La mutilazione per cui la vita perdette quello che non ebbe mai,
il futuro, rende la vita più semplice,
ma anche tanto priva di senso.

Italo Svevo

Bianchi, l’uomo del progetto

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alessandro bianchiSe dovessi immaginare il sembiante di Re Artù, gli darei quello di Alessandro Bianchi, ingegnere, Rettore, già Ministro dei Trasporti: forse perché la sua natura senza macchia e senza paura – e soprattutto scevra da quei compromessi che sembrano caratterizzare la classe dirigente imperante – gli consente di guardare tutti negli occhi e sono in pochi a poterne sostenere lo sguardo limpido e franco. E poi pare uscito par pari da uno di quei romanzi di Walter Scott, quando, con una punta di civetteria, denuncia di aver scavallato i settant’anni: senza neanche un velo di ipocrisia, è facile dirgli che la figura alta e tonica che si ritrova è lontana anni luce da quelle dei suoi condomini di anno di nascita. E poi, si aiuta anche con un gusto sobrio, ma personalissimo, nel vestire: insomma, un personaggio che mescola il d’antan con la modernità. C’è chi dice che ogni uomo è un’isola, contraddicendo il poeta John Donne. Se è vero questo, ci sono uomini intensamente abitati da esperienze, idee, sensibilità; e uomini brulli come un atollo pietroso in mezzo all’oceano. Colui che ho di fronte è rigoglioso come la più verdeggiante delle isole lambite dal caldo Mediterraneo: proprio il mare che ha simboleggiato la sua tenace azione, quand’era Rettore dell’Università di Reggio Calabria, per unire le culture piuttosto che come uno spartisponde fra il benessere e la miseria. Alessandro ha sempre mostrato una peculiare proiezione al ‘Progetto’: è dunque uomo di visione proiettata nel futuro più che di statica ‘manutenzione’. Il suo ‘Progetto Roma’, stella polare della sua candidatura ‘indipendente’ alla carica di sindaco di Roma nel 2013, si è imperniato su una serie di proposte per farla diventare “una città bella, efficiente, equa, sicura e sostenibile”. Tutta la sua storia personale ha contribuito a dargli questa carica di estrema socialità; a coltivare in lui il desiderio di equità. I perché emergeranno dalla conversazione che il Rettore Bianchi ha concesso in esclusiva a FUTURO QUOTIDIANO.

Con barba e capelli candidi, hai ancora lo sguardo limpido da bambino. Dove sei nato, raccontaci la tua storia dall’inizio.

Sono romano; da parte di madre, ho antenati quasi da sette generazioni, come tradizionalmente si usa dire; la famiglia paterna veniva dal viterbese. Sono nato a San Giovanni, in via Gabii, a fine gennaio del 1945. Mio padre era pilota nell’Aviazione militare. Tornato a piedi a Roma dalla Grecia, dov’era di stanza, dopo l’8 settembre, vi arrivò quando la città non era ancora liberata. Subito dopo sposò mia madre ma dovette tenersi defilato, giacché, tecnicamente, non essendo ancora stata liberata Roma, era un disertore. La loro clausura in casa per sfuggire alle retate ebbe un risultato: la mia nascita. Se ci rifletto, mi fa un certo effetto pensare che sono nato quando l’Italia era ancora un Regno. Quando ero piccino si trasferirono, poi, a via Nicola Fabrizi, cosicché i primi due anni delle elementari le frequentai alla scuola elementare ‘Pio IX’, in via della Conciliazione. Poi, la mia vita cambiò completamente…

In che senso?

Nel senso che ci trasferimmo, perché mio padre, militare di carriera, prese servizio in Sardegna ad Elmas, l’aeroporto di Cagliari. Cosicché, fra i 9 e i 16 anni vissi sull’isola, per poi affrontare un nuovo cambiamento, quando andammo a Frosinone, per seguire mio padre in un altro trasferimento alla scuola elicotteri. E’ stato, infatti, uno dei primi elicotteristi militari d’Italia. L’ultima tappa per la famiglia l’ha portata ad un ritorno a Roma, che è coinciso anche con gli ultimi anni della mia frequenza universitaria.

Tu ti senti romano, o cos’altro?

