita a livello internazionale del Sahara occidentale. Non solo: con i cambiamenti che esso ha già prodotto e per il fatto, appunto, che non ricalca nessun modello esistente in altri ordinamenti ma tiene conto della storia del paese e delle sue specificità territoriali puntando a promuovere lo sviluppo attraverso un maggior protagonismo delle autonomie locali nell’ambito di una salda unità dello stato, è riuscito a immunizzare il Marocco dal virus della primavera araba che ha colpito in maniera devastante altri paesi arabi, dalla Tunisia all’Egitto alla Siria, alla Libia.

Non è cosa da poco, inoltre, il fatto che a guidare la coalizione di governo sia in Marocco proprio un partito islamista, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, che fa capo al primo ministro marocco 1Abdelillah Benkirane, un politico con un passato da attivista che ha pagato con il carcere le sue battaglie a sostegno dei Fratelli musulmani. Il premier, che è riuscito ad abbattere il debito pubblico portandolo dal 7% a meno del 5% del Pil ma che non è stato in grado di raggiungere l’obiettivo di ridurre la corruzione nel paese, è una garanzia, secondo molti analisti, contro la possibile acutizzazione della deriva fondamentalista della nazione. Ma il Pdj, che è accusato dai suoi stessi affiliati, di essere poco critico nei confronti del sovrano, deve fare i contri con un’altra grande formazione, il Pam, il Partito della Autenticità e della Modernità, costituitosi nel 2008 proprio per dare battaglia agli islamisti.

Velia Iacovino

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