La mutilazione per cui la vita perdette quello che non ebbe mai,
il futuro, rende la vita più semplice,
ma anche tanto priva di senso.

Italo Svevo

Siamo tutti CharlieHebdo

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#JeSuisHebdo #CharlieHebdo Partiamo da qui. L’attentato terroristico che scuote l’Europa, uccide la libertà di informazione e fa paura. E’ terrorista chi sparge il terrore e quindi i tre attentatori, probabilmente francesi di seconda generazione, passaporto francese, ma addestrati e armati in Siria o chissà dove e poi rientrati a Parigi, sono terristi. A morire sono state 12 persone come noi. Otto giornalisti, 2 agenti, un ospite e il portiere dello stabile. A morire sono stati il direttore del settimanale satirico CharlieHebdo, Stephan Charbonnier, detto Charb, e i vignettisti storici della testata: Cabu, Tignous, Philippe Honorè e Georges Wolinski, famoso anche in Italia. Poi sono rimasti uccisi l’economista Bernard Maris, azionista del settimanale satirico parigino e collaboratore di France Inter e una donna, Elsa Cayat, psicologa psicoterapeuta, che teneva una rubrica ogni due settimane sul magazine.

charliehebdo“Il  cuore dell’Occidente”

L’azione militare in pieno giorno nel cuore di Parigi, contro un giornale satirico fa orrore. E come ha scritto Ezio Mauro, colpisce “Il cuore dell’Occidente”, perché uccidendo i giornalisti, gli attentatori hanno consapevolmente colpito uno degli assi su cui si basa l’Occidente, la libertà di informazione. Scrive Mauro “I terroristi ci confermano che non c’è libertà senza i giornali”. D’altra parte, da sempre, quando le minacce e la censura non bastano più, allora si spara agli operatori dell’informazione.

L’attacco dell’hotel Palestine

Sparate ai giornalisti! Uso al contrario il titolo di un libro di Roberto Reale di esattamente dieci anni fa, quando con quel titolo “Non sparate ai giornalisti” Roberto raccontava l’attacco dell’hotel Palestine, in Iraq. A morire allora, era l’8 aprile del 2003, furono i cronisti. Anche in quel caso, come oggi, ci siamo sentiti aggrediti. E tutti eravamo loro. Eravamo Jose Causo, 37 anni, volto noto della spagnola Telecinco e Taras Protsyuk, giornalista ucraino della Reuters. Altri tre reporter dell’agenzia tedesca rimasero feriti. In stanza con Jose c’era Ferdinando Pellegrini, voce storica del Giornale Radio Rai. Con Jose divideva la stanza. Si era alzato per scaldare l’acqua del tè o forse per scenerare, nemmeno lui lo ricorda, sa solo che si era allontanato dalla finestra dalla quale si vedeva la piazza. I giornalisti televisivi erano quasi tutti lì, perché da lì si teneva d’occhio l’intera città. Anche in quel caso, come oggi, eravamo tutti al Palestine, perfino chi fino ad allora non sapeva nemmeno cosa fosse il Palestine, l’hotel internazionale nel quale erano di stanza i giornalisti occidentali, per lo più Europei e Americani, non solo nord americani, ma anche latino americani. Non era la prima volta che dei giornalisti morivano in guerra, ma era la prima volta che un carro armato americano sparava nella direzione della stampa. Fu terribile allora come oggi, ma a Bagdad era in corso una guerra e in guerra, si sa, si muore. Muoiono tutti, anche i giornalisti.

L’attentato a CharlieHebdo

L’attentato al giornale satirico francese, ci coinvolge, se possibile ancora di più, perché Parigi è qui, è come Roma, Firenze, Milano; è Occidente, è Europa. A Parigi ci siamo andati in vacanza, abbiamo fatto compere e lì nei paraggi della redazione ci siamo perfino fatti un selfie. Poi questa volta a sparare sono stati degli islamici. Hanno sparato in nome di Allah, hanno perfino detto “Allah è grande”. E questo ci spaventa, a morte. E’ un atto terroristico terribile; ci rende tutti più insicuri. Ma raccontare i fatti del mondo è pericoloso, al punto che si muore oggi come un tempo. Ogni anno L’International Press Institute (Ipi) pubblica l’elenco dei giornalisti e degli operatori dell’informazione uccisi, feriti, incarcerati, in qualche modo messi a tacere. I numeri sono impressionanti. E se il 2015 si apre con questa ferita terribile, che faticherà a rimarginarsi, il passato non è meno sanguinoso. Sono stati 100 i giornalisti uccisi nel 2014, 120 nel 2013, 133 nel 2012, 102 nel 2011, 101 nel 2010, 110 nel 2009, 66 nel 2008, 94 nel 2007, 100 nel 2006, 65 nel 2005, 78 nel 2004, 64 nel 2003, 54 nel 2002, 55 nel 2001, 56 nel 2000, 86 nel 1999, 50 nel 1998 e 28 nel 1997. A morire più frequentemente sono i foto cine operatori, sono loro che in situazione di guerra rischiano di più, banalmente perché devono tirare fuori la testa per scattare o riprendere. Ma colpisce che il numero di morti subisca un picco nel 2006. E’ allora infatti, nel terzo Iraq, che ai giornalisti viene chiesto di arruolarsi. Così, chi va da solo, chi non diventa embedded (che significa letteralmente “andare a letto con”), muore.

Il destino dei giornalisti

Quando arruolare i giornalisti non basta più, allora non resta che sparare loro. Il 23 aprile 1999, alle ore 2:06 la Tv serba Rts (Radio Televisivo Serbia) viene colpita in pieno da un “missile intelligente della Nato” che “centra con precisione millimetrica l’ala centrale dell’edificio della televisione serba”. Muoiono in pochi istanti 16 fra giornalisti e operatori dell’informazione. Da questa data in poi i giornalisti, le Tv, chi fa informazione, sono diventati obbiettivo militare. È anche così che si combattono le “nuove guerre”. Dodici febbraio 2002: dei blindati sparano sull’hotel City Inn di Ramallah. La scusa ufficiale è che ci sarebbero dei cecchini, in realtà ci sono solo dei giornalisti. Il giorno dopo sempre un blindato israeliano uccide il giornalista italiano Raffaele Ciriello. Poi c’è il Palestine, l’8 aprile 2003: quando per la prima volta un carro armato spara contro i giornalisti di stanza all’hotel Palestine, nel cuore di Baghdad.

Ma ci sono anche tutti gli altri, come ci ricorda spietatamente il Death Watch Report dell’Ipi. I giornalisti uccisi per mano della mafia, in Italia e non solo, del narco traffico nel Latino America, dai terroristi islamici nel sud del mondo e, questa è la triste terribile novità, da pochi giorni anche nel cuore dell’Europa, “Nel cuore dell’Occidente”. Si è vero, siamo tutti #CharlieHebdo.

Letizia Magnani

 

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