Dico sempre che mi sento un apolide; ma, se ci rifletto, ritengo che le mie radici siano in Sardegna. Si era ai primi anni ’50 e nel Campidanese cagliaritano imperava una situazione di miseria infinita, imperversava la malaria e ricordo zanzare che, metaforicamente, erano grandi quasi quanto gli elicotteri che pilotava mio padre. Noi, con uno stipendio medio e con l’alloggio di servizio, in quell’ambiente di completa povertà eravamo considerati quasi dei maggiorenti. Molte famiglie vivevano in case di terra e pativano la fame ‘vera’. Quell’esperienza adolescenziale mi ha certamente segnato; ha fatto nascere in me, di fronte a quei mondi che correvano paralleli eppure lontani anni luce in termini di benessere, il rifiuto contro l’ingiustizia sociale. C‘era anche un’altra cosa che rifuggivo: la vita incardinata nelle gerarchie militari; finché uno la vive in prima persona, è una scelta sua: ma le famiglie ne conoscono tutte le angustie per una sorta d’imposizione, semplicemente subendola obtorto collo. Per un certo periodo, mio padre accarezzò persino l’idea di farmi concorrere per entrare alla Nunziatella, il collegio militare post ginnasio. Solo la parola ‘Collegio’, invece, mi faceva venire un nervoso addosso che non ti dico. Se col figlio maggiore gli andò buca, miglior sorte ha avuto con quello minore, più giovane di me di 10 anni, poi ufficiale dell’Aeronautica che ha terminato la sua carriera come comandante dell’Aeroporto di Parma. Ho anche una sorella, da cui mi dividono due anni. Mio padre, alla fine, mi lasciò seguire altre strade, anche perché non era un militare così fondamentalista.

C’entrava qualcosa la sua scelta di pilota?

C’entrava molto. Appunto come molti piloti, era un militare un po’ apocrifo. Nel corso della guerra era di stanza in Grecia e pilotava i caccia destinati a fare da scorta alle navi militari. Lui e i suoi colleghi erano abituati ad un profondo senso della caducità della vita: oggi ci sei, domani sei stato abbattuto. Ce ne parlava, di quelle sere trascorse fra commilitoni: il giorno dopo ne sarebbero partiti in 6 o 7, ma c’era sempre qualcuno che non tornava indietro. Ci ha narrato anche le peripezie del suo ritorno a casa a piedi. Conobbe mia madre quando approdò a Roma: un matrimonio di guerra, cotto e mangiato. Venivano da mondi diversi: mia madre era figlia di un montatore cinematografico e, negli annali familiari, è rimasto il ricordo di questo nonno così elegante, raffinato.
Sarà da lui che avrò ereditato l’attenzione per gli accostamenti, le stoffe. In questo sono consapevole di avere un sensibilità quasi femminile. Ma da questo lato sensibile mi proviene, forse, anche tanta pietas. Ho ancora scolpiti nella mente episodi della mia infanzia cagliaritana: una famiglia di quattro persone, i genitori e due bambini, in una casupola di fango. Erano seduti, sgomenti, intorno a un tavolo completamente vuoto. Mia madre mi aveva mandato con una zuppiera di minestra per loro. Altrimenti anche quel giorno non avrebbero mangiato. Altro flashback: una bambina piccolissima, letteralmente immersa nel fango, al centro di Cagliari. Mi dà una fitta dentro il solo parlarne.

Dunque, sono questi episodi di tanto tempo fa ad aver orientato la tua scelta politica?

