"Tutto è fatto per il futuro, andate avanti con coraggio".

Pietro Barilla

Una black list contro il Qatar

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qatarmapTroppo smart, troppo ricco, troppo laico, troppo aggressivo sui mercati internazionali e con una televisione, al Jazeera, che ha cambiato il modo di fare informazione nel mondo arabo e non solo. Interessi diversificati, sport, cultura, musica. Una base militare americana in casa, quella di al Udeid, la più grande di tutta l’area. E un sogno, già accarezzato dal vecchio emiro Hamad bin Khalifa Al Thani ed ereditato dal figlio Tamim bin Hamad Al Thani: quello di trasformare il paese in un player importante in Medio Oriente, un player finalmente autonomo, libero dai vecchi vincoli di vassallaggio con i sauditi. Ma la politica del soft power di Doha, che sembrava condurre il piccolo emirato a una irresistibile e innarrestabile ascesa, sembra aver perso tutta la sua magia. E’ accaduto all’improvviso, dopo la visita del presidente americano Donald Trump a Riyad, il 22 maggio. Due giorni dopo le foto opportunity sul palcoscenico del mondo, con tutti quanti insieme appassionatamente, sorridenti a giurarsi fiducia e collaborazione, il piccolo e potentissimo emirato si è ritrovato sul banco degli imputati, accusato da Arabia Saudita, Bahrein, Egitto ed Emirati di sostenere il terrorismo. E’cominciata così una delle più gravi crisi politico-diplomatiche nella regione dall’invasione del Kuwait nel 1990.

Ma quali sarebbero le prove schiaccianti che contro Doha sostengono di aver raccolto i suoi ex alleati, prove talmente gravi da averli indotti da un giorno all’altro ad isolare l’emirato, a chiudere le frontiere, a denunciarlo di fronte alla comunità internazionale?

Black List
Tutto ruota per ora, almeno ufficialmente, intorno a una black list. Un elenco messo a punto da Arabia Saudita, Bahrein, Egitto ed Emirati, dopo anni di accurate indagini. Una lista che è stata consegnata, a quanto si è appreso, anche all’Italia, nel corso di un incontro che si è svolto alla Farnesina, ma che è da giorni consultabile sul sito dell’emittente televisiva Al Arabiya e nella quale compaiono 12 organizzazioni e 59 nomi -18 dei quali di uomini d’affari, politici, esponenti di spicco di Doha. Tutti “sospettati” di legami con sigle che fanno capo ad al-Qaida, ai gruppi jihadisti più radicali e all’Isis. E “sospettati” è la parola giusta da usare: in primo luogo, perché solo nei confronti di 6 società e 37 persone, come riferiscono le stesse fonti che hanno divulgato le notizie relative alla lista, sono stati raccolti sufficienti indizi a carico; in secondo luogo, perché, come invece riferiscono fonti arabe dell’opposto versante, se si va bene a leggere l’elenco, si finisce per scoprire che molti nomi corrispondono in realtà a individui deceduti da tempo e che alcune organizzazioni non sono più operative in Qatar da anni.

La misteriosa caccia con il falcone
falconePoi c’è un’altra storia, che va raccontata. Una storia davvero surreale con al centro una battuta di caccia con falcone nelle zone desertiche del sud dell’Iraq, sfociata nel sequestro, avvenuto nel dicembre del 2015, di 26 rampolli della famiglia reale qatariota. Una storia, ,come la black list, e che secondo i paesi del Golfo, inchioderebbe il Qatar, che avrebbe pagato 1 miliardo di dollari per ottenere la liberazione dei principi. L’immenso quantitativo di denaro sarebbe finito, secondo la ricostruzione dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati, in parte nelle casse di un gruppo siriano affiliato ad Al Qaeda e in parte nelle mani di un emissario dei servizi iraniani. Ma anche su questa vicenda c’è un’altra versione, quella del Qatar e dell’Iraq. Entrambi i paesi hanno ufficialmente e separatamente assicurato che tutto quel denaro, inviato da Doha a Baghdad per la collaborazione nella soluzione del caso, si trova depositato nella banca centrale irachena e che nemmeno un centesimo è mai finito nelle mani dei terroristi. Il Qatar –ha spiegato Sheikh Mohammed bin Abdulrahman, ministro degli esteri di Doha- non ha mai avviato trattative o intrattenuto contatti di alcun genere con organizzazioni che fossero al di fuori dell’autorità statale irachena.

