«Lei sogna di ..far tredici? » Ma lo farà sicuro!

Gianni Rodari

La zattera e il call center di Taranto

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zatteraQuando sei su una zattera il tuo unico pensiero è rimanere a galla il più a lungo possibile, cercare di aggrapparti per non cascare, sperare di arrivare sano e salvo ad un approdo, un futuro sicuro. Lo sanno bene i lavoratori del call center di Taranto, lo sanno e lo raccontano. È incredibile come una zattera possa diventare metafora di vita. Sono precari e “quando sei precario devi accontentarti di quel che hai, cioè niente”, oppure a tempo indeterminato, ma ormai con il contratto di solidarietà. Ma non si abbattono, subiscono umiliazioni, subiscono minacce, subiscono il peso della solitudine, ma non si arrendono, vogliono vedere riconosciuti i loro diritti, si iscrivono e lottano insieme al sindacato, vogliono abbattere quel ricatto occupazionale che li attanaglia, e trovano il riscatto nella dignità del lavoro. Non possono fare affidamento sulla poltica: come dice Eugène Ionesco “nessuna politica consolerà questi lavoratori”, perché i cittadini vivono concretamente i loro problemi e la politica è completamente scollata dalla realtà, non dà risposte certe, stabili, definitive. Sono per lo più donne quelle che lavorano al call center di Taranto e che raccontano la loro storia a Fulvio Colucci, giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno. Ne è nato un libro, “La Zattera” (Il Grillo ed., col patrocinio della Cgil): “hanno bisogno di raccontare la loro precarietà, assumersi il ruolo di narratori e trovare una ragione per migliorare le cose attraverso la lettura del reale”, spiega Colucci.

Sei Storie che vogliono avere respiro nazionale e rivolgersi a tutti i lavoratori di call center sparsi in Italia che si identificano nelle figure descritte. È la multinazionale francese Telepreformance che dal 2005 dà lavoro a Taranto a circa tremila persone, diventando il secondo polo lavorativo dopo l’acciaieria. Raccoglie subito molte mogli degli operai dell’Ilva, diventa l’entrata sicura in casa che serve a meglio stabilizzare la famiglia. Quello che trasuda dalle pagine del libro è una grande umanità, l’essere umano in tutta la sua fragilità, in tutta la sua comprensione per chi si trova sulla stessa zattera e in tutta la sua forza. Per Colucci ascoltare queste donne è importante dal punto di vista antropologico, economico, sociale, politico. E allora ecco che si delineano le figure della giovane albanese che dopo aver sofferto il distacco dalla sua patria ha dovuto subire anche la vergogna del razzismo. “La vergogna è il frutto amaro del razzismo e i razzisti sono dappertutto, in Albania, in Italia, nei call center, certo”. Ed ora subisce anche la cuffia e quelle persone che non capiscono quando parla, e per resistere guarda il suo mare, quello di Valona che “respira di più” . Poi c’è la coppia di sposini, la stessa raccontata da Calvino: a causa dei turni non si incontrano mai. Sono una sorta di simbolo, quello del “lavoro in una città nella quale non puoi scegliere: o call center o acciaieria”. Loro vivono “l’equilibrio tra lavoro e diritti, inserendolo nella vita di una famiglia”, perché “nei momenti difficili la mancata compattezza fa crollare tutto: in una famiglia e in un luogo di lavoro”.

Lei, con amarezza scopre che l’inquinamento non è solo dell’acciaieria: “Un call center non inquinerà dal punto di zatteravista ambientale, tuttavia la fatica mentale ti può far rischiare di diventare un robot. Io trovo questo altamente inquinante”. Lottano entrambi da anni contro il “ricatto occupazionale”, ma a vanificare le lotte è “la divisione tra i lavoratori, la frammentazione”, e allora puntano tutto sulla loro unione e sul loro affetto. Poi parla la ragazza assunta “a progetto” da quattro anni: “non ho ferie, se mi ammalo e non vado a lavorare non guadagno un euro, non ho liquidazione” e trova inaccettabile “la mancata applicazione del contratto a tutele crescenti”. “Rispetto ai colleghi assunti a tempo indeterminato siamo mille anni luce indietro”, ma il grosso rischio è una guerra fra poveri. Lei è cosciente che comunque si lotta per sopravvivere e sogna Maradona con la sua “mano di Dio” contro le ingiustizie. C’è poi un ragazzo che si è rifugiato nell’arte: per seguire la sua passione di cantante lirico deve per forza lavorare: “penso: grazie alla voce lavoro e solo se lavoro posso permettermi il conservatorio”; “non posso amare quel che mi stressa, ma senza quello stress non posso realizzare il mio sogno”. Lui lo sa che l’amore per l’arte aiuta a migliorare le persone, fa crescere la loro umanità. L’arte e la calma. “Perché al call center ci vuole calma, specie quando i clienti perdono la testa”.

Ed ecco la voce della ragazza laureata che studia e non si ferma, e vuole diventare giornalista: sapeva che quella del call center “era una salita aspra e amara”, ma voleva “prendere la rincorsa e spiccare il volo verso un altrove” che non smette di cercare. Si è resa conto che il sistema è sbagliato, non solo quello dell’azienda, ma il sistema-Italia “il cui fulcro è una generazione che si accontenta di ogni tipo di lavoro. Che pure è un lavoro. E così invecchia, senza speranza di cambiare, annegando nell’eterno presente.” E quindi “Tocca stare su questa zattera che raccoglie tanti naufraghi. Ma fino a quando?”. Cita Levi e Scotellaro e non crede ai politici: “non sanno quello che dicono , non sanno cosa ci lega a una cuffia. Non sanno di quel ciglio sul burrone. E di quanto può essere amaro il profumo del glicine sulla collina”. Infine c’è la madre sindacalista, che insieme alle mogli dei siderurgici si è vista gravare “il fardello della cassa integrazione e quel lento scivolamento verso il basso che gli ammortizzatori sociali frenano ma non arrestano”. E si immagina l’angelo del film di Wim Wenders nel “cielo sopra il call center” che osserva e segue tutto e tutti in questa città in cui vige il “legame stretto e invisibile, visibilissimo, tra siderurgico e call center. Qualcosa che stringe in modo inesorabile”.

Ecco queste sono le voci del call center di Taranto, che per una volta non sono rimaste solo nella cuffia a non essere sentite da nessuno. Il call center non dà tregua “entra nelle nostre vite, un secondo sangue, una seconda pelle”, ma in molti casi diventa l’unica fonte di reddito, l’unica possibilità, perché “oggi la salute non c’è più, l’industria sta scomparendo ed è rimasta la cuffia”. È il dramma della mancanza di alternative, il dramma della zattera dalla quale, se cadi, anneghi. “Oltre solo il buio: un buco nero dentro il quale la persona, senza occupazione, quindi senza dignità, implode.” E la dignità del lavoro è “quella che si acquista esclusivamente sulla propria pelle e con la propria fatica” e se è vero che “esiste un lavoro sporco perché inquina l’aria, l’acqua, la terra”, è vero anche che “esiste un lavoro sporco perché inquina le coscienze, strappando loro l’abito più prezioso, cucito addosso dalla dignità”.

Stefania Miccolis

L'Autore

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