Non immediatamente. L’intero processo ha avuto radici lunghe e non si è manifestato, come per molti, ai tempi dell’Università. Pur essendomi iscritto, alla Facoltà d’Ingegneria civile, con specializzazione nei Trasporti, nel ’65, non partecipai al ribollire del ’68. Ingegneria, a differenza di Architettura, che fra i fulcri della contestazione, rimase una sorta di monade, chiusi com’eravamo nelle nostre aule e laboratori di chimica, di fisica, con molti dei professori che parevano direttamente atterrati da Marte. Erano il genere di accademici insopportabili dal punto di vista umano, che, nella propria sterile autoreferenzialità, trattavano quasi con disprezzo noi studenti, come se non ci fosse nesso causale fra la nostra presenza e la loro: dunque erano l’antitesi degli insegnanti. Fra i pochi ‘salvabili’, ricordo Francesco Rosati e Santobono, di Analisi Matematica; gli ordinari di Meccanica Razionale e Fisica, invece, erano dei delinquenti, arroganti e paludati. Il biennio fu terribile, mantenni una media di sopravvivenza; il triennio, invece, fu molto più piano. Giunto al quinto anno, poi, m’imbattei nella materia che fu il mio grande amore al primo impatto: l’Urbanistica. Capii subito che era quello che volevo fare, anche perché, ad essa, era sotteso un tema di benefici sociali che mi attraeva. Altra illuminazione fu riguardo cosa avrei voluto fare ‘da grande’: il docente universitario, per essere diverso da quelli che, nella mia carriera di studente mi erano sembrati così ‘esecrabili’.

E così ti laureasti…

Sì, sovvertendo tutti i pronostici negativi di amici e parenti. Sono stato il primo laureato in famiglia, i miei genitori non erano andati oltre le scuole medie inferiori. Libri a casa mia ne circolavano pochini e a metà anni ’50 approdò la prima enciclopedia, i ‘Cinque libri del sapere’, con la quale noi figli dovevamo arrangiarci per le ricerche a scuola. Arrivato al Liceo Classico, mi scoprii straordinariamente attratto dalle materie letterarie: adoravo Dante e i classici greci e prendevo voti altissimi agli scritti di italiano. Dopo la maturità, dovendo scegliere, solo per ragioni di costi e di ristrettezze di bilancio, accantonai il sogno di fare il giornalista, visto che all’epoca vivevo ancora a Frosinone e non potevamo permetterci una mia vita da fuorisede all’Università di Urbino o alla Scuola di Perugia, le uniche di giornalismo che esistevano allora. Non mi sono mai, spiegato, però, perché m’iscrissi ad ingegneria. Di fronte alle prefiche, che dubitavano della mia riuscita, divenne quasi una sfida laurearmi.

Però, sei stato un ingegnere con un’evidente vena classica.

Non potevo rinnegare quel mio amore. Nella vita mi sono ritrovata una straordinaria eredità proveniente dagli studi classici ed una di razionalità, risultato dell’approfondimento dell’ingegneria e materie scientifiche connesse. Mi sento in equilibrio perfetto. E’ stato il mio unico figlio a prendere il testimone del mio amore per la classicità, laureandosi in Lettere Antiche e guadagnandosi una borsa di studio bilaterale fra l’Università Sapienza e l’Università di Friburgo di sei anni in Filologia greca. E’ già da quattro anni in Germania e, quando torna, le nostre serate insieme, anche con la sua fidanzata, che è docente di Filologia latina, finiscono sempre in conversazioni affascinanti sui temi della classicità.

Abbiamo fatto una fuga in avanti. Ti avevo lasciato neolaureato e mi rispunti col figlio filologo greco. Ritorniamo ai tuoi primi passi accademici.alessandro bianchi

Mi resi presto conto che reggere una carriera universitaria era impossibile per uno che non era il rampollo di un cattedratico o ricco di famiglia. Troppo lunghi i temi, troppi ostacoli: per questo mi misi a fare l’ingegnere di mestiere, con progetti e direzioni dei lavori. Mi ‘consentivo’, fra un lavoro e l’altro, di frequentare anche l’Università, insegnando Pianificazione del territorio. Nel frattempo, accumulavo pubblicazioni che servono in eventuali concorsi. Poi si presentò l’occasione Reggio Calabria.

Insomma, facesti l’emigrante all’inverso?

Se volevo andare in cattedra, non potevo fare diversamente. Nessuno voleva lasciare le proprie comode posizioni romane, mentre io accettai, vinsi nell’87 il concorso. Pensavo ad una ‘penitenza’ di 4 – 5 anni, invece ce ne rimasi 25: fra il ’94 e il ’99 fui direttore del Dipartimento ‘Città mediterranee’ e ricoprii, a partire dal 2000, un primo mandato da Rettore. Il secondo era in itinere, quando divenni Ministro dei Trasporti del Governo Prodi II. Mia fu l’idea di cambiare il nome all’Università, ribattezzandola Mediterranea e facendola diventare un punto di riferimento delle varie Università della riva Sud del bacino, di Africa, Medio Oriente, Europa.

