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Alan Kay

Alla ricerca dei ‘siensi’. Vinicio Capossela e la ‘mia’ Irpinia mitica

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‘Li siensi’. E detto nel dialetto calitrano il concetto ha un che di ancestrale. Il riferimento immediato è al sennò, alla ragione, al tenere la ‘capa’ sulle spalle. E uno ‘li siensi’ li può tenere, come non tenere. Oppure può tenerne in abbondanza. Ma c’è qualcosa di più oltre questo, di più ancestrale appunto, perché questa espressione suona come ‘appartenenza’ e come una forma di intelligenza connettiva. O anche come ‘appartenibilità’. A questi concetti recentemente si è ispirato Vinicio Capossela per il suo ultimo romanzo, più che un romanzo un diario. Una ricostruzione diretta delle terre da cui viene questo ‘Napoleone’ della musica in ricerca perenne della grandeur perduta e del senso ultimo che nutre la ragione umana di esistere. Una ricostruzione che suona come viaggio, fatto di racconti raccolti direttamente dalle bocche dei tanti personaggi che il viandante Vinicio incontra lungo il suo tragitto nella valle dell’Ofanto. Questa non vuole essere una recensione del suo ultimo libro, ma semmai un altro viaggio in prima persona, fatto dal sottoscritto in queste stesse terre. Perché le persone che abbiamo incontrato sono le stesse e le cose che abbiamo visto pure. Mi sono spinto fino a qui perché mia moglie è di Calitri e normalmente ‘scendiamo’ per le festività pasquali. E credetemi la vertigine che procurano queste terre è la medesima per tutti coloro che le abitano o le visitano anche solo occasionalmente, quasi fosse innata. Allora mi sono chiesto il perché di queste sensazioni. Il perché di questo attaccamento a questa regione irpina. Il perché di tanta nostalgia che rende lucidi gli occhi. Il perché di quelle voci perfettamente accordate sulle frequenze dell’incanto. Ed il perché di tanta bellezza vergine nascosta e ancora tutta da raccontare. Ho eletto a mia guida la fonte per eccellenza, Giovanni Sicuranza, il barbiere di Calitri, ed ho cominciato il mio cammino. Mentre passeggio guardo. Gli uomini, tutti, sembrano restituirmi lo sguardo con un punto interrogativo. Qui la prima informazione da dare ai tuoi interlocutori è ‘da dove vieni, a chi appartieni, cosa stai cercando?’. Perché senza appartenenza non si va da nessuna parte. Entro nel ‘salone’ di Giovanni Sicuranza presentandomi, faccio il nome di mia moglie, di mia suocera e di mio suocero. È un salone pieno di storie, uno dei pochi in cui si continuano a fare barba e capelli senza troppi francesismi. Dentro, oltre a Giovanni, ci sono altri tre uomini di queste parti che prendono parte al dialogo, perché ognuno ha un frammento di storia da raccontare e di mito da restituire alla memoria collettiva. Tra queste pareti non si dà solo di forbice, ma si raccontano cose, si leggono poesie in perfetto calitrano e si suonano stornelli. Qui Vinicio è venuto a prendere appunti per la sua ultima opera letteraria. La musica, mi dice Giovanni, “è sempre appartenuta a Calitri”, più che agli altri paesi della Valle dell’Ofanto. Sarà anche per questo suo dialetto in cui ogni parola finisce senza la vocale. E la musica per antonomasia qui viene fatta nel corso delle ‘conversazioni’, serate un po’ partigiane che gli uomini del posto celebrano nelle cantine o nelle masserie in compagnia tra fisarmonica, canti e vino.
vinicio caposselaIl freddo qui punge, anche a primavera, fino alla ‘mutazione’. Gli uomini tengono cappelli in testa. Coppole generalmente. O ‘coppoloni’, quelli di Cairano, cappelli da uomo tanto larghi da arrivare giù fino alle orecchie.Una ‘coppolona’ è Cairano stessa, irta orgogliosamente su un dirupo da favola. La geografia dell’immaginario irpino tocca allora questo paese e la vicina Calitri, la terra dei padri, poi Andretta, Conza e Aquilonia. L’Ofanto insomma. Vinicio trasforma tutti questi posti in ‘stortinomi’ quasi a reinventarli uno a uno, oppure a restituire loro quella identità originaria che i passaggi della storia sembrano avere violentato. Chiedo a Giovanni perché questo riferimento esplicito a Cairano, quando più della metà del libro è dedicata a Calitri stessa. Lui mi fa notare che possono esserci dietro tante ragioni, la prima è quella dei ‘campanili’, delle appartenenze escludenti che esistono anche qui, oltre che in tutta la provincia italiana. I calitrani parlano degli abitanti di Cairano come ‘coppoloni’, quasi in senso dispregiativo. Da Cairano i calitrani sono ‘canitrani’, cioè cuori di cane. In fondo questi due paesi sono vicinissimi tra loro in termini di distanza, nonostante che si debba sciolinare per passare da uno all’altro. E la costruzione di una mitologia è fatta comunque di tante tinte grigie e per questo scelgo di non cedere oltre alle molte domande che mi vengono.

