Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta.

Paul Valéry

Quando l’abito non fa il monaco

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Il fruttivendolo sotto casa mia è un ragazzo arabo di 25 anni. Si chiama Karim. Che si muoia dal caldo o che soffi tramontana lui è sempre lì, lo senti fischiettare quando pulisce la verdura, e sorride chiunque veda, sempre. «Dove vai oggi, signora?», «Che ti do oggi, signora?». Squisito, se non fosse per il “signora”. «Insomma, Karim – sbotto qualche giorno fa – non chiamarmi “signora”, abbiamo più o meno la stessa età». Lui, anima innocente, mi ha risposto candido: «Ti vesti bene e porti la fede, allora per me sei signora». Touchée.

Shopping In The Market, abitoCosa ci fa sembrare delle signore?

Ho balbettato qualcosa per liberarmi dall’impaccio e in una manciata di secondi le ho pensate tutte. Primo: non sono una signora; secondo: devo dire a mio marito che l’idea di non mettersi sempre la fede va bene anche a me; terzo: che significa vestirsi bene? Qual è la cifra che ci fa distinguere? Si tratta di un capo firmato? O del modo in cui lo indossiamo? Ci presentiamo in tailleur, quindi siamo affidabili. Scegliamo una minigonna, perciò ci piace ammiccare. Un pantalone ampio e una scarpa da ginnastica, ma che vuoi giocare ancora a fare la ragazzina?

Sono rimasta a ronzare fra le arance e i mandarini, complottando in realtà una controffensiva. Karim ascoltava Eros Ramazzotti e lo cantava – in arabo – un momento perfetto per la mia inchiesta. «E a te non piace vestirti bene?». Il viso gli si illumina, e mi dice: «Guarda, oggi sono vestito da lavoro». Indossava un giubbino imbottito, i jeans e un paio di sneakers. Praticamente quello che indosso io quando esco a fare la spesa. «Però domani vado ai mercati generali – continua – e allora mi vesto bene, metto ‘a camicia, le scarpe ‘lleganti, se no pensano che sono il solito arabo». Sorrido. E resto in silenzio.

L’abito fa il monaco?

Durante la giornata ho continuato a pensare a quanto anche il nostro abbigliamento sia condizionato dall’esterno: oltre alle stagioni, che ci impongono di coprirci o spogliarci, subiamo un’infinità di agenti psico-atmosferici che ci impediscono di fatto di esprimere liberamente la nostra identità. I luoghi, la cultura, la religione, la gente che frequentiamo, o forse no? Che sia invece la sensibilità di ognuno alle influenze esterne a fare la differenza? Ho pensato a cosa indosso io quando ho una riunione. Un vestito scuro, sempre, per rispetto. (Ma a chi?). E ho riflettuto sul perché non metta mai i jeans quando devo partecipare a un evento. Perché mia madre mi ripeteva che i jeans sono i pantaloni dei marinai (sì, ma era il 1800, Mamma!). Chi sarebbe stata Madame Chanel se non avesse tolto il bustino, nonostante le tendenze della sua epoca? Una rammendatrice/ suora laica? E Anna Piaggi, avrebbe mai indossato a ottant’anni un cappellino con la Union Jack? O si sarebbe tinta i capelli argentei di azzurro, fingendosi una moderna fata turchina? Probabilmente no. Ed ecco la domanda che risuona dalla notte dei tempi: è nato prima l’uovo o la gallina? È la moda che influenza la gente, o la gente che influenza la moda?

Stamattina sono passata molto presto davanti alla bottega di Karim, ha alzato la mano e mi ha salutata: «Sciao bella!» (Adesso mi dice “bella”, perché non gliel’ho mica detto quanti anni ho veramente). Indossava una giacca di pelle lunga – di quelle che mettevano i nostri genitori alle manifestazioni alla “meglio gioventù”-, la camicia, un pullover a “V” e i soliti jeans. Non sono riuscita a vedere le scarpe, ma sono certa che oggi era giorno di mercato.
Samantha Catini

 

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