Raccontaci del momento in cui ti trasformasti da Rettore a Ministro…

Ero seduto nel mio studio a Reggio quando mi telefonò Oliviero Diliberto, del PdCI, il quale mi chiese, d’emblée, la mia disponibilità a ricoprire la carica di Ministro dei trasporti, che, nella difficile trattativa per la formazione del Governo Prodi II, era toccata al PdCI. Io fui possibilista, chiedendo tempo per pensarci. Mi gelò, dicendo: ‘Va bene, pensaci pure. Ti chiamo tra mezz’ora per la risposta’. In dieci minuti mi è passata dinanzi agli occhi tutta la mia vita, come se mio nonno mi avesse trasmesso la sua abilità di montatore. Alla mia risposta positiva, Diliberto mi disse la strategia che aveva elaborato: si sarebbe recato da Prodi, non scoprendo immediatamente le carte, anzi indicando un altro candidato, un ex sindacalista che avrebbe irritato il Presidente. Solo dopo avrebbe svelato che il candidato alternativo ero io, che d’altronde conoscevo Prodi, essendo entrambi docenti universitari. E così avvenne: al primo nome, Prodi letteralmente saltò dalla sedia, quasi cacciandolo dallo studio; al mio nome si rasserenò e la trattativa andò in porto de plano. Come d’intesa, Oliviero mi telefonò in tarda sera e partii per Roma col primo aereo del mattino, non trovando neanche il tempo di salutare de visu i miei collaboratori. Pensavo che saremmo durati i cinque anni di prammatica; invece, dopo neanche due ci cacciarono. Quel milione di voti di scarto che ci avrebbero dato forza, allo scrutinio elettorale si trasformarono in una strettissima forbice di 30mila voti.

Com’è nata la tua esperienza nella politica attiva?

Sono stato iscritto al PCI sin dagli anni ’70. Avevo la tessera in tasca ma non un impegno strutturale nel Partito. Nel 2005, in occasione delle elezioni regionali che riguardavano anche la Calabria, si scatenò il solito canaio di nomi improponibili e compromessi, mentre la Regione si trovava, come di routine, ai piedi di Dio. Vi fu la convergenza di persone sganciate dalla politica attiva, in una forza che si chiamò ‘Progetto Calabrie’, proprio per indicare la consapevolezza che vi erano più Calabria, al di là della tradizionale suddivisione in Citra e Ultra. Ne facevamo parte il Rettore dell’Università di Cosenza, Gianni Latorre, io ed alcune personalità culturali di spicco del cosentino: un caleidoscopio di mondi diversi che si resero coesi, in nome di un rinnovamento della politica regionale. Suscitammo un consenso pubblico straordinario; riscontrammo un interesse vivissimo da parte dei media; i nostri incontri erano sempre affollatissimi. Pensammo così, nell’area del centrosinistra, di candidare Latorre come Presidente della Regione, suscitando reazioni velenose in casa Ds, perché considerarono il nostro gesto quasi come un vulnus. Proponemmo, allora, uno strumento di scelta popolare del candidato, ovvero delle primarie ante litteram. Arrivammo ad una sorta di mediazione, con la convocazione di un’Assemblea dei cosiddetti ‘grandi elettori’, composta da qualche migliaio di persone, proveniente dalle varie realtà territoriali della Calabria. Fummo ingenui, non rendendoci conto che il meccanismo era facilmente taroccabile: i Ds chiamarono a farne parte tutti i loro amici, così che Latorre fu accantonato a favore di Agazio Loiero.

Non ti fermasti lì!

