"Tutto è fatto per il futuro, andate avanti con coraggio".

Pietro Barilla

Vi spiego perché le donne devono andare allo stadio

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Quando un uomo che conosciamo, collega, amico o ipotetico fidanzato, ci chiede di andare allo stadio con lui, non ci si può negare, bisogna andarci senza probabili compromessi. È un po’ come se ci avesse chiesto di mostrarci una parte di sé, un suo modo per dirci “vorrei che facessi parte della mia vita” e ad un nostro malaugurato ‘no’ reagirebbe nello stesso modo in cui potremmo reagire noi se gli chiedessimo di accompagnarci all’outlet più vicino quando per giunta ci sono anche i saldi. Per quale motivo quindi declinare l’invito! Superati gli iniziali pregiudizi e scelto l’abbigliamento adeguato, ci si rende conto che forse ciò che ci aspetta potrebbe non essere così negativo cosi come ci immaginiamo. L’idea comune è che lo sport ed il tifo in generale siano ad appannaggio strettamente maschile, un’orda di testosterone allo sbaraglio che urla ed impreca contro la squadra avversaria. In realtà l’esperienza che ho avuto sabato 1 novembre allo stadio San Paolo durante il match Napoli – Roma mi ha fatto fortemente ricredere.

Un sole caldo e meraviglioso, sorrisi sui volti, moltissimi padri con i figli, palloncini, bandiere, striscioni, caffè e tante tante donne. Com’è possibile? Ho sempre pensato che le donne non andassero allo stadio, preferendo il parrucchiere, l’estetista o lo shopping con le amiche. Invece erano lì, felici, partecipi, conoscevano a memoria i cori esaltandosi e gioendo con i propri compagni, mariti, fidanzati. Organizzate come al solito, provviste di panini, bibite, merendine per i figli e di qualsiasi genere di prima necessità per sostenere due ore fuori casa, erano lì a godersi lo spettacolo, consce del fatto che urlare contro la squadra avversaria può essere anche un modo per sfogarsi, mandare a quel paese la settimana andata male, dare libero spazio alla fantasia senza sentirsi giudicate dal mondo circostante. Un po’ come se finalmente le tensioni e le rigidità potessero essere allentate, senza essere quelle che hanno sempre tutto sotto controllo, nei modi composti insegnatole sin da bambine, ma ugualmente signore che esprimono la loro emotività al fianco dei propri uomini.

Sono novanta minuti in cui si annulla tutto, il segnale del cellulare diventa irraggiungibile e i problemi si allontanano, quasi come se si raggiungesse uno stato di Nirvana. In questo momento siamo noi donne ad essere appannaggio degli uomini, pendiamo dalle loro labbra quando ci spiegano un fuorigioco o un rigore. La cosa bella che il calcio ha in comune con l’Amore è l’incomprensibilità: nel momento in cui viene capito, smette di essere divertente, di avere senso e, forse, di esistere.

Siamo sempre pronte a lamentarci del fatto che gli uomini siano troppo rigidi e freddi, astuti calcolatori delle proprie mosse. Ma in questo contesto ho visto uomini passionali, coesi, uniti non solo nell’incitare gli undici giocatori della propria squadra, ma uniti anche e soprattutto sugli spalti a condividere idee e pensieri della vita quotidiana. Non sono forse questi gli uomini che vorremmo incontrare nella nostra vita? Conosco donne che per avere un rapporto con i figli adolescenti hanno imparato la formazione della squadra a memoria e hanno iniziato a leggere e seguire programmi sportivi; conosco donne separate che per far praticare lo sport preferito ai figli trascorrono ore e ore al freddo in un campo sportivo, ebbene, sono le stesse donne capaci di integrare i problemi sociali che sono presenti nella nostra società, gli stessi problemi che sembrano trovare terreno fertile proprio nel calcio.

Le tifose sono oggi mamme, sorelle e amiche che si frequentano anche fuori dallo stadio e che, tanto quanto gli uomini, sono in tensione se la propria squadra del cuore perde una partita. Una di queste ad esempio è Antonella Leardi, la madre di Ciro Esposito, il tifoso napoletano morto a Roma durante gli scontri avvenuti all’esterno della stadio, sul viale Tor di Quinto. Una donna che è diventata simbolo dell’evitamento della violenza per il calcio. Allora a questo punto credo che sia il caso di apprendere noi qualcosa dagli uomini. Sabato ho avuto modo di osservare diversi abbracci tra gli uomini, forse anche tra sconosciuti, dati empaticamente, con energia, senza troppe rigidità. E poiché sappiamo che l’esperienza emozionale positiva dell’abbraccio comporta tutta una serie di benefici, in primis il rilascio di ormoni del benessere, come l’ossitocina, mi auguro che la sensazione positiva provata per festeggiare il secondo gol del Napoli contro la Roma, quando mi sono trovata travolta da una signora tifosa “esperta”che era al mio fianco, possa restare con me almeno fino alla prossima partita.

Valentina di Maio

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