Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta.

Paul Valéry

Caso Regeni. Credibilità internazionale e diritti umani sono un’equazione

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La leadership egiziana ha tutto l’interesse di dimostrare al mondo di volere realmente imboccare una strada nuova. Al Sisi nei mesi scorsi ci aveva provato e ci stava riuscendo. Non si fermi, vada avanti. Affronti la questione scottante dei diritti umani. Ci dica tutta la verità su Giulio. Lo strazio senza lacrime della madre è il nostro strazio

 

“L’ultima foto che abbiamo di Giulio è del 15 gennaio, il giorno del suo compleanno quella in cui lui ha il maglione verde e la camicia rossa. Non si vede, ma davanti a lui c’è un piatto di pesce e intorno gli amici, perché Giulio amava divertirsi. Il suo era un viso sorridente, con uno sguardo aperto. E’ un’immagine felice”. Poi ce un’altra immagine. Un’immagine che “con dolore io e Claudio cerchiamo di sovrapporre a quella in cui era felice”.Di Giulio “l’Egitto ci ha restituito un volto completamente diverso. Al posto di quel viso solare e aperto c’è un viso piccolo piccolo piccolo, non vi dico cosa gli hanno fatto. Su quel viso ho visto tutto il male del mondo e mi sono chiesta perché tutto il male del mondo si è riversato su di lui. All’obitorio, l’unica cosa che ho ritrovato di quel suo viso felice è il naso. Lo ho riconosciuto soltanto dalla punta del naso”. Non ci sono lacrime nelle parole della madre di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano torturato e ucciso  al Cairo oltre due mesi fa, ma c’è un grande e indicibile dolore, uno strazio immenso, che attraverso di lei ha la capacità di diventare il nostro dolore e il nostro strazio.

“Io che piango sentendo le canzoni romantiche, i funerali e pure per i disegni dei bambini, finora ho pianto pochissimo. Per Giulio non riesco a piangere, ho un blocco totale e forse riuscirò a sbloccarmi solo quando riuscirò a capire cosa è successo a Giulio”, spiega. “Penso a quando lui avrà cercato in tutti i modi di far capire chi era, parlando in arabo, in inglese, in italiano, in spagnolo, in tedesco, magari anche nel dialetto del Cairo, e niente è successo”. “Poi mi capita di vedere i suoi occhi, quei suoi occhi felici, che dicono ‘ma cosa sta succedendo, non può accadere a me’. E ancora, lo immagino quando, alla fine, capisce che quella porta non si aprirà più, perché lui aveva tutte le chiavi cognitive, linguistiche, e storiche per capire cosa stava accadendo”. “E’ morbillo? Varicella? O forse le idee di mio figlio non piacevano? Giulio è morto sotto tortura, ma non era andato in guerra, era andato a fare ricerca. Non era un giornalista né una spia, ma un ragazzo del futuro che studiava”.

“Continuerò a dire ‘verità per Giulio‘”, promette la madre di Giulio  ripetendo lo slogan scritto sulla bandiera di Amnesty srotolata nell’aula Nassiriya prima della conferenza stampa organizzata il 29 marzo al Senato da Luigi Manconi, presidente della commissione Diritti umani, per rispondere alle ultime ricostruzioni e ipotesi arrivate dall’Egitto secondo le quali Regeni sarebbe stato ucciso durante una rapina da criminali comuni che amavano travestirsi da poliziotti. Con lei il marito Claudio e il legale di famiglia Alessandra Ballerini, che hanno smentito tutte le notizie infamanti messe in giro su Giulio, sottolineando che anche l’esame tossicologico sul cadavere ha dimostrato che era “il ragazzo più pulito del mondo”. “Siamo qui per dire che continueremo a batterci per i suoi ideali e i valori”, ha spiegato Manconi che ha definito grottesca l’ultima versione dei fatti fornita dalle autorità del Cairo e ha chiesto al governo di rivedere i rapporti diplomatici con l’Egitto e di valutare “il richiamo, non il ritiro”, dell’ambasciatore italiano. Il deadline è il 5 aprile, giorno in cui a Roma si incontreranno gli investigatori egiziani e italiani. Allora vedremo cosà succederà e come risponderà il nostro governo.

Quel che è certo è che il caso Regeni è un caso che l’Italia deve sapere affrontare con coraggio e consapevolezza dei suoi diritti e del suo peso . E’ vero che il nostro paese ha enormi interessi in Egitto, del quale è secondo partner in Europa dopo la Germania: ammonta ad oltre cinque miliardi il volume dei nostri investimenti nel paese maghrebini, dal maxigiacimento di gas di Zohr al settore edile, all’energia. Ma è anche vero che il presidente Al Sisi, che stava cercando di ritagliare per Cairo un ruolo importante sulla scena internazionale e aveva puntato molto sull’Italia come sponsor in Occidente, sa bene  che per raggiungere quest’obiettivo deve investire soprattutto nella propria reputazione e immagine, cominciando col mettere mano proprio all’ ingombrante apparato di sicurezza che ha ereditato e che probabilmente ha ancora tanto potere nelle mani. La leadership egiziana ha tutto l’interesse di dimostrare al mondo di volere realmente imboccare una strada nuova. Al Sisi nei mesi scorsi ci aveva provato e ci stava riuscendo. Non si fermi, vada avanti. Affronti la questione scottante dei diritti umani. Ci dica tutta la verità su Giulio e chieda scusa all’Italia e perdono alla famiglia.

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