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Gianni Rodari

Romaeuropa Festival compie trent’anni

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romaeuropa festivalPartigiani e appassionati. Questi sono – secondo l’assessore alla cultura della Regione Lazio Lidia Ravera – i sostenitori del Romaeuropa Festival che quest’anno compie trent’anni e che continua a vivere attraverso, appunto, questa rete di sostenitori come Mibac, Comune di Roma, Regione, Città metropolitana, Teatro di Roma, Rai, Acea, Accademia di Santa Cecilia, teatri privati ecc. Il festival nasceva nel 1985 quando – ricorda la presidente Monique Veaute – si pensava a un centro di creazione e produzione della scena contemporanea a Roma. E così fu. Oggi è luogo che raccoglie una pluralità di linguaggi e lo fa offrendoci sguardi diversi, un “network internazionale con radici salde nella città, con un’attenzione particolare alla scena contemporanea italiana per sostenere, tra l’altro il rinnovamento generazionale”, come spiega il direttore Roberto Grifasi che aggiunge: “Il titolo di quest’anno è Ricreazione perché deve essere chiaro che il cuore del festival è la creazione ma anche che si tratta di un momento di gioia”. Un’edizione composta da 50 appuntamenti – in scena dal 23 settembre all’8 dicembre- che si muovono tra teatro, danza, arte, musica e circo, e provengono da 21 paesi diversi cui si aggiungono 11 opere e 4 performance della mostra digitalife/Luminaria (allestita dal 10 ottobre al 6 dicembre alla Pelanda). Il tutto si svolge in 15 diversi spazi della capitale perché una delle caratteristiche del festival è quella di muoversi in luoghi diversi e non necessariamente adibiti alla messa in scena. Tanto che il sindaco Ignazio Marino in conferenza stampa tiene a ricordare che Romaeuropa “esalta alcuni spazi culturali come Auditorium, Macro, Maxxi e Opificio (ma ce ne sono molti altri, ndr), quest’ultimo esempio di rigenerazione urbana che anche il comune di Roma sta perseguendo, facendo soprattutto della zona Ostiense un polo di innovazione.

Ad aprire il festival è Robert Lepage con il suo 887, dal 23 al 26 settembre al teatro Argentina. Il titolo corrisponde al numero civico di Rue Murray dove l’artista quebecchese viveva da bambino, il suo è dunque un lavoro che, come racconta lui stesso che ne è ideatore, regista e interprete, riguarda “la memoria individuale e collettiva”, poiché gli anni della sua giovinezza corrispondono anche alla rivolta del Québec francofono contro il Canada anglofono che ha portato all’autonomia di questa provincia canadese. “Il teatro è lo sport della memoria” così Lepage attraverso il suo spettacolo “ci mostra come funziona la memoria. Noi pensiamo di ricordare ma ricordiamo un ricordo che a sua volta ci manda a un altro ricordo”. Ma a questa trentesima edizione partecipano molti dei nomi che il festival ha contribuito a far conoscere nel corso degli anni al pubblico italiano, tra gli altri: Jan Fabre, Anne Teresa De Keersmaeker, la Compagnie Maguy Marin, Akram Khan, Emma Dante, Romeo Castellucci. Ma forse i momenti più importanti sono i 15 i percorsi di informazione che si articolano in laboratori, talks e incontri con gli artisti. Lo scrivo perché accanto a me, in conferenza stampa, è seduta una studentessa, mi dice che ha da poco deciso di passare al Dams perché vuole occuparsi di danza dal punto di vista della divulgazione, comunicazione e organizzazione.Lei è stata a Berlino e in Francia per vedere lì come vanno le cose e pensa che da noi il problema sia divulgare. Far entrare nell’abitudine quotidiana l’andare a vedere uno spettacolo di danza (o non) come succede all’estero. Che bisogna far capire che esiste un mondo diverso dalla danza che si vede in tv. E meno male che c’è questo festival, uno dei pochi luoghi a Roma, che consente di vedere ancora questi spettacoli. Ironicamente le auguro buona fortuna. Ma lo penso davvero, perché lei sì che è una partigiana.

Laura Landolfi

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