Che ognuno avrà il futuro che si conquisterà.

Gianni Rodari

Usa Siria, prove di dialogo. Unica via possibile ma…

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Prove di dialogo tra Usa Siria. Il segretario di stato americano John Kerry ha aperto le porte all’ipotesi di negoziati con Damasco, dicendo chiaramente che questa alla fine rimane l’unica via possibile per porre fine a una guerra che dura ormai da oltre quattro anni. Ma le sue parole sono state subito strumentalizzate dal regime di Bashar Assad. La televisione di stato siriana ha immediatamente flashato la notizia, ripresa subito dagli altri media, mettendo in evidenza il dietro-front americano. Scrive al-Watan, che è vicino al governo: “L’amministrazione Usa in questo modo ha ammesso di aver fallito e che è necessario un proprio riposizionamento sulla crisi siriana e importante negoziare con Assad per risolvere il conflitto”. E non solo. “Si tratta -sottolinea il quotidiano- di un riconoscimento importante per il presidente, per il suo ruolo e per la sua popolarità”. Le parole di Kerry, secondo al-Watan, annunciano una “nuova fase nei negoziati politici”, con Washington che potrebbe inviare un rappresentante ai colloqui che Mosca ospiterà il 6 aprile e ai quali non è ancora chiaro se siano stati o meno invitati a partecipare i gruppi di opposizione al regime di Damasco, sostenuti dagli Stati Unit.“La dichiarazione del segretario di stato -commenta il giornale al-Baath- fa pensare che l’Occidente cominci a temere il terrorismo che esso stesso ha alimentato”. Washington non se ne è rimasta in silenzio. La portavoce di Kerry ha subito precisato che “non c’è nessun cambio di passo nella politica americana” e che “non c’è nessun futuro per un dittatore brutale come Assad”.

Oltre 220 mila morti,  “How Many More?

Intanto il bilancio del conflitto , che dura ormai da quattro anni, si fa sempre più pesante e drammatico: sarebbero oltre 220 mila i morti dal 15 marzo 2011, da quando cioè è cominciata la rivolta, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani. Del totale si stima che  66.109 siano vittime civili. Gente qualsiasi ai quali verrà dato presto un nome. A rendere omaggio in questo modo ai caduti di una guerra brutale che non accenna a spegnersi è l’account Twitter @HowManySyrians, o “How Many More?” che pochi giorni fa ha twittato il nome di Ayhman Ahmad al-Hariri, un siriano nato nella città di Dar’a, nel sud-est della Siria, ucciso con un colpo di arma da fuoco il 18 marzo del 2011. E’ la prima vittima di cui, spiega il sito, si conosce con certezza l’identità. Fu ucciso tre giorni dopo le manifestazioni che si tennero a Damasco e Aleppo. A questo nome se ne sono aggiunti in pochi giorni migliaia, al ritmo di uno ogni mezzo minuto. L’11 marzo esponenti dell’organizzazione “How Many More” si sono dati appuntamento davanti alla Casa Bianca per leggere il primo elenco. Non solo morti, anche profughi: 3,8 milioni , metà dei quali bambini, di cui 1, 7 milioni in Turchia, 1,2 milioni in Libano, 622 mila in Giordania, 250 mila in Kurdistan, 136 mila in Egitto. E siriani che si trovano in aree al alto conflitto, posti sotto assedio e bisognosi di aiuti umanitari.

La geografia della guerra

Poi c’è l’Isis, che controlla dalla proclamata capitale Raqqa un buon terzo del paese, soprattutto la regione nordorientale ricca di impianti petroliferi, che assicurano al Califfato denaro, ma che per fortuna non avanza tenuta a bada dall’esercito di Damasco da una parte e dalla Coalizione internazionale, guidata dagli Stati Uniti dall’altra. L’Esercito siriano libero invece controlla una piccola area a nord-ovest di Aleppo e una a sud, intorno alla città di Dar’a. In generale la situazione è di stallo, come sono a un punto morto quei negoziati, ai quali Kerry sembra pronto a dare una svolta. Ma il sangue non si ferma.

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