Camminando per queste strade pensi che della vita non puoi conoscere altro se non le radici. E chi le radici non le ha, vive una pena difficilmente comprensibile. L’immaginario di Vinicio, nella sua musica e nella sua produzione letteraria, attinge, penso tra me, a due figure un primis. Uno è Jack Kerouac, idolatrato in tutto il mondo occidentale per il suo romanzo “Sulla strada”, uno dei padri della beat generation, che ha insegnato a tutte le generazioni successive a credere fino in fondo ai propri sogni di libertà. L’altro è Tom Waits, il cantautore emblema dell’artista che diventa ciò che è diventato grazie al coraggio di tornare alla radici. Come Vinicio che è diventato Vinicio dal ‘Ballo di San Vito’ in poi, riappropriandosi di un patrimonio musicale unico, quadriglia compresa. A questa mitologia americana del ‘on the road’ Capossela ha attinto abbondantemente fino a ricreare una propria mitologia. D’altronde viene da queste terre che sanno di tradizione e di vero, di sole e di vento, di racconti fantastici e di figure che non passano, di panni stesi orgogliosamente ad asciugare e di ricette sempre buone. Nei flutti di questo altipiano c’è veramente qualcosa di omerico. Il tempo qui sembra fermarsi o scorrere diverso. Ed è un vanto che tutti coloro che lo abitano possono con orgoglio tenere dentro.

vinicio caposselaCalitri, nella provoncia di Avellino, è già Basilicata e quasi Puglia. Lega tutta l’Irpinia il fiume Ofanto, celebre storicamente per la battaglia di Canne (216 a.C.) e per le citazioni di esso fatte dallo storico greco Polibio. La zona attraversata dal fiume è divisa in alto Ofanto (la parte irpina) e basso Ofanto (la parte pugliese). Lungo l’altopiano irpino si possono godere scenari mazzafiato a cui si è ispirato e in cui Sergio Leone ha girato molte scene dei suoi western. Non a caso veniva da Teòra, sempre in provincia di Avellino. Ed è una topografia da far west quella che porta a Calitri arrivando dalla Puglia. Passandovi in mezzo non sai esattamente se sia più da letteratura o da filmografia questo paesaggio, sicuramente ha a che fare con la mitologia e con gli archetipi dell’umano vivere. Lo stesso nome dell’Ofanto in latino suona quasi omerico, era Aufidus e Polibio del Libro III delle Storie ci tiene a precisare che è l’unico fiume italico che attraversa l’Appennino. Già questo primato rende alle acque di questo corso e alle terre da esso lambite un che di magico. Ma queste terre di ‘fiume’ ne hanno conosciuto anche un altro, molto più mostruoso. È il terremoto del 1980. Un sisma del IX grado della scala Mercalli per descrivere il quale Alberto Moravia ebbe a dire: «Ad un tratto la verità brutale ristabilisce il rapporto tra me e la realtà. Quei nidi di vespe sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo erano». Una domenica sera che nessuno, qui, riesce a cancellare. Giovanni, discorrendo, lo descrive come uno spartiacque anche dello sviluppo economico della zona. Calitri prima del terremoto era una cittadina ricca sia per l’agricoltura, che per varie forme di artigianato in cui erano impegnati i suoi abitanti. Dopo lo schianto molti calitrani sono andati a cercare fortuna altrove. Sono arrivati i soldi per la ricostruzione ma hanno portato solo uno sviluppo fittizio legato al mondo edile ed a quello delle aziende manifatturiere che a valle si sono insediate al solo scopo di prendere quei finanziamenti e poi scappare non appena finiti gli aiuti statali. Adesso qui la popolazione si è quasi dimezzata rispetto agli anni ’90. Pochi lavorano la terra, perché, dice ironicamente mia moglie, “non tengono voglia”. Ed anche il commercio, a ruota, ha lasciato il passo a molte saracinesche che chiudono senza alcun passaggio di testimone.

