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Milan Kundera

IL PETROLIO E L’INARRESTABILE CORSA VERSO IL BASSO

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Petrolio a ribasso

Se un evento si giudica dalle conseguenze, per una volta l’enfasi non era ingiustificata. Alla vigilia la stampa internazionale aveva definito il vertice Opec del 27 novembre come “il più importante degli ultimi anni”. Ed anche se a Vienna nessuna decisione è stata presa (o, meglio, si è deciso di non cambiare nulla), se ne continua a parlare. Perché il prezzo del petrolio prosegue la propria inarrestabile corsa verso il basso, in un processo a più facce.
Dal summit era emerso uno spiffero, citato da una fonte anonima della Reuters: “Naimi ci ha parlato della rivalità di mercato con gli Stati Uniti, a causa dello shale, e ci ha detto sarebbe stato un errore tagliare la produzione”. Ali al-Naimi è il ministro del Petrolio dell’Arabia Saudita, il più grande tra i dodici Paesi esportatori di oro nero riuniti nell’Opec. L’incontro di fine novembre, infatti, doveva discutere un’eventuale riduzione dell’output – attualmente il tetto è di 30 milioni di barili al giorno – a causa della caduta dei prezzi. L’offerta di petrolio cresce sempre di più, anche per effetto del boom dello shale oil, prodotto a partire dalle rocce scistose, settore in cui gli Usa hanno investito pesantemente. La domanda, invece, cala. Le cause, secondo tutti gli analisti, sono il rallentamento dell’economia cinese e la stagnazione dell’Europa Risultato, il prezzo è crollato ai minimi degli ultimi cinque anni, ben al di sotto dei 70 dollari al barile.

La scheda del Wall Street Journal

Questo valore incide profondamente sui bilanci di molti Stati, le cui entrate dipendono in larga parte dall’export di idrocarburi. C’è una scheda interessante, pubblicata dal Wall Street Journal, che incrocia il prezzo del petrolio sui mercati con il budget dei Paesi produttori, mostrando il cosiddetto break even, il punto di pareggio. Se il valore del greggio è inferiore a quella cifra, si crea un buco di bilancio. Per la Libia, che deriva il 90 per cento dei proventi dall’oro nero, il break even è altissimo, circa 184 dollari al barile. Per Iran e Algeria 130, per la Nigeria 122. Il Venezuela avrebbe bisogno di un prezzo intorno ai 117 dollari, l’Arabia Saudita si ferma a 106, l’Iraq a 100, gli Emirati Arabi a 77. Gli unici che attualmente non hanno problemi di bilancio sono Qatar e Kuwait, per i quali il break even è inferiore, rispettivamente 60 e 54 dollari al barile.Alcuni Paesi, come l’Arabia Saudita, gli altri regni del Golfo e, solo in parte, la Libia, hanno accumulato grandi riserve di denaro negli ultimi anni, per cui i prezzi bassi non intaccano più di tanto il budget, almeno nel breve periodo. Altri, invece, in primo luogo Iran, Venezuela e Nigeria, sono in grande sofferenza. A Vienna, quindi, mentre le monarchie del Golfo spingevano per mantenere alta la produzione, il fronte opposto voleva un drastico taglio. Ha vinto la prima ipotesi, e i prezzi continuano a scendere (oggi, 9 dicembre, il Brent e il West Texas Intermediate, due indici considerati benchmark, sono rispettivamente di 66.91 e 63.92 dollari al barile).

Shale Gas Costing 2/3 Less Than OPEC Oil Converges With U.S.

America vs Russia

In questo Great Game geopolitico ci sono due convitati di pietra. Il primo, ovviamente, è  l’America, il secondo è la Russia. Washington sta aumentando la propria quota di mercato e riducendo la dipendenza dal petrolio mediorientale. Mosca soffre perché la sua economia non è affatto diversificata e dipende ancora tantissimo dall’export di idrocarburi. Qual è la posizione dei due Paesi riguardo all’oro nero a buon mercato?
Questa è la classica situazione in cui la medaglia ha due facce, tanto che le interpretazioni del fenomeno in corso non potrebbero essere più divergenti. Recentemente il politologo americano Thomas Friedman ha parlato di una pump war, una guerra del petrolio lanciata dagli Stati Uniti e dal suo alleato saudita – per coincidenza di interessi e per una deliberata scelta politica – contro l’Iran e la Russia. L’obiettivo? Spingere questi due Paesi, che dipendono così tanto dal greggio, alla bancarotta, in modo da portarli a più miti consigli (ovviamente in relazione al programma nucleare di Teheran e alla battaglia geopolitica in Ucraina). Al tempo stesso, però, i prezzi bassi, sul medio-lungo periodo, colpiscono anche gli Stati Uniti. Gli investimenti nello shale sono molto onerosi, per cui se il valore del petrolio scendesse in maniera troppo vertiginosa, gli Usa non sarebbero più incentivati a produrre. Paradossalmente, quindi, Stati Uniti e Venezuela si trovano, in un certo senso, ad avere interessi simili.Perché a Vienna si è deciso di non tagliare la produzione? Molti hanno interpretato questa scelta come una mossa dei sauditi contro gli Usa (se riducessimo il tetto, avrebbero ragionato a Riad, la nostra posizione sarebbe occupata dallo shale americano). E la pump war di Friedman, che fine ha fatto? Già evaporata, secondo questa lettura. Da una parte, infatti, la Russia ha interesse ad avere prezzi alti, ma dall’altra vuole espellere dal mercato il petrolio di scisto targato Washington. Sei giorni prima del vertice Opec (a cui non ha partecipato, perché Mosca non è un membro dell’organizzazione) il ministro degli Esteri russo Segrei Lavrov ha siglato un patto con il collega saudita Saud Al-Faisal su “crisi regionali e greggio”. Non ci sono alleati a trecentosessanta gradi e ogni medaglia ha sempre due facce.

Davide Vannucci

L'Autore

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