La mutilazione per cui la vita perdette quello che non ebbe mai,
il futuro, rende la vita più semplice,
ma anche tanto priva di senso.

Italo Svevo

FABRIZIO GRIFASI A FQ, LE FRAGILITA’ DEL #TEATRO SI COMBATTONO CON LA CULTURA DELL’INNOVAZIONE

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Puntare su una cultura dell’innovazione e dire stop alle rendite di posizione, è questa la ricetta per combattere la fragilità e l’incertezza che accompagnano il teatro degli ultimi anni, almeno secondo Fabrizio Grifasi, direttore del Romaeuropa festival, in scena nella Capitale fino al 30 novembre, e intervistato da FUTURO QUOTIDIANO, in scena nella Capitale fino al 30 novembre.Un modello di programmazione che unisce pubblico e privato e riesce a coniugare progetti artistici, spesso internazionali, e buoni incassi al botteghino.

In che situazione versa la scena artistica nel nostro Paese?

Fabrizio Grifasi

Fabrizio Grifasi

Stiamo attraversando un momento particolare, negli anni passati c’è stata una grande ondata di interesse per la scena contemporanea, ora è un momento di stanchezza dovuto allo sforzo fatto da artisti e programmatori per andare avanti nonostante l’inadeguatezza di spazi e fondi. Oggi questa situazione è diventata la normalità tagliando le gambe a molte realtà. Non si può più chiedere agli artisti di prescindere da tutto ma bisogna fare uno sforzo per creare le condizioni affinché il lavoro si possa sviluppare con continuità.

In che modo?

Produrre significa anche essere complici dell’artista, accompagnarlo con uno sguardo critico, per fare questo c’è bisogno di spazi dove si possa lavorare e dove questo confronto possa avvenire.  Sono molto fiducioso nei nuovi decreti sul teatro firmati da Franceschini, mi sembra ci sia maggior attenzione all’aspetto qualitativo dei progetti, al rapporto con il pubblico, alle nuove tecnologie. Anche se intorno a questi decreti c’è molta inquietudine perché c’è chi vuole salvaguardare le rendite di posizione. Basta guardare i finanziamenti ad alcune compagnie e spazi ormai desueti, con costi che non hanno più senso.

Il festival si muove in un contesto europeo, come è il confronto con gli altri paesi?

Non dobbiamo dimenticare che lo scambio culturale è fondamentale per capire quello che succede nel mondo altrimenti il nostro paese rischia di marginalizzarsi. L’Italia è inserita all’interno di  questo sistema di scambi ma non è in grado né di sostenere i suoi artisti all’ estero né di accogliere quelli stranieri in maniera adeguata. Ad esempio non siamo in grado di reggere i cachet del resto d’Europa dove non si sono verificate flessioni nelle sovvenzioni pubbliche come da noi e spesso non abbiamo palcoscenici adatti alle creazioni contemporanee. Romaeuropa sta cercando di fare rete a livello europeo con il progetto Theatron, sovvenzionato della Ue fino al 2017, con il quale ci occupiamo di produzione e circuitazione degli spettacoli ma anche di formazione del pubblico per fornire agli spettatori strumenti adeguati di comprensione.

Romaeuropa si basa su un finanziamento misto pubblico/privato. Si tratta di un modello estendibile?

Sicuramente servono nuove formule, nuovi modelli organizzativi soprattutto in vista del fatto che i tagli agli enti locali, da cui vengono gran parte dei finanziamenti per il teatro, porteranno una notevole riduzione delle risorse. Non è solo un fatto economico ma mentale: bisogna aprirsi a nuove idee e strutture del contemporaneo. Noi per esempio abbiamo un finanziamento pubblico del 55% mentre copriamo privatamente il restante 45%. La partnership con Tim ci ha permesso di aprire uno spazio come l’Opificio, nel quartiere ostiense di Roma, dove ospitiamo anche altre strutture: facciamo coworking con un atelier di moda e uno studio di architettura e portiamo avanti i nostri progetti. Purtroppo non abbiamo uno spazio dove ospitare e seguire  le compagnie.

A causa dei tagli ai finanziamenti avete dovuto annullare la stagione al teatro Palladium, la  riprenderete in futuro?

Quella del Palladium è stata un’esperienza importante durata dieci anni. Ma ora vorremmo sperimentare spazi diversi, più flessibili, che non siano veri e propri teatri;  dobbiamo adeguarci al momento di grande trasformazione che stiamo attraversando. Bisogna riorganizzarsi, vanno rivisti una serie di meccanismi trovando un equilibrio tra progetto artistico e pubblico numeroso. Noi ad esempio quest’anno abbiamo già staccato 28 mila biglietti e mancano ancora alcune settimane alla chiusura.

Tra i diversi spazi, quattordici in tutto, in cui si svolge il festival c’ e’ anche il teatro Eliseo a rischio sfratto. La chiusura dei luoghi della cultura è un impoverimento per il Paese?

Sicuramente dà una sensazione di fragilità e incertezza. L’Eliseo in particolare è un pezzo di storia della città e non è possibile che si trascini in una situazione di incertezza così a lungo. Bisogna avere la forza di mettere da parte le questioni personali e trovare un accordo per rispetto del pubblico e degli artisti.

Fragilità e incertezza come si combattono?

Serve una cultura dell’innovazione. Capisco la necessità di valorizzare il nostro grande patrimonio culturale e artistico ma abbiamo anche bisogno di un grande progetto per il contemporaneo. Il ministro lo ha annunciato ma ora bisogna farlo!

Laura Landolfi

L'Autore

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