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Gianni Rodari

La La Land, un musical da boom di Oscar

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[tentblogger-youtube dqV19zSl_Ik]Dopo il trionfo ai Golden Globe e un nuovo record di nomination oscar (14 come Titanic ed Eva contro Eva) La La Land arriva al cinema, “sfidando” le grandi aspettative di critica e pubblico. Con il suo ultimo film il giovane regista Damien Chazelle, che già aveva incantato col suo “Whiplash”, conferma di avere “il cinema e la musica nel sangue”. Se nel film precedente la musica jazz era analizzata con occhio quasi “chirurgico”, dalla prospettiva di un giovane batterista disposto a tutto pur di raggiungere la perfezione musicale, con una regia talmente abile da far appassionare anche uno spettatore medio, profano del genere; in La La Land il jazz è più che altro il tramite della narrazione e dell’incontro tra i due protagonisti.
Lui, Sebastian (Ryan Goslin), un brillante pianista jazz costretto dalle ristrettezze economiche a suonare canzoni natalizie nei locali; lei, Mia (Emma Stone) un’aspirante attrice, impiegata come cameriera, in attesa del provino che possa aprirle la strada del successo, si incontrano e si innamorano, condividendo le proprie aspirazioni e i propri sogni nella Los Angeles del cinema e della musica, La La La Land del titolo: la terra delle grandi occasioni.
Un amore che fin dalle prime battute è romantico e malinconico. Conflittuale come la musica jazz che, come dirà il pianista in una scena del film, è sempre mutevole sul palco, non è mai uguale a se stessa, ma è spesso frutto dell’improvvisazione e del contrasto tra strumenti musicali di diversa natura, ognuno dei quali “cerca” la propria via per tradursi in musica. Allo stesso modo la storia dei due giovani: entrambi artisti, sono accumunati dall’aspirazione di realizzare i propri sogni, ma devono anche scontrasi con la realtà e i compromessi, a volte necessari per raggiungere i propri obiettivi. E’ l’esaltazione e la frustrazione dell’arte,che li unisce e li divide; che puo’ regalare loro momenti di “esplosiva” felicità, ma anche di riflessiva malinconia.
Chazelle inserisce le tracce musicali nel film, alternando questi due registri. E’ così che si va dalla frenetica e corale scena iniziale, che trasforma un’affollata autostrada di Los Angeles in un enorme pista da ballo, a melodie più intime che riguardano la storia dei due protagonisti, quasi un segmento nella retta infinita degli eccessi e degli sfarzi di Hollywood (come sottolinea la canzone “Someone in the Crowd”). Nelle scene di danza la macchina da presa è flessibile e dinamica, segue i ballerini accompagnandoli con movimenti veloci, che rendono il film quasi “tridimensionale”, “entrando” con decisione nella scena e sovvertendo con facilità le prospettive. In alcune canzoni addirittura lo spazio muta intorno ai protagonisti trasportandoli in altre dimensioni, quelle mentali dei sogni e dei ricordi.
Magistrale la sequenza musicale finale, che unisce le tracce già ascoltate in unica scaletta continua (come se si trattasse di una sessione jazz), sospende il tempo, lo riavvolge, modifica con velocità dirompente e grande suggestione visiva lo spazio e da la svolta finale al film, confermando che quanto visto è più di un musical tradizionale. Chazelle omaggia i cult del musical (soprattutto “Cantando sotto la pioggia”, “Grease” in alcune scene), anche dal punto di vista dei costumi, ma da’ un’indentità specifica al suo film, che in buona parte è recitato e non solo cantato o musicato.
Le note tristi di “City of Stars” sono forse la summa di gioia e malinconia dei due artisti amanti, nella città delle stelle, così come “The fools who Dream”, che è chiaramente un inno ai sognatori ( “brindiamo ai sognatori”, si dice nel testo).Non è un caso che questi due brani (candidati all’oscar come miglior canzone), assieme a “Mia & Sebastian’s theme”, che è la traccia che costituisce la trama fondamentale del soundtrack, siano tutte riunite nell’ ottimo epilogo musicale. Le colonne sonore di Justin Hurwits (già autore di quelle di Whiplash) sono indubbiamente da oscar e ci sono buone probabilità di vittoria in tale categoria.
Per quanto riguarda le altre candidature: rispetto alla regia e i premi tecnici (sonoro, montaggio sonoro, montaggio, fotografia) il principale avversario sembra “Arrival”. Thriller di Fantascienza, molto lontano dal genere di Chazelle, il film di Villanueve meriterebbe anch’esso la vittoria. Uno spareggio difficile e stimolante, data la qualità di entrambi i film, su cui probabilmente la spunterà La la land, non perché Arrival sia inferiore, ma perché il musical rappresenta da sempre una forte attrattiva per l’accademy, più della Fantascienza.
Rispetto alla miglior sceneggiatura originale, il premio lo meriterebbe il distopico “The Lobster” di Lanthimos, anche se l’impressione è che il successo di La la land potrebbe farlo trionfare anche in questa sezione. A proposito della sceneggiatura, tra l’altro interessanti le similitudini che l’opera presenta con “Cafè Society” di Woody Allen, per quanto riguarda la nostalgia e il rimpianto che si celano all’ombra dei riflettori del mondo dello spettacolo.
Nella categoria miglior attore Ryan Gosling domina lo schermo in La la land. Recita, canta, balla e suona. Le performance musicali al pianoforte,infatti, sono realizzate da lui in persona, mostrando tra l’altro il suo background da musicista ( ha preso molte lezioni proprio in preparazione di questo ruolo). Un’interpretazione a 360 gradi, rara da trovare in un musical. Con malinconia e la giusta dose di savoir-faire, l’attore meriterebbe senz’altro il premio, un giusto riconoscimento tra l’altro per la sua brillante carriera.
Meno meritata sembra invece la candidatura di Emma Stone come miglior attrice. Di certo elegante e adatta al ruolo, non riesce tuttavia a bucare lo schermo come il co-protagonista, forse anche perché il suo personaggio al contrario dell’altro stenta un po’ a decollare, soprattutto nella prima parte. Per fare un confronto con altri musical che di recente hanno ricevuto riconoscimenti, era molto più accattivante Berenice Bejoin in “The Artist” nel ruolo di Peppy Miller, che, però, nonostante la candidatura a miglior interprete femminile non vinse l’oscar.
In conclusione si può affermare che La La Land sia un ottimo film nel suo genere: un musical d’autore multi sfaccettato ed evocativo, equilibrato e raffinato da vedere e da ascoltare ,che merita le ovazioni avute dalla critica e dal pubblico. Non è viscerale come Whiplash, che a parere di scrive ha una profondità superiore a questo film, per la capacità di “scavare” nello spettatore con ritmo ed intensità crescenti, gli stessi della batteria del protagonista, fino a toccare le segrete corde che legano l’artista alla sua musica, ma d’altro canto La Land Land è forse più accessibile e coinvolgente dal punto di vista narrativo, proprio perché, come da tradizione nel musical, mette in scena una storia d’amore, che in questo caso supera anche i cliché usuali del genere.

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