Da quel momento, mi sono esplicitamente ‘impicciato’ di politica. Alle politiche del 2006 c’inventammo una lista ‘Progetto Calabrie’ che legava Verdi, IdV e PdCI e fui candidato al Senato.
Nel frattempo cambiò in corsa il sistema elettorale, cosicché, mentre col precedente, in cui c’era il collegio di Reggio Calabria, avrei vinto a mani basse, col successivo, in un collegio elettorale ampliato al territorio regionale, i miei oltre 60mila voti non bastarono a farmi eleggere. Vinse per mille voti in più Clemente Mastella, che, pur eletto in vari collegi, optò per la Calabria. Me lo ritrovai, sia pure per i pochi mesi prima delle sue dimissioni, nel banco del Governo di cui divenni membro alla formazione del Governo Prodi, conseguente alle elezioni che non mi avevano mandato al Senato.

Com’è stata la tua esperienza governativa?

Estremamente significativa ed entusiasmante. Abbiamo applicato alla mobilità un approccio sistemico mai attuato prima (e, successivamente, non proseguito) collegando le infrastrutture anche al servizio connesso. Inoltre, abbiamo fatto diventare realtà le ‘Autostrade del Mare’, mettendoci anche un po’ di denaro che è servito a farle andare avanti per un certo periodo in maniera efficace; abbiamo, altresì, posto mano alla riforma delle Autorità Portuali. Sono anche fiero dell’unica legge, fra le tante avviate, che sono riuscito nel concreto a firmare, quella sulla sicurezza stradale, che affrontava seriamente la piaga sociale delle vittime degli incidenti: all’epoca si contavano ogni anno 4 – 5 mila morti. Volevamo realizzare quanto già stava avvenendo in altri Paesi dell’Unione europea e tendere a dimezzare, nell’arco di 10 anni, il numero delle vittime e degli incidenti. Oggi, a distanza di 8 anni, le statistiche ci danno ragione: siamo a 3mila vittime l’anno, ovvero circa il 33% in meno rispetto al pre-avvento della nostra legge, grazie alla quale, ogni anno, ci sono almeno 1.500 morti in meno.

Siamo all’ultima sortita politica: la candidatura a Sindaco di Roma. Col senno di poi, si può dire che hai vinto tu, visto che il povero Marino, oltre alle coliche renali, ci sta ricavando rogne infinite e Mafia Capitale!

images-20-27Quell’esperienza ha segnato la mia rottura definitiva col PD, di cui, fra il 2008 e il 2009, ero stato componente della Direzione Nazionale, occupandomi di problemi legati all’urbanistica e ai trasporti. Avevo chiesto, al momento delle primarie per l’identificazione del candidato-sindaco, di essere nella rosa dei nomi sottoposti alla scelta del popolo romano del PD. Mi son visto chiudere la porta in faccia: come per l’esperienza calabrese, non ero un piddino di stretta osservanza, troppo ‘libero’ come sono e, pertanto, non manovrabile. Sono un uomo testardo, dunque, ho creato un’Associazione, denominata ‘Progetto Roma’, in cui trasfondevo, come programma, anche elettorale, i contenuti della mia pubblicazione ‘Un Progetto per Roma’. Ho preso pochi voti, ma di qualità, tant’è che chi ha creduto nel mio Progetto ha continuato l’impegno associativo che propone iniziative sul patrimonio urbanistico, storico e culturale di Roma.

Ed oggi sei di nuovo Rettore: ti trovo qui, in una sede molto prestigiosa e suggestiva, alle spalle di Piazza del Popolo…

All’inizio di quest’anno, mi ha cercato il management dell’Università Pegaso e sono partito per una nuova sfida.

Un po’ come quando t’iscrivesti a Ingegneria?

C’è un mix attraente fra un ‘mestiere’ che so fare, quello di Rettore, e l’innovazione di un’Università telematica che attrae fortemente, ormai, non solo chi vuole concludere gli studi interrotti entrando, ad esempio, nel mondo del lavoro, ma anche le giovani generazioni nativo-digitali. E’ questo un trend travolgente in tutto il mondo e non possiamo ostacolarlo, bensì offrire un’Università autorevole e di eguale – se non superiore – spessore didattico rispetto a quelle tradizionali. E’ questo il mandato affidatomi dal management di Unipegaso e mi sto dedicando fortemente a realizzarlo. E’ la stessa pulsione che mi spinse a impegnarmi nell’insegnamento universitario, per poter esprimere un modo di trasmettere il sapere non paludato e autoreferenziale.

Annamaria Barbato Ricci

L'Autore

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