Che queste siano terre di confine lo capisci anche dal treno. O almeno dal treno che fu. Perché senza un automobile qui si può arrivare solo con la ‘corriera’ e ci sono corse sostitutive per tutta la regione
finanziate direttamente dalla Regione Campania. Ma di qui con ‘lo pulmann’ si può arrivare ben oltre. Mia moglie, studente presso l’Università di Pisa, poteva arrivare in Toscana in 12 ore partendo esattamente da sotto casa. Al rientro idem, con un indubbio vantaggio nel carico dei bagagli. Ma il treno è un’altra cosa. E Calitri, a valle, avrebbe anche la stazione di Calitri Scalo. Così come altri paesi dei dintorni. Ma il treno per ora non c’è. E nonostante la battaglie di un comitato per la Ferrovia Avellino-Rocchetta con cui si è schierato Vinicio stesso. Perché il treno è tutta un’altra cosa. Con esso per successive connessioni puoi arrivare dove vuoi ed esso significa piena inclusione nel mondo civilizzato del XXI secolo, ciò che desidererei per le mie figlie se dovessi vivere qui. Con esso si potrebbe giocare la sfida definitiva per il successivo sviluppo di un territorio che altro non aspetta che raccontarsi al mondo. Qui ci sono tradizioni che non finiscono mai di stupirmi, come quella dell’orzo pasquale. L’ho notato per la prima volta quest’anno. Era un verde chiaro talmente vivo che difficilmente riuscirò a togliere dagli occhi. Le piante di orzo vengono tenute a crescere nelle cantine e tirate fuori per i Sepolcri. Lontane dalla luce, le foglie restano di un verde talmente abbagliante da sembrare quasi bianco. La simbologia che ci sta dietro è quella di Cristo nel sepolcro che liturgicamente viene ricordato dal venerdi santo fino a tutto il sabato di Pasqua con la Veglia solenne. Qui a Calitri i due sepolcri delle chiese di San Canio e dell’Immacolata vengono apparecchiati con queste piante di orzo e con molti altri fiori. È una delle tante tradizioni che animano questo piccolo borgo irpino. E dietro ogni simbolo sta un significato, una storia, un percorso dell’anima e della coscienza. Tutti i suoi abitanti ne sono edotti e tutti sono in grado di guidarti nella loro comprensione.Nella bottega di Giovanni il barbiere storie come questa scorrono come fiumi e Giovanni è anche poeta e riesce a condensare questa saggezza popolare in versetti che letti in calitrano scorrono come un balsamo.
C’è poi tutto il filone degli ‘sponsalizi’ da cui Vinicio ha ricavato un festival estivo che da Calitri raggiunge anche altre parti dell’Ofanto. È lo Sponz Fest. Nei mesi di luglio e di agosto sono molti i matrimoni che si celebrano in paese vinicio caposselae ciascuno ha il medesimo rituale a rendere ancora più solenne il momento in cui, almeno secondo la Chiesa Cattolica, un uomo e una donna si prendono per sempre. Dalla bottega di Giovanni sono passate molte ‘teste’ di sposi per acconciarsi per la festa o per cominciare da qui in maniera simbolica il giorno delle nozze. Ogni sposo la sera prima dedica alla promessa sposa una serenata accompagnato dalla fisarmonica e da un gruppo di amici festanti. La promessa, dopo qualche minuto di musica, si affaccia alla finestra e invita tutti a salire in casa per un rinfresco. Il giorno delle nozze dopo la Messa inizia il banchetto nuziale che può durare da mezzogiorno fino ad oltre mezzanotte con balli e musiche popolari in serata che hanno un che di dionisiaco. A tutta questa tradizione, assai ricca di altri particolari, Vinicio ha dedicato un festival ed una parte del suo libro. Gad Lerner è rimasto ‘stregato’ dal racconto di Vinicio tanto da proporlo come candidato al Premio Strega. Da Calitri Gad Lerner ha girato anche una delle puntate del suo ‘Fischia il Vento’, intervistando Vinicio sulla Grecia e sul suo ultimo album dedicato al Rebetiko. Lerner motiva la candidatura di Vinicio allo Strega dicendo di lui che è uno scrittore vero. Lo testimonia questo viaggio nel passato fatto con ‘Il paese dei coppoloni’, un’opera lunga diciassette anni. Tanto ci è voluto per appuntare e per approfondire tradizioni, usanze e personaggi di questa Irpinia mitica. Dalla bottega di Giovanni Vinicio è passato varie volte per chiedere e riscontrare quanto aveva raccolto qua e là da testimoni e scritti vari. La sua, dice Lerner, “è una dichiarazione di amore all’inquieto paesaggio irpino, ma è soprattutto un viaggio attraverso il mito”. “Sono storie di personaggi che vengono da lontano e che sembrano ripetere tutti, ma ognuno in maniera diversa: siamo vivi di una vita eterna”.

“C’è nel Paese dei coppoloni una mediterraneità che conosco bene: le sue colline sono quelle della Galilea, le apparizioni sono quelle dei deserti, le grotte sono quelle dove si nascondono la saggezza e il fuoco”, continua Lerner sempre a proposito del libro. La forza maggiore di questo testo sta nel fatto che attraverso esso ciascuno può accedere ad una grande “identità partecipabile”. Adesso capisco quel ronzio strano che sento qui, a ‘casa di Calitri’, quando mi stendo sul letto la notte d’estate, dopo che di giorno il sole ha spaccato le corna ai buoi e mentre fuori si festeggia il mese di agosto. Un ronzio con cui è difficile dormire, perché c’è tutta questa bellezza primigenia intorno a cui ancora non sono abituato. Vengo di città e lì i ‘siensi’ non possono che assuefarsi male al quotidiano. Questo ronzio mi porta invece vicino alla mia coscienza ed alla mia idea di felicità e forse a tutto questo non sono ancora pronto. Anche perché domani qualcuno, novello Vinicio, per strada mi chiederà, guardandomi negli occhi, ‘da dove vieni, a chi appartieni, cosa stai cercando?’ ed io non sono ancora sicuro di poter reggere queste domande, mentre ho già pronta la risposta in tasca.

Marco Bennici

L'Autore

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