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Gianni Rodari

Su Atene la scure di Moody’s. Sì e no, è testa a testa nei sondaggi

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CRISI E’ cominciato il conto alla rovescia per il referendum salva Grecia mentre continua a essere bufera sui mercati finanziari con  Moody’s che oggi ha ulteriormente tagliato il rating di Atene, portandolo da Caa2 a Caa3,  preconizzando il default e un calo del pil  del 20% in quattro anni. Intanto i sondaggi segnalano un sostanziale testa a testa tra il fronte  dei sì al 47% e quello del al 43%. Un dato che rende sempre più fragile e appesa a un filo la sorte del governo di Alexis Tsipras, con il ministro Yanis Varoufakis che ha già annunciato che se la Grecia dirà sì alle offerte della troika si dimetterà. Le banche riapriranno a schede scrutinate martedì. E allora sarà chiara la strada che la Grecia avrà imboccato. Se dovesse vincere il fronte Ue-Fmi-Bce il paese dovrà piegarsi a tutte le riforme che sono state chieste in cambio di 16, 3 mld di euro: Atene dovrà dar fondo alle sue capacità di austerity e aumentare le tasse, tagliare le pensioni, dimagrire ulteriormente il welfare. Una iniezione di denaro che per il stesso modo in cui è stata ripartita non sembra affatto mirata a rimettere in funzione il vecchio carrozzone economico greco, ma piuttosto a disarticolarlo definitivamente: una prima tranche da 1,6 miliardi, proveniente dal fondo “salvastati” Efsf (European Financial Stability Facility), da erogare subito, servirebbe infatti per pagare il debito con il Fondo Monetario Internazionale in scadenza oggi 30 giugno; 10,9 miliardi verrebbero stanziati per la mera ricapitalizzazione delle banche greche; i rimanenti 3,6 miliardi di euro, provenienti dai profitti che la Banca Centrale Europea ha realizzato acquistando i titolo di stato greci nel 2014 e nel 2015, servirebbero per il resto. Un accanimento quello di Fmi, Ue e Bce davvero privo di giustificazioni e che fa pensare a un occulto gioco di risiko che mira a depredare le fasce medio basse, già pesantemente colpite dalla crisi, non solo da un punto di vista economico ma più pericolosamente sul fronte dei diritti. Proprio quello che Syriza, il partito del premier, si era impegnato a impedire.

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