Fratelli Musulmani e Hamas
L’altro grave accusa rivolta al Qatar è anche quella di sostenere i Fratelli Musulmani, organizzazione perseguitata dall’Egitto di Abdel Fattah Al Sisi, che nel luglio del 2013 ne depose con un golpe militare il leader Mohammed Morsi, che era stato eletto presidente, e rinnegata da Riyad che, dopo averla sostenuta, ne ha preso le distanze forse considerando una minaccia al modello wahabita il tentativo messo in atto dal gruppo di dar vita ad una repubblica ideale fondata sulla legge islamica. Furono proprio gli eventi drammatici del Cairo, a sancire di fatto il primo strappo tra il Qatar, l’Arabia Saudita e gli altri paesi del Golfo. Sisi mise fuori legge la Fratellanza e misure repressive nei confronti dell’organizzazione furono adottate anche dall’Arabia Saudita e dagli Emirati, che non perdonano al Qatar di non aver fatto altrettanto e da allora lo accusano di accogliere e proteggere influenti leader islamisti. Come pure di sostenere Hamas, movimento da tempo uscito dalle grazie di Riyad, o gruppi come l’ex Fronte al Nusra, impegnato a combattere il regime di Bashar al Assad, che oggi ha cambiato nome ed è diventato Tahrir al Sham, organizzazione non più in odore di al Qaeda.

I rapporti con l’Iran
Nel pacchetto anti-Qatar, confezionato dai paesi del Golfo, c’è anche la antica rivalità saudita nei confronti dell’Iran. Gli shiiti odiatissimi dai wahabiti giocano una parte importante nella crisi esplosa nel Golfo. Al centro questa volta un vero e proprio giallo che ruota intorno ad alcune “fake news”, attribuite all’emiro del Qatar, Tamin bin Hamad al Thani e comparse sui media ufficiali subito dopo la visita di Trump a Riyad, in cui si criticava la retorica anti-iraniana degli Stati del Golfo. Dichiarazioni smentite da Doha, che in un comunicato denunciava che l’agenzia di stampa nazionale Qana nelle prime ore del 24 maggio aveva subito un attacco di hacker che avevano preso il controllo del sito per diffondere false notizie. Ma chi si nasconde dietro questo cyber-attack? E quali sono gli obiettivi? Al Jazeera, l’emittente panaraba qatariota punta il dito contro l’ambasciatore a Washington degli Emirati Yousef al-Otaiba. (leggi http://www.aljazeera.com/video/news/2017/06/leaked-emails-uae-diplomat-worked-denigrate-qatar-kuwait-170605050144316.html). Al di là di tutto, comunque, i rapporti tra Qatar e Iran non sono ostili, sono rapporti di buon vicinato, che questa crisi potrebbe forse migliorare. Niente di più per ora. Basta osservare che a livello economico l’interscambio tra i due paesi non supera l’1% , ben al di sotto rispetto ad altri stati della regione. E ancora ci sono i ribelli sciiti Houthi dello Yemen, dal 2015 in guerra contro il presidente Abed Rabbo Mansour Hadi, sostenuto dai paesi del Golfo, Qatar compreso. Ma anche qui Doha, secondo l’Arabia Saudita, avrebbe tradito l’alleanza, appoggiando segretamente gli Houthi. Come pure avrebbe lavorato molto in questi a creare relazioni con le varie comunità sciite nel Golfo, compresa quella del Bahrein.

La schizofrenia americana
Un’altra variante impazzita di questa crisi è infine rappresentata dalla politica “schizofrenica” di Washington, con Trump da una parte, che prima definisce il Qatar “alleato chiave nella lotta al terrorismo” e poi plaude all’iniziativa di Arabia Saudita e stati fratelli, di isolare Doha; e con il dipartimento della Difesa dall’altra che invece conclude affari milionari con l’Emirato, al quale ha appena venduto una partita di caccia F-15 per di 12 miliardi ( l’incontro per la firma degli accordi tra il capo del Pentagono, James Mattis, e il rappresentante del Qatar, si terrà mercoledì) e che ha inviato navi da guerra nel porto di Hamad per svolgere un’esercitazione militare congiunta con le forze della marina